“Oh my god!”: la nonnina al volante prova per la prima volta il pilota automatico

Oh my God, it’s gonna kill me!”: è l’esilarante reazione di una donna di settant’anni alle prese col pilota automatico. La funzione autopilota della Tesla su cui viaggia la donna sfrutta un insieme di sensori interni ed esterni per procedere a velocità costante, mantenendo la distanza di sicurezza dal veicolo davanti e spostandosi automaticamente tra le corsie. Di fronte all’autonomia di decisione dell’auto, la donna inizia a spaventarsi e teme per la sua incolumità. “E’ il mio primo giorno fuori e già sto per morire”, grida, mentre il passeggero che sta riprendendo le dice di calmarsi
(video tratto dalla pagina Facebook CarBuzz)

Doveri e diritti dei cittadini, un tema da insegnare in tutte le scuole

Nel dicembre del 2012 ho organizzato per l’Associazione Luca Coscioni una “due giorni” di “Stati generali dei diritti civili” , aperta da Stefano Rodotà e conclusa da Emma Bonino.
Proprio la Bonino ha ripreso nei giorni scorsi il tema con una sua recente dichiarazione sulla necessità di tornare ad occuparsi “a tutto tondo” dei diritti civili, non dimenticando però che oltre ai diritti da conquistare e far valere ci devono essere i doveri cui ottemperare. Provo a fare una prima riflessione su quest’ultimo aspetto. Diritti e doveri (ma forse l’ordine giusto è “doveri e diritti”) costituiscono un binomio inscindibile. Le società umane si basano da sempre sull’adempimento di doveri da parte dei loro componenti e sul riconoscimento agli stessi di una serie di diritti. Tuttavia, tanto vaste sono la legislazione e la letteratura sui diritti, quanto ridotte quelle sui doveri dei cittadini. La stessa nostra Costituzione, molto dettagliata sui temi dei diritti, è assai asciutta per quanto riguarda i doveri.

Emma Bonino 675

Essa ha due richiami di carattere generale: all’articolo 52, al “dovere di difendere la Patria”; all’articolo 54 al “dovere di osservare la Costituzione e le leggi”. Ma l’articolo 54 contiene anche una chiara indicazione per quanto riguarda chi svolge funzioni pubbliche: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Dunque, bando alla trascuratezza ed alla disonestà. Solo a due doveri la Costituzione dedica altrettanti articoli specifici: il dovere del lavoro,  nel senso di “svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (articolo 4); “il dovere di prestazioni patrimoniali (imposte) per concorrere alle spese pubbliche, in proporzione alla propria capacità contributiva” (articolo 53).

I doveri che lo Stato può vantare nei confronti dei singoli, affinché sia data concreta attuazione al principio di solidarietà sociale, vengono definiti inderogabili dai giuristi perché nessuno può essere esentato dalla loro osservanza, in quanto costituiscono il fondamento di una pacifica e costruttiva convivenza. Una forza politica (o una associazione culturale) che si proponga di inverare la inderogabilità dei doveri, dovrebbe seguire tre linee di azione:

– da subito, la rigorosa applicazione delle sanzioni previste dalle leggi per il mancato adempimento dei doveri (a titolo di esempio: carcere per i grandi evasori fiscali; misure disciplinari per chi non esegue la propria attività lavorativa, fino al licenziamento nei casi più gravi)
– nel breve periodo, nuove norme che meglio definiscano i doveri e la sanzioni per chi non adempie ad essi
– nel medio – lungo periodo, la introduzione nelle scuole di ogni ordine e grado di una materia obbligatoria su “diritti e doveri dei cittadini”.

Quest’ultimo punto è di una importanza essenziale, visto che i giovani – salvo i più fortunati – non ricevono né della famiglia né da scuola né dell’ambiente in cui vivono un qualsiasi forma di “educazione ai doveri”. L’educazione civica venne introdotta nelle scuole italiane, come materia obbligatoria, oltre 50 anni fa da Aldo Moro. Ma la sua scelta illuminata è rimasta solo sulla carta, anche perché, affidata indistintamente a tutti gli insegnanti, non è stata praticata da nessuno. “Più in generale – ha scritto Attilio Oliva sul Corriere della Sera – vanno evidenziati profondi mutamenti di scenario. Il primo è il passaggio storico e impetuoso da una scuola per pochi a una scuola «per tutti»: le sue dimensioni si sono triplicate.

