Volo estremo, italiana con GoPro e tuta alare salta dall’elicottero sul vulcano cileno Villarrica

Nuova impresa per la modella e campionessa italiana di paracadutismo sportivo Roberta Mancino: indossati la tuta alare e il caschetto con su montata la GoPro, è saltata dall’elicottero a oltre 4 km di altezza per volare sul vulcano Villarrica che si trova in Cile ed è attivo. Dopo anni di preparazione a questo volo estremo, il risultato è strabiliante

Parco Valentino, ecco tutti i modelli del salone all’aperto di Torino – FOTO

di | 10 giugno 2016
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Matteo Renzi e il bon ton del lanciafiamme

C’è chi l’ha preso bene, l’esito del voto amministrativo di domenica scorsa, e, con parole alate, pacate, prive di insulti, come piace a noi, piano piano, sottovoce, commenta la politica. E che bon ton, che classe. Che gentilezza. Altro che quegli altri, i barbari, i maleducati, i ‘Malpassotu’ della politica, i tontoloni, i burattini o ex burattini che si levano le orecchie d’asino. E basta poi con la politica e la rete trasformate in latrine pubbliche dove il primo che arriva scrive sulle pareti le sue porcherie! Che diamine, signora mia, un briciolo di contegno! Il filosofo Jacques Derrida, analizzando il significato della parola ‘canaglia’, scriveva che “la democrazia, la democratizzazione verranno sempre associati alla licenza, alla troppa-libertà, al libertinaggio, al liberalismo, addirittura alla perversione e alla delinquenza, alla colpa, alla trasgressione alla legge”.

Certo, i toni sono alti, ma come non ricordare che l’invito ad abbassarli ha, nella recente vita del parlamento repubblicano, coinciso con l’invito a non sollevare obiezioni, a non essere “divisivi”? Come se “partito” non fosse parola legata a doppio filo alla divisione, a cui deve l’etimologia: partito, cioè diviso. “Abbassate i toni, non siate divisivi” ha significato, nella Terza Repubblica in cui ci troviamo almeno dal 2011, non siate partigiani, poiché non si deve prendere parte, ma occorre uno spirito unitario in nome del paese (e chi non se la ricorda la retorica dei “salva Italia”?). E così le grandi intese, i partiti della nazione, l’apertura al centro, il governo con la destra, la maggioranza parlamentare con gli ex sodali di Silvio Berlusconi.

Amore per il paese, amore per l’ex avversario, amore ovunque. E sobrietà. A Palazzo Chigi si era insediato il “genero ideale”, quello che secondo la Süddeutsche Zeitung parlava poco e vestiva in modo banale, “sobrio”. Vero è che l’Italia degli ultimi due decenni ne ha viste di cotte e di crude: il dito medio alzato, il rutto assurto a comunicazione politica, le pizzette con lo champagne, la mortadella e la spigola, l’evocazione continua di porci, vajasse, mignotte e utilizzatori finali. Quando è arrivato Monti, tutti ci siamo sentiti un po’ inferiori, come sorpresi con le dita nel naso. Non urlava non strepitava e non teneva le segretarie sulle ginocchia, non diceva della Merkel che è una “culona inchiavabile”. Adesso ci sentiamo già più sollevati. In effetti la maleducazione è brutta a vedersi e a sentirsi, mettere i piedi nel piatto non è da ladies and gentlemen, bisogna darsi un tono, urbanizzarsi. E non scherzo: è tutto vero. Occorre mettersi la cravatta, avere rispetto per le istituzioni, adempiere al proprio compito con disciplina e onore.

Eppure c’è qualcosa di sinistro nel mantra del bon ton. La storica Luisa Tasca  in uno studio sui galatei dell’Ottocento scrive: “essi fornirono alle élites schemi per ordinare il corpo sociale secondo modelli più gerarchici che democratici, più classisti che abilitanti alla mobilità sociale, più disciplinanti che non fiduciosi nel libero protagonismo della società civile”. Il grande teorico russo della letteratura Michail Bachtin ricordava che “Per essere beneducati bisogna: non mettere i gomiti sulla tavola, camminare senza fare sporgere le scapole e senza ancheggiare, tenere in dentro il ventre, mangiare senza far rumore, non soffiare, non sbuffare, tenere la bocca chiusa, ecc., cioè tappare e limitare il corpo in ogni maniera, smussare i suoi spigoli”.

