«Provenzano? È morto»
«Per me è morto, ed è morto anche da molti anni», venerdì 31 marzo Palermo si sveglia di soprassalto. In prima pagina de la Repubblica tra le tante notizie sulla campagna elettorale che dieci giorni dopo porterà il Paese alle urne, ce ne è una che sembra segnare la fine di un’epoca. Titolo: «La mafia ha creato un fantasma». Svolgimento: intervista a Salvatore Traina, noto penalista e dal 1985 difensore di Bernardo Provenzano. Nello studio di piazzale Clodio a Roma l’avvocato sostiene il Padrino è defunto e che la sua è «più di una sensazione», anche se, quasi si giustifica, di «fatti concreti non ne può rivelare ma solo perché legato al segreto professionale».

A nulla serve che l’intervistatore gli faccia notare come adesso, dopo le indagini nelle cliniche a Marsiglia, i magistrati abbiano in mano non solo un identikit recente del capo dei capi, ma persino il suo Dna. Traina pare irremovibile. «Tutto quello che sappiamo di Bernardo Provenzano proviene solo e soltanto da voci dall’interno dell’organizzazione criminale. Solo da lì. E da lì evidentemente hanno tutto l’ interesse a fare inseguire un fantasma e coprire i veri capi, lasciarli indisturbati. […]Io credo che abbiano scaricato tutto sulle sue spalle per proteggere ben altri personaggi di quell’organizzazione potentissima che è la mafia siciliana. È un’organizzazione spietata e terribile che non è a dimensione di Bernardo Provenzano. Lui ha sempre avuto una dimensione ben più modesta».

Che cosa intende dire l’avvocato? Se lo chiedono un po’ tutti: detectives, politici, mafiosi. I giornalisti cercano le risposte in procura dove raccolgono un’unanime reazione: «È una notizia assolutamente priva di fondamento. Provenzano è vivo, ne abbiamo le tracce e le prove. Tutto il resto è solo una manovra tendente a chissà che cosa».

Non bisogna essere degli Sherlock Holmes per capire che cosa sta accadendo: quali che fossero le sue intenzioni, le parole di Traina hanno scatenato una reazione a catena. Adesso l’Italia sa che la caccia al capo dei capi è ancora in corso: gli investigatori, seguono «tracce» concrete, analizzano «prove», ragionano su dei fatti precisi.
Già dei fatti, ma quali? si chiede Zio Binu nel suo rifugio di Corleone. Lui finora non si è reso conto di nulla. Degli agenti della Duomo, delle microcamere che rubano i gesti e l’anima ai suoi complici, immagina solo l’esistenza perché è prudente, perché accanto al letto tiene un libricino “L’azione. Tecnica di lotta anticrimine”, scritto dal capitano Ultimo, l’ufficiale che ha arrestato il suo compaesano Totò Riina. Ma la sua non è una certezza: è solo l’inevitabile accettazione di un rischio. E poi tutto da mesi sembra funzionare alla perfezione. Non ci sono stati segnali. Nessun segnale. A parte questo.

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