Il secondo è conseguenza dell’entrata in campo di nuove e potenti agenzie formative (Tv, Internet, industria del tempo libero ecc.) che operano in concorrenza con la scuola e spesso in dissonanza visto che non hanno responsabilità educative. Il terzo è che il tessuto sociale del passato (famiglia, chiesa, partiti) si è molto indebolito”.Un fatto è certo (non condivido lo scetticismo di molti, che considerano “complici” tutti indistintamente gli italiani): far osservare i doveri significa conquistare la simpatia e la fiducia della maggioranza dei cittadini, amareggiata nel non veder premiata la propria correttezza né punita la scorrettezza altrui.

Brescia, direttore di unità operativa, ma mai presente: chiesto processo per truffa per rettore dell’Università

Percepiva un’indennità come direttore dell’unità operativa di Ginecologia e Ostetricia. Ma agli Spedali Civili di Brescia, mentre era rettore universitario e presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, il professor Sergio Pecorelli non si sarebbe quasi mai visto. La procura di Brescia ha chiesto il rinvio a giudizio per truffa del rettore dell’Università di Brescia, Pecorelli, già indagato per abuso d’ufficio per l’assunzione in università dell’ex segretaria di Mariastella Gelmini e sua collaboratrice all’Aifa, Elisa Gregorini. L’udienza preliminare è fissata per il 24 giugno.

L’indagine delegata ai carabinieri del Nas e coordinata dal pm Leonardo Lesti, rimasta segreta sino alla fissazione dell’udienza preliminare, riguarda gli anni dal 2012 al 2014 in cui Pecorelli ricopriva nel medesimo tempo il ruolo di professore ordinario, direttore di unità operativa dell’ospedale cittadino, rettore dell’università di Brescia e presidente del cda dell’Aifa, ruolo da cui si è dimesso nel dicembre del 2015 dopo la sospensione decisa dal ministro della Salute per grave “conflitto di interessi”.

Secondo la difesa del rettore, affidata all’avvocato Stefano Lojacono, l’indennità contestata dalla Procura “non è legata a una determinata quantità di ore trascorse in reparto” ma sarebbe connessa al semplice incarico di direttore di unità operativa, pertanto il professor Pecorelli avrebbe ricevuto i soldi “del tutto legittimamente”. Nel 2014 il rettore Pecorelli, compiuti 70 anni, è stato collocato in pensione come professore ordinario lasciando di conseguenza anche gli incarichi ospedalieri. Ma è rimasto rettore dell’ateneo bresciano – in virtù di una semplice lettera amministrativa – nonostante il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca non abbia mai firmato un decreto di proroga dell’incarico. Una questione che ha suscitato polemiche ed esposti alla magistratura e su cui i deputati bresciani del M5s hanno depositato un’interrogazione al ministro Stefania Giannini – rimasta finora senza risposta – chiedendo le dimissioni di rettore.

La seconda iscrizione nel registro degli indagati del professor Pecorelli arriva mentre il decano dell’università ha già indetto le elezioni per il nuovo rettore di Brescia, che si terranno a giugno 2016. Tra i nove candidati alla successione c’è molta prudenza. Nessuno commenta e nessuno si azzarda a chiedere le dimissioni del rettore ormai plurindagato.

Inchiesta appalti Finale Emilia, si dimettono tutti gli assessori. Sindaco Pd indagato resta: “Sono a pezzi”

Giunta azzerata, ma il sindaco Pd indagato resta. Dopo la notizia dell’indagine dei carabinieri su presunte irregolarità nell’assegnazione di spazi e gestioni in ambito associativo, tutti gli assessori del comune di Finale Emilia (Modena) si sono dimessi. Quattordici le persone indagate, tra cui lo stesso primo cittadino. Il sindaco Fernando Ferioli ha deciso di non lasciare l’incarico, ma non correrà più alle prossime elezioni: “Le ferite saranno eterne come sarà eterna la convinzione di tutto il bene che è stato fatto”.