Bachtin esaltava il valore contestativo del carnevale alla Rabelais: il basso corporeo che serve ad annunciare un mondo nuovo, rovesciato, in cui le volpi dicono messa, gli asini cavalcano gli uomini e i buoi macellano i beccai, in cui la merda e i peti servono a descrivere un mondo capovolto che rinasce. Disciplinare quel mondo significava reprimere il corpo e con esso il valore rivoluzionario che esso aveva nei confronti del potere costituito (la Chiesa in primis, ma anche il potere politico). Ma la malacreanza la stabilisce sempre chi ha il potere di decidere. Dunque fate la riverenza, bambini. Fate l’inchino. E aspettate, asini, idiotine, fatine, burattini, co.co.pro., lupe della Garbatella, carucce, orecchie a sventola, gufi, rosiconi, paperini, improvvisati: aspettate che arrivi qualche scout mannaro con il lanciafiamme a darvi un’arrostita. Ma gentilmente, pacatamente, come piace a noi…

 

Cina, donna picchiata e rinchiusa nel bagagliaio dell’auto: a intervenire solo una ragazza

Il video mostra il pestaggio in Cina di uomo ai danni di una donna in un’area di servizio. Solo una ragazza prova a intervenire, ma viene allontanata dall’aggressore. Fino a che quest’ultimo riesce, addirittura, a chiudere la povera malcapitata nel bagagliaio dell’auto. Il filmato è stato pubblicato sugli online inglesi e si sta cercando di verificare la data dle fatto e l’identità delle persone coinvolte

Voucher lavoro, passate le elezioni governo vara il decreto rimandato. Passa solidarietà espansiva chiesta da Telecom

Passate le elezioni amministrative, il timore degli attacchi di opposizioni e sindacati è archiviato. Così venerdì il governo Renzi ha dato il via libera preliminare al decreto con la stretta sull’utilizzo dei voucher lavoro in una versione identica a quella che il 31 maggio era stata giudicata troppo soft e quindi passibile di critiche. Il testo punta, sulla carta, a rendere pienamente tracciabili i buoni da 10 euro con cui in teoria dovrebbero essere pagate solo prestazioni occasionali ma che in pratica sono diventati l’unica fonte di reddito per il 37% delle persone che li ricevono. E il cui utilizzo nel 2015 ha fatto segnare un incremento (+66%) tale da far dire al presidente dell’Inps Tito Boeri che si tratta della “nuova frontiera del precariato“. 

Il cdm ha approvato anche altre correzioni ai decreti attuativi del Jobs Act: tra il resto, passano le norme sui contratti di solidarietà espansiva care a Telecom, che dall’anno scorso rimanda le assunzioni promesse e minaccia esuberi in attesa dello sblocco di fondi pubblici per finanziare questa misura. Chi ha un sussidio di disoccupazione (Naspi) potrà poi lavorare senza perdere l’indennità se guadagna meno di 8.000 euro annui. “Lo stato di disoccupazione – si legge nel comunicato del governo – è compatibile con lo svolgimento di rapporti di lavoro, autonomo o subordinato, dai quali il lavoratore ricava redditi di ammontare esiguo, tali da non superare la misura del reddito c.d. non imponibile”.

Comunicazione obbligatoria 60 minuti prima dell’inizio della prestazione a voucher – La prima modifica alle norme oggi in vigore, spiega la nota della presidenza del Consiglio, prevede che i committenti imprenditori non agricoli o professionisti che ricorrono a prestazioni di lavoro accessorio sono tenuti, almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione di lavoro accessorio, a comunicare alla sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro, mediante sms o posta elettronica, i dati anagrafici o il codice fiscale del lavoratore, il luogo e la durata della prestazione. Maglie più larghe per gli imprenditori agricoli, che possono comunicare i dati “con riferimento ad un arco temporale non superiore a 7 giorni”. In caso di violazione è prevista una sanzione amministrativa da 400 a 2.400 euro per ciascun lavoratore per cui è stata omessa la comunicazione.

Maglie più larghe per l’agricoltura – Il settore agricolo non solo gode di maggiore flessibilità sui tempi delle comunicazione ma non dovrà rispettare il tetto massimo di 2mila euro a committente pagabili con i voucher in quanto l’utilizzo del lavoro accessorio in agricoltura è già soggetto, oltre al limite generale dei 7.000 euro per lavoratore, anche ad ulteriori paletti secondo i quali in agricoltura il lavoro accessorio è utilizzabile stagionalmente da parte di pensionati e studenti con meno di 25 anni o in qualunque periodo dell’anno se universitari e per le attività agricole presso piccoli produttori con un volume d’affari non superiore a 7.000 euro.

