di Tito Borsa

Poco più di un anno fa gli elettori del Pd hanno sfidato la classe dirigente del partito eleggendo Elly Schlein alla segreteria. Sembrava l’inizio di una stagione nuova per il maggior partito di centrosinistra in Italia, sembrava davvero che potesse essere l’inizio di qualcosa di diverso da quel centrismo che aveva caratterizzato il Pd sin dalla sua fondazione.

Personalmente, da persona che non ha mai votato Pd in vita sua, accolsi l’elezione di Schlein con una buona dose di pessimismo: la nuova segretaria sarebbe riuscita a cambiare il partito o sarebbe stato il partito a cambiare la segretaria? Oggi, un anno dopo, possiamo dire con una buona dose di certezza che ad aver vinto è stato il Pd, con i suoi cacicchi, le sue proverbiali correnti interne, le sue mele marce e tutta quella retorica che ha allontanato milioni di elettori da quel progetto che, originariamente, era stato pensato per unire i tanti volti della sinistra italiana.

L’ultimo capitolo delle metamorfosi di Elly Schlein è stato l’aut aut pronunciato di fronte alla dirigenza del partito: il suo nome sul simbolo del Pd alle Europee* oppure la sua candidatura in tutti i collegi. Come un Berlusconi qualunque, tanto da meritarsi parole al vetriolo dal padre nobile del Pd Romano Prodi. E il tutto per raccattare, nelle previsioni di Schlein, un misero 1,5% in più con la sua presenza.

Ma il partito aveva iniziato a cambiare la segretaria sin da prima. I cortocircuiti logici erano già presenti al tempo delle primarie per la segreteria: Schlein si era presentata come alternativa al presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, di cui era stata vicepresidente fino a qualche mese prima, quando aveva dovuto dimettersi perché eletta alla Camera. Bizzarro pensare che Schlein potesse essere davvero qualcosa di diverso dal presidente di cui è stata la vice per due anni e mezzo.

Poi c’è la sua posizione sulla guerra tra Russia e Ucraina, riassumibile nella sua frase “L’invio di armi è assolutamente necessario”. Più recenti sono queste sue parole, risalenti al 20 marzo scorso: “Inviare le truppe in Ucraina sarebbe un grande errore. Dobbiamo però certamente sostenere l’Ucraina e isolare la Russia di Putin e aiutare gli ucraini a riappropriarsi di libertà e pace”. Un colpo al cerchio, cioè ai pacifisti, e uno alla botte, alias i tanti che vogliono appoggiare Kiev fino alla distruzione (a dir poco improbabile) di Putin.

Il giornale online ciecamente atlantista Linkiesta a ottobre 2023 titolava “Evviva, Schlein sostiene in modo chiaro la resistenza ucraina”, mentre a gennaio 2024 aveva cambiato idea sulla politica della segretaria dem, con un articolo firmato Yaryna Grusha: “Il Pd di Elly Schlein ha deciso di fare politica sulla pelle di noi ucraini”.

Al di là dei tanti a cui bastano due leadership femminili nella politica italiana per emozionarsi, è abbastanza evidente che Elly Schlein in un anno di segreteria non ha cambiato il partito, ma è stata cambiata dal partito. Dopo le retate che hanno messo in ginocchio il Pd tra Torino e la Puglia ha commentato: “Basta tesseramenti irregolari, estirpiamo il male, via i capibastone e i cacicchi”. E nel frattempo il Pd che Schlein aveva promesso di cambiare è lo stesso Pd che qualche giorno fa è tornato a proporre il finanziamento pubblico ai partiti. Il remake di un film già visto, insomma.

Nonostante le tante speranze nutrite in Schlein (anche in parte da me), è evidente che continui a suonare il requiem del Partito Democratico. Se il governo Meloni è il peggior nemico di se stesso, con le tantissime idiozie che continua a inanellare quasi quotidianamente, dalle parti del Pd non si respira certo quell’aria nuova e propositiva che era stata promessa.

Un partito vittima delle proprie dinamiche interne, una realtà che è impossibile cambiare e che forse andrebbe buttata al macero. Chi lo sa. L’unica certezza è che Elly Schlein voleva cambiare il Pd, ma è il partito ad aver cambiato lei.

*Aggiornamento delle ore 16 – Dopo le polemiche, Elly Schlein ha annunciato che non ci sarà il suo nome nel simbolo del partito.
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