Non è la prima volta che l’amministrazione finisce al centro delle polemiche. Solo a fine gennaio scorso infatti erano cadute definitivamente le accuse di presunte infiltrazioni mafiose nel Comune, sospetti nati dopo che nell’inchiesta ‘Aemilia’ era stato arrestato l’ex responsabile dell’ufficio lavori pubblici Giulio Gerrini. Ferioli è un renziano della prima ora e ai tempi della ricostruzione post terremoto è stato pupillo dell’ex governatore Vasco Errani. A inizio aprile il Partito democratico aveva rinnovato la fiducia nel primo cittadino e annunciato la sua ricandidatura per le prossime amministrative.

Ferioli ha fatto sapere che formulerà “la richiesta al prefetto dell’invio di un incaricato che sostituisca gli assessori e permetta all’amministrazione di giungere a fine mandato, con l’approvazione di un bilancio che presenta un avanzo di oltre 9 milioni di euro e che lascerò in eredità al sindaco che mi sostituirà dopo le elezioni del 5 giugno”. E in merito alla decisione di non dimettersi, il sindaco ha poi commentato: “Voglio chiudere il mio mandato a scadenza elettorale, non un giorno di meno, rimanendo esclusivamente per non lasciare il mio amato Comune alla deriva. Sono a pezzi umanamente. Il mio percorso come sindaco arriva a conclusione in un modo che non avrei mai immaginato”.

Tennis, super passante in allungo di Nadal che strapazza Wawrinka e vola in semifinale a Montecarlo

Rafa Nadal si è qualificato per la semifinale del MonteCarlo Rolex Masters, torneo Atp Masters 1000 in corso sulla terra rossa del Country Club di MonteCarlo, nel Principato di Monaco. Lo spagnolo, testa di serie numero 5, ha superato lo svizzero, numero 4 del tabellone, Stanislas Wawrinka in 6-1, 6-4. Nadal ora affronterà in semifinale lo scozzese Andy Murray, numero 2
(video tratto dal canale Youtube ATP)

Referendum trivelle: se Marx e Rousseau, davanti a un’edicola, si danno la mano

Non è più come una volta, certo, ma capita ancora di sentire frammenti di conversazione davanti all’edicola comprando il giornale. Ieri, per esempio.
Ma che razza di dirigenti abbiamo…
Che vuoi dire?
– Il Pd è irriconoscibile, il segretario incita all’astensione, a boicottare il referendum
– Come Craxi che invitava ad andare al mare.
– Ti ricordi le contestazioni, i discorsi sul “diritto-dovere” del voto e l’importanza, per la democrazia, che la società civile si esprima, partecipi…
– Certo che ricordo. Quello era un Partito! Oggi siamo caduti in basso…. L’invito di Renzi è irricevibile ma anche la posizione di Bersani e D’Alema è assurda.
– Loro almeno spingono verso il voto.
– Vero. Ma difendono le ragioni del “No”. Insomma, per i più importanti dirigenti del partito, i militanti dovrebbero disertare le urne (divenendo craxiani), o votare secondo gli interessi dei petrolieri.
– Non è una bella alternativa. Di Napolitano non dico, sempre dalla parte sbagliata.
– Io voterò come, fosse vivo, indicherebbe Berlinguer: innanzitutto il voto; quanto al merito, difesa dell’ambiente, ecologia, natura, tutela della salute dei cittadini, sono sicuro, sarebbero state le preoccupazioni e le indicazioni del mitico Segretario. Può un leader di sinistra, oggi, ignorare questi valori?

Trivelle: Greenpeace in azione sulla Montagna Spaccata, 'il 17 aprile vota si''

Confesso che le ultime battute mi hanno colpito. La prima parte del ragionamento degli anziani militanti Pd – entrambi ex Pci – era piuttosto scontata, col noto accostamento di Renzi a Craxi. Eccetera. Le battute finali contenevano, invece, un di più, qualcosa che forse i due dialoganti non avrebbero saputo esplicare (o forse sì) ma che intuivano, d’istinto.
Insomma. I partiti hanno radici. Un’origine lontana che è bene non dimenticare per non smarrire se stessi. Il Pci e Marx. Certo. Ma anche “Marx e Rousseau” (indimenticabile il saggio di Galvano della Volpe).