Via libera alla solidarietà chiesta da Telecom – Il cdm ha anche detto sì alla possibilità di trasformare i contratti di solidarietà difensiva che prevedono una riduzione dell’orario di lavoro per evitare licenziamenti in contratti di solidarietà espansiva, nei quali la riduzione di orario è finalizzata a nuove assunzioni a condizione che il taglio complessivo dell’orario non sia superiore a quello già concordato. Un intervento che Telecom dall’anno scorso chiede a gran voce, facendo pressing sul governo perché finanzi la necessaria riduzione contributiva. La trasformazione può riguardare i contratti di solidarietà difensivi in corso da almeno 12 mesi e quelli stipulati prima del primo gennaio 2016, a prescindere dal fatto che siano in corso da dodici mesi o meno. Ai lavoratori spetta un trattamento di integrazione salariale di importo pari al 50% di quella prevista prima della trasformazione del contratto e il datore di lavoro deve metterci il necessario a raggiungere la misura dell’integrazione salariale originaria. L’integrazione a carico del datore di lavoro non è imponibile ai fini previdenziali e i lavoratori beneficiano dell’accredito contributivo figurativo. Le quote di trattamento di fine rapporto relative alla retribuzione persa maturate durante il periodo di solidarietà restano a carico della gestione previdenziale e la contribuzione addizionale a carico del datore di lavoro viene ridotta del 50%.

Infine, a tutto vantaggio dell’ex monopolista delle tlc, si stabilisce che “per gli accordi conclusi e sottoscritti in sede governativa entro il 31 luglio 2015, riguardanti imprese di rilevante interesse strategico per l’economia nazionale” – vedi Telecom – possa essere concessa a domanda e con decreto interministeriale la “reiterazione della riduzione contributiva per la durata stabilita dalla commissione istituita presso la presidenza del Consiglio dei Ministri e comunque entro il limite di 24 mesi“.

Tecnostress, dipendenza e ipnosi: tutti i rischi del lavoro tecnologico

Tutti gli schermi sono ipnotici. Ad esempio la televisione. Avrete sicuramente notato, almeno una volta nella vita, che quando una persona guarda un film o una partita di calcio con totale partecipazione emotiva, sembra assorto in uno stato di trance e non si accorge di voi se gli state rivolgendo la parola. La stessa cosa accade con gli schermi digitali connessi a internet: computer, smartphone e tablet. Cinque minuti di navigazione in Rete possono diventare un’ora: l’attenzione è magnetizzata dal flusso informativo e spesso diventa difficile staccarsi dal monitor. Ci sono poi ricerche che hanno dimostrato che lo smartphone può favorire la sindrome da “blackberry fantasma” (i primi studi risalgono infatti al 2006 quando ancora il Blackberry era il cellulare preferito dei manager). In pratica, si è notato che alcuni soggetti che vivono in simbiosi con il proprio telefono cellulare, addirittura lo sentono squillare anche quando lo hanno dimenticato a casa. In pratica, creano mentalmente un suono che non esiste. Inoltre, gli schermi possono favorire la dipendenza psicologica verso lo strumento stesso che veicola le informazioni. Come è possibile?

Le motivazioni sono varie. Nei miei corsi per la prevenzione del rischio Tecnostress nell’infolavoro dico spesso che la mente stessa è uno schermo che incanta. E se non siamo consapevoli di come funziona le mente, cadiamo in uno stato di autoipnosi. Quindi è molto importante sviluppare la “presenza presso se stessi”, quella che gli orientali raggiungono attraverso la meditazione. Ma gli schermi sono ipnotici anche per altri motivi. Esiste infatti anche una causa psico-ancestrale. Ad esempio, ogni volta che i nostri occhi guardano qualcosa che si muove, l’attenzione si focalizza in un punto. È una questione di sopravvivenza. Se fossimo in una foresta e un gruppo di foglie si muovesse all’improvviso, saremmo spinti ad allertare la nostra attenzione perché potrebbe esserci un pericolo in agguato (magari un animale aggressivo) e quindi dovremmo escludere dal nostro campo visivo e uditivo ogni altro interesse. Gli occhi si lasciano infatti incantare da tutto ciò che si muove velocemente. Lo sanno bene gli sceneggiatori di prodotti per tv e cinema, che spesso assegnano solo pochi secondi alle varie scene, perché in questo modo il ritmo dell’attenzione rimane alto. Un’inquadratura troppo statica invece annoia e il telespettatore è portato a cambiare canale.

L’ipnosi da schermo può favorire, però, l’insorgere del Tecnostress nell’infolavoro. Se siamo indotti a trascorrere molte ore con i monitori connessi a Internet ci esponiamo al rischio di problemi alla salute. Ad esempio, mal di testa, ipertensione, perdita momentanea di memoria, attacchi di panico: sono solo alcuni dei sintomi più comuni del Tecnostress, che Inail considera una malattia professionale “non tabellata” il cui onere della prova spetta al lavoratore, in caso di azione legale verso la propria azienda per ottenere il risarcimento della danno all’integrità psicofisica. Purtroppo, con l’avvento delle nuove tecnologie di connessione dati e dell’infomarketing, la salute dei lavoratori digitali (anche di noi giornalisti) è in serio pericolo. Nei casi gravi si possono verificare anche stati momentanei di perdita di controllo associata all'”Internet addiction disorder (Internet dipendenza)In tal senso, ha raccontato la sua esperienza al quotidiano The Guardian, il regista Jason Russel, autore del video diventato super virale (più di 100 milioni di visualizzazioni realizzate nel giro di pochi mesi), “Kony 2012” (un filmato di 30 minuti creato allo scopo di promuovere la campagna umanitaria denominata “Stop Kony”, con l’obiettivo di far catturare il criminale di guerra ugandese Joseph Kony entro la fine del 2012, ndr).

Per chi lavora con la internet information e con i devices digitali mobili è dunque importante comprendere come gli schermi possono indurre stati di ipnosi, dipendenza e mettere in pericolo la salute. Per la prima volta, insieme a esperti di ipnosi e psicologia di livello internazionale, ne parlerò al Congresso mondiale di ipnosi, che si terrà a Roma dal 17 al 19 giugno (qui trovate il programma completo), illustrando anche le soluzioni per la prevenzione questo rischio. La più importante tra tutte? La pratica della meditazione, associata alla respirazione consapevole nel momento presente, che da millenni in India chiamano Vipassana.

Il Giornale distribuisce il Mein Kampf di Hitler. Comunità ebraiche: ‘Fatto squallido’. Sallusti: ‘Non è tabù’

Fa discutere la scelta de Il Giornale di allegare il Mein Kampf di Adolf Hitler all’edizione del quotidiano di domani, sabato 11 giugno. Lo scritto del Führer, presentato nell’edizione critica curata dallo storico Francesco Perfetti, verrà infatti distribuito gratuitamente a tutti quei lettori che decideranno di acquistare, assieme al giornale, il primo degli otto volumi che il quotidiano dedica al nazismo, “Hitler e il Terzo Reich” di William Shirer.

“Un fatto squallido“, l’ha definito in una nota Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche, che ha aggiunto: “E’ lontano anni luce da qualsiasi logica di studio e approfondimento della Shoah e dei diversi fattori che portarono l’umanità intera a sprofondare in un baratro senza fine di odio, morte e violenza. Bisogna dirlo con chiarezza, l’operazione del Giornale è indecente. E bisogna soprattutto che a dirlo sia chi è chiamato a vigilare e a intervenire sul comportamento deontologico dei giornalisti italiani“.

Non si è fatta attendere la replica del direttore Alessandro Sallusti, che così ha motivato la scelta editoriale: “Per capire com’è potuto nascere il male assoluto bisogna andare alla fonte e non aver paura di storicizzare le tragedie del Novecento. Non avrei problemi, per dire, a pubblicare anche il Libretto rosso di Mao. Lo studio del Novecento ha avuto come tabù proprio il nazismo, come se la storia fosse finita lì. Ma la prima regola è conoscere ciò di cui parliamo e questo libro, che ha cambiato la storia dell’Europa e dell’Occidente, non a caso viene presentato nell’edizione critica curata da uno storico di vaglia come Francesco Perfetti”.

L’iniziativa ha un immediato precedente in Germania dove, a inizio anno, sono scaduti i diritti di proprietà intellettuali sul libro (fino a quel momento in possesso del ministero delle Finanze del Land della Baviera) e un’edizione critica è stata pubblicata dall’Istituto di storia contemporanea di Monaco di Baviera: un editore “non certo sospettabile di simpatie filo naziste” ha sottolineato Sallusti, che ha rilevato come l’iniziativa in Germania abbia avuto “anche il beneplacito della comunità ebraica” e un ministro ne abbia anche proposto lo studio nelle scuole. “Indubbiamente – ha ammesso – un certo effetto lo fa, ma è il libro che ha fatto effetto e non credo nessuno possa pensare, se non nel caso di palese strumentalizzazione, ad un’operazione di ‘propaganda’ che sarebbe contro la storia stessa del Giornale: basterà seguire la guida di Perfetti per capire la portata culturale dell’operazione”.