Voglio dire che l’autore del Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza fra gli uomini è, non solo per la tesi – settecentesca, d’accordo – sull’abolizione della proprietà privata, uno dei padri della sinistra europea. C’è di più. Rousseau è all’origine di una sensibilità ecologica moderna, con la sua particolare attenzione alla natura; la critica alla società della tecnica e del profitto trova, nelle sue pagine, prima ancora che in Marx, parole profetiche. “Può un leader di sinistra, oggi, ignorare questi valori?” Ripeto la domanda del vecchio militante incontrato all’edicola perché la ritengo essenziale.

Essere di sinistra significa, anche, non ignorare le radici e le ragioni per le quali si sono combattute – per decenni – certe battaglie. Le idee vanno adeguate ai tempi. Vero. E non è più l’epoca delle lotte per “l’abolizione della proprietà privata”. Ciò detto chiediamoci, però, se spingere il revisionismo oltre certi limiti, fino a sostituire l’ambiente, l’ecologia, la natura, la salute dei cittadini – difesi dal “Sì” al referendum – con il petrolio, il profitto e l’interesse dei petrolieri, sia davvero sopportabile. Intendo: sopportabile per un partito che voglia essere (non solo dirsi) di sinistra.
Quando Marx parlava di una società senza classi, senza Stato, senza proprietà privata si muoveva, non c’è dubbio, nei cieli dell’utopia. Con lui Lenin, Gramsci.

Eccetera. La modernità ha superato queste tesi. Deve abbandonare (anche) l’idea di un mondo più equo e solidale che esse esprimevano? La domanda – di giustizia, natura, compatibilità ambientale: Marx e Rousseau – era valida, le risposte sbagliate. La sinistra non può ignorarlo. Nel referendum sulle trivelle, domenica, ciò significa: votare “Sì”, per un mondo ecocompatibile e solidale. Perché la “logica del profitto” non è il solo modo di guardare il mondo. Non il modo in cui la sinistra deve pensare il mondo. Questo ho letto nelle parole dei vecchi militanti davanti all’edicola, ieri.

Referendum trivelle: Vaticano e l’intesa con i vescovi per la campagna in prima linea sul tema del petrolio

È il classico effetto non previsto: il referendum contro le trivelle in mare ha già riempito l’ennesimo prontuario per interpretare i rapporti fra il Vaticano di Jorge Mario Bergoglio e la Conferenza episcopale italiana. Anche un’affermazione all’apparenza convenzionale può assumere un significato interessante: “Per l’argomento referendum si esprime la Cei. Il Vaticano non interviene in questioni italiane”, fa sapere monsignor Giovanni Angelo Becciu, il sostituto per gli Affari generali in segreteria di Stato, l’arcivescovo sardo di Pattada che ogni sera fa visita a papa Francesco.

I vescovi italiani, già un mese fa, a margine di un consiglio permanente, sono intervenuti appunto – per decifrare Becciu – per chiedere una discussione fra i cattolici. Altro che astensione per sgonfiare la consultazione “pretestuosa” (cit. Giorgio Napolitano) e “bufala” (cit. Matteo Renzi). La Santa Sede non ha interferito nell’azione dei vescovi per due motivi: per rispettare l’autonomia della Cei e anche – spiegano fonti qualificate – perché condivide le strategie di monsignor Nunzio Galantino.

In più di un’occasione l’arcivescovo Galantino, il segretario generale, ha ripetuto un concetto: non vi suggeriamo di sbarrare la casella Sì o No sulla scheda, ma vi sproniamo ad affrontare la vicenda. Per inciso: a votare informati.

La Conferenza episcopale s’è mobilitata, soprattutto a livello locale, in Puglia, Molise, Calabria, Sicilia: dibattiti, preghiere, digiuni, cortei, persino una manifestazione in piazza San Pietro. E il quotidiano Avvenire, di proprietà dei vescovi, ha dedicato le pagine di primo sfoglio al referendum. I vescovi Filippo Santoro (Taranto), Giancarlo Bregantini (Campobasso), Vincenzo Bertolone (Catanzaro), fra i più attivi, si sono spinti oltre il semplice richiamo alle coscienze individuali.

S’è tornati quasi a una Chiesa che fa campagna elettorale. Questa Cei che incita al dialogo sulle trivelle non è la stessa Cei che ha pressato e senz’altro condizionato il governo e la politica sulla legge per le unioni civili. Allora c’era il cardinale Angelo Bagnasco, il presidente in uscita, reduce di una stagione distante dal pontificato di Francesco, a lanciare anatemi verso gli eretici del Parlamento sotto la regia di Camillo Ruini.

Adesso c’è Galantino, nominato in Cei da Bergoglio per bonificare un territorio ancora ispido e in perenne contesa fra riformatori e reazionari, a sorvegliare sui vescovi che s’infervorano per le trivelle. Il comportamento di Galantino non è uno sgarbo a palazzo Chigi: è un attestato di fedeltà al papa e, di riflesso, ai principi – ideali e dogmatici – di un pontificato carismatico. Il segretario generale dei vescovi, dunque, ha menzionato l’enciclica Laudato si’ e l’impegno di Bergoglio nel sollecitare il mondo a reperire energia pulita, a ridurre l’impatto del petrolio.

Non sorprende l’impalpabile posizione di Bagnasco: il dilemma trivelle non l’appassiona, degrada a evento minore lo sforzo dei vescovi, preferisce non svelare neppure se andrà ai seggi. Il Vaticano ha delegato ai vescovi la gestione del referendum di domani, ma i media ufficiali non hanno ignorato l’appuntamento com’è avvenuto, al contrario, nei telegiornali italiani e nei canali del servizio pubblico. La Chiesa non ha costituito un comitato per il (che vuol dire “no trivelle”), anche per tattica chissà, ma non ha eluso le richieste dei cittadini che abitano nelle nove regioni promotrici. È come se la Cei – ragionano in Vaticano – avesse riempito il vuoto provocato dal governo e dai partiti che invocano l’astensione. Stavolta il Vaticano non ha sconfessato i vescovi. È già un successo.

da Il Fatto Quotidiano del 16 aprile 2016

Sangue infetto, ministero della Salute condannato a risarcire ex trasfuso con 580mila euro

Alla fine degli anni ’70 si era sottoposto ad alcune trasfusioni di sangue, poi nel 2009 aveva scoperto di essersi ammalato di Epatite C. Dopo aver fatto causa al ministero della Salute ha quindi ottenuto che un giudice dichiarasse l’esistenza del nesso di causa effetto tra la patologia contratta e le trasfusioni che aveva subito. Il tribunale di Caltanissetta, infatti, ha riconosciuto il danno biologico ad un uomo che alla fine degli anni ’70 aveva subito alcune trasfusioni di sangue in un ospedale della provincia di Enna: secondo i giudici è a causa di quelle trasfusioni se il paziente ha contratto la patologia epatica. Per questo motivo, alla fine di un processo cominciato nel 2013, la corte ha condannato il ministero della Salute ad un risarcimento di 580mila euro.

“Il tribunale ha maggiorato l’importo poiché l’uomo, oltre al danno biologico, patisce – come si legge nella sentenza – gravi pregiudizi, derivanti dalle ripercussioni negative alla propria vita di relazione; dal disagio e dalla depressione conseguenti la malattia epatica; dalle patite limitazioni nelle cure di altre patologie che l’affliggono; dalla verosimile circostanza che in futuro andrà incontro ad un netto peggioramento delle condizioni di salute: fattore che, certamente, darà luogo ad una ulteriore ed accentuata sofferenza psichica”, spiega l’avvocato Silvio Vignera, legale dell’Associazione a Tutela degli Epatopatici e Malati.

Già lo scorso 14 gennaio la Corte europea dei diritti umani aveva condannato lo Stato italiano a risarcire 350 cittadini: avevano subito trasfusioni di sangue durante un ciclo di cure ed erano stati infetti dal virus dell’Aids, dell’Epatite B e C. I risarcimenti imposti dai giudici di Strasburgo al nostro Paese superano i dieci milioni di euro, e devono indennizzare 350 cittadini italiani nati tra il 1921 e il 1993. A loro, la Corte ha riconosciuto il diritto all’indennizzo amministrativo, previsto dalla legge, dato che il nesso di causalità tra la trasfusione e la contaminazione era già stato dimostrato in diversi processi civili contro il ministero della Salute.