Ttip: sigarette e profitti contro la salute dei cittadini – III

Eccoci al terzo post, realizzato con Riccardo Facchini, per analizzare uno degli aspetti che ha maggiormente destato indignazione all’interno del dibattito sul Ttip, cioè di come nei trattati internazionali vi siano clausole che prevedono la possibilità, per le aziende multinazionali, di citare in giudizio gli Stati qualora questi adottino politiche o normative che ledano i loro interessi economici. Tali clausole, denominate Isds (Investor-State Dispute Settlement) prevedono che a decidere in maniera inappellabile siano tribunali arbitrali privati o istituiti da grandi organizzazioni internazionali. Proprio ad una di tali clausole, contenute nel trattato bilaterale sugli investimenti tra Svizzera ed Uruguay, ha fatto ricorso la grande azienda del tabacco, Philip Morris, quando, nel 2010, ha avviato in seno all’Icsid (International Centre for Settlement of Investment Disputes, istituzione della Banca Mondiale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti diretti esteri) un procedimento arbitrale avverso all’Uruguay, a causa della sua legislazione anti-fumo.

Facciamo un passo indietro. Nel 2008, l’Uruguay approva una legge per il progressivo abbattimento del numero di fumatori, attraverso misure per il divieto di vendita di versioni di prodotto differenti da parte della stessa azienda produttrice, la copertura dell’80% della superficie dei pacchetti di sigarette con immagini e messaggi che mettono in guardia dai rischi del fumo, l’incremento delle accise sul tabacco, il divieto di pubblicizzare le sigarette sui media, il divieto di sponsorizzazione delle manifestazioni sportive da parte delle aziende del settore, il divieto di fumo in luoghi pubblici quali uffici, bar, ristoranti, discoteche e il lancio di una campagna di sensibilizzazione.

Philip Morris (che produce anche in Uruguay) accusa lo Stato uruguayano di aver compromesso il valore del proprio marchio e di provocare perdite nella filiale uruguayana, violando il trattato bilaterale sottoscritto nel 1988 con la Svizzera. Sebbene quest’ultimo preveda la possibilità dei paesi firmatari di impedire lo svolgimento, sul proprio territorio, di attività economiche che possano andare a detrimento della salute pubblica, l’azienda ritiene che alcune previsioni del trattato siano da interpretarsi nel senso che, una volta autorizzata l’attività economica di un determinato attore all’interno del proprio territorio, lo stato non possa più opporvisi.

In attesa di vedere come si concluderà la diatriba con l’Uruguay, lo stato australiano ha vinto, nel dicembre 2015, un analogo processo arbitrale con il medesimo gigante del tabacco. Anche qui, il contenzioso era un provvedimento normativo del 2011, con cui il legislatore ha previsto vincoli stringenti ai pacchetti di sigarette, tra cui restrizioni all’utilizzo dei marchi commerciali e ai colori da utilizzare e l’obbligo di riportare messaggi sui pericoli del fumo. Il ricorso della Philip Morris al tribunale arbitrale istituito in seno all’Icsid si è fondato, anche in questo caso, sull’asserito danno al proprio marchio, tutelato dagli articoli sulla proprietà intellettuale previsti dal trattato bilaterale sugli investimenti siglato tra Australia ed Hong Kong nel 1993.

Il tribunale arbitrale ha ritenuto tuttavia che, nel caso specifico, le misure assunte dallo stato australiano non siano assoggettabili alle previsioni di tale trattato, avendo Philip Morris effettuato una ristrutturazione societaria presumibilmente finalizzata a porre la propria attività sotto la tutela del trattato con Hong Kong quando era ormai già prevedibile l’emanazione della nuova legge. Da rilevarsi, dunque, che nella sentenza non sono state addotte considerazioni di carattere etico”, bensì soltanto la “malafede” della multinazionale del tabacco, una considerazione che potrebbe essere valida per un qualsiasi contratto tra privati. Non è dunque affatto scontato che la sentenza che riguarderà l’analogo caso dell’Uruguay vada nello stesso verso.