Lo scandalo del cosiddetto “sangue infetto” scoppia in Italia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, quando si scopre che alcune aziende farmaceutiche hanno commercializzato nel nostro Paese flaconi di emoderivati contaminati. Era, in pratica, sangue ottenuto volontariamente da soggetti a rischio (detenuti, tossicodipendenti), molto più economico per le case farmaceutiche, che riuscivano poi a piazzare i prodotti infetti sul mercato dopo aver pressato politici e funzionari pubblici. Il risultato – secondo le associazioni delle vittime del sangue infetto – è che decine di migliaia di persone sono state contaminate negli anni da virus mortali (come appunto l’Aids), soprattutto talassemici, che dovevano sottoporsi periodicamente a trasfusioni di sangue: altissimi i numeri di chi è già deceduto, mentre sono 25mila i pazienti che hanno ottenuto una sentenza favorevole all’esistenza del nesso di causa effetto tra le trasfusioni e i virus contratti. Nel frattempo è ancora in corso a Napoli l’unico processo penale scaturito dallo scandalo del sangue infetto: dopo vent’anni d’indagini è cominciato soltanto nel novembre del 2015. Alla sbarra, accusati di omicidio colposo plurimo, ci sono il potente imprenditore farmaceutico Guelfo Marcucci (che, però, nel frattempo è deceduto nel dicembre del 2015), e Duilio Poggiolini, l’ex direttore del servizio farmaceutico del ministero della Salute, uno dei principali imputati di Tangentopoli.

Roma, far west ad Anzio: spari nella notte da una moto contro una casa. Arrestato un ventenne

Almeno cinque colpi di pistola esplosi contro un’abitazione. L’episodio è avvenuto ad Anzio, in provincia di Roma, nella notte tra il 13 e il 14 aprile, poco dopo le 4. I carabinieri hanno individuato chi ha fatto fuoco: si tratta di un 20enne della zona, noto alle forze dell’ordine, che è stato arrestato. Il giovane era a bordo di una moto, condotta da un’altra persona che al momento è in corso di identificazione. Da una distanza di circa dieci metri sono partiti gli spari verso la finestra che dà sulla camera da letto, dove non c’era nessuno. Secondo quanto riferito dagli investigatori – vista anche la traiettoria dei proiettili – solo per un caso non ci sono stati feriti. Infatti, chi in quel momento era in casa dormiva in un’altra stanza. Nell’appartamento vive un soggetto che ha dei precedenti. Le indagini stanno andando avanti a trecentosessanta gradi e, tra le varie ipotesi, non è esclusa quella di un regolamento di conti. Il ventenne, ora nel carcere di Velletri, è stato trovato in possesso di una Beretta calibro 7,65 perfettamente funzionante e con colpo in canna. L’arma è risultata rubata a febbraio, nel Frusinate

Genova, nel canile lager: l’orrore dei pitbull segregati e drogati per combattere

Organizzavano combattimenti tra cani. Per questo la polizia di Genova e Imperia ha denunciato cinque persone (quattro uomini e una donna). Tra questi c’è un imprenditore genovese di 33 anni. L’indagine è partita da una confidenza sull’imprenditore, proprietario di tre pitbull: si diceva che potesse allenarli per farli combattere. Gli investigatori hanno scoperto che uno di questi era tenuto sempre segregato per aumentarne l’aggressività. Gli agenti hanno seguito l’imprenditore che si è recato in una villa in provincia di Pavia dove ha incontrato altre 4 persone con i loro cani. I poliziotti hanno fatto irruzione, i cinque hanno abbandonato i cani tentando la fuga, ma sono stati bloccati ed è stato individuato un vero e proprio allevamento abusivo, con circa 40 cani pitbull, dogo argentino e American Staffordshire Terrier, quasi tutti privi di micro-chip. Le perquisizioni nelle abitazioni dei denunciati hanno fatto scoprire anche altri cani e numerosi medicinali anche dopanti