L’interesse di un paese a tutelare la salute pubblica dei propri cittadini contro l’interesse economico di un grande attore multinazionale. Il rischio è che il fatto che delle multinazionali possano citare in giudizio lo stato per una nuova normativa a tutela dei cittadini che lede i loro interessi, può in qualche misura rendere più “prudenti” i legislatori di tutto il mondo nell’adottare normative coraggiose. È importante che i trattati sugli investimenti diretti esteri, come il Ttip, prevedano in maniera chiara ed inequivocabile che la salute dei cittadini e la tutela dell’ambiente sono beni irrinunciabili, che dovranno essere anteposti a qualunque interesse particolare di attori economici transnazionali, senza alcuna limitazione. Ecco perché è fondamentale che la società civile abbia voce in capitolo nella definizione del testo del trattato in corso di negoziazione.

Insegnate alle vostre figlie a cambiare una gomma

Era una mattina come le altre, solo appena più caotica e l’orologio segnava quasi le otto. Per affrettare la manovra di consegna a scuola di bambina #1 ho sterzato verso l’altra parte della carreggiata attaccando il marciapiede con la gomma anteriore sinistra a velocità di rally. Il tonfo è stato epico. Nello scendere dalla macchina ho sentito un rumore, di quelli da cantiere edile, ma intorno non ce n’erano. Ho presto realizzato con sgomento che il sibilo nell’aria proveniva dalla ruota della mia macchina. In meno di un minuto la gomma era completamente a terra. Squarciata. Era lunedì e avevo cambiato tutte e quattro le gomme il venerdì prima. Odio i lunedìLa figlia più grande si scompisciava dalle risate trasformando il mio disastro nell’evento più esilarante dopo il video del Pulcino Pio. Nel frattempo avevo già in mano il telefono per chiamare mio marito e farlo venire in centro a cambiare la gomma. Non era la prima volta che mi avventavo con irruenza sul bordo di un marciapiede eppure stavolta mi sono sentita come quelle damine dell’ottocento incapaci di reggere notizie sconvolgenti e bisognose dei sali.

A quarant’anni suonati non sapevo ancora cambiare una gomma…

In fondo non stiamo parlando di un corso di laurea in ingegneria meccanica e cambiare una gomma è – se si è disposti a sporcarsi un po’ le mani – un intervento semplice alla portata di tutti. Il fatto di dover dipendere da mio marito, di non poter essere padrona del momento, mi ha aperto un mondo. Nessuno – mio padre in primis – me l’aveva insegnato ma il vero motivo dipendeva da me, ero stata io a non volerlo imparare.

Quante cose, di consolidato appannaggio maschile, non avevo voluto capire nel corso della mia vita?

Ho fatto un rapido conto e nella lista comparivano le classiche attività che le donne affidano ai compagni un po’ per pigrizia o comodità. Nonostante mi piaccia vedermi come una donna indipendente, ci sono mansioni che spesso e volentieri delego a mio marito anche se potrei benissimo farle anch’io. Se c’è un corto circuito, una lampadina da cambiare, un tubo che perde, un buco nel muro da fare, è lui a prendere in mano gli attrezzi. Il numero degli elettricisti, idraulici, meccanici o muratori donna si contano veramente sulle dita di una mano, ma non è un buon motivo per non imparare i rudimenti ed essere in grado di controllare il livello dell’olio nella macchina, cambiare una guarnizione o prendere in mano un trapano. Se vogliamo parlare di parità più spiccia (tralasciando tematiche oggettivamente più importanti come lavoro e salario) dobbiamo cominciare a crearci un’autonomia in quegli ambiti che fino ad oggi ci conveniva demandare ad altri. Gli uomini hanno già cominciato da un pezzo, stanno con piacere dietro ai fornelli, governano la casa e si occupano dei figli. Lo fanno e pure bene.

Le ragazze di oggi non devono aspettare l’arrivo del principe azzurro con in mano i ferri del mestiere. In questi mesi sta riscuotendo grande successo la collana argentina delle Antiprincipesse, libri per bambini che hanno per protagoniste figure femminili rivoluzionarie e indipendenti. La prima donna è Frida Kahlo. Personaggi tanto controcorrente quanto lo sarebbe ai giorni nostri vedere sul ciglio della strada una donna, magari coi tacchi, che in un paio di mosse solleva l’auto con il crick.

Domani mattina abbiamo un appuntamento: mio marito ci insegnerà a cambiare una gomma. La scuola è finita, io e le mie figlie ci sporcheremo le mani.Certe lezioni vanno bene a tutte le età.