Dalle pale eoliche ai supermercati: lo sterminato patrimonio (noto) di Matteo Messina Denaro
I miliardi di lire e poi i milioni di euro, passati tra le mani di Matteo Messina Denaro non sono quantificabili. L’ultima inchiesta della Guardia di Finanza, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, ha messo in luce l’ennesimo tassello di un mosaico ancora incompleto. Un tesoretto stimato in 200 milioni di euro, frutto degli investimenti trasversali di un narcotrafficante legato all’ex primula rossa di Cosa Nostra, con immobili e contri correnti sparsi in tutto il mondo.
Un fiume di soldi
Messina Denaro è riuscito nel corso della sua trentennale latitanza ad attingere sempre da nuove risorse economiche, nonostante le numerose operazioni antimafia hanno colpito ripetutamente la sua rete di fiancheggiatori, con sequestri e confische di beni. Se pensiamo che al momento dell’arresto il 13 gennaio 2023, gli investigatori trovano nella disponibilità di u’ Siccu circa 800 mila euro: 500 mila in gioielli e 300 mila in contanti. A Campobello di Mazara (Trapani), il boss ha trascorso l’ultima parte della sua latitanza dorata. A marzo 2025, sono stati sequestrati beni per oltre 3 milioni di euro a Giovanni Luppino, l’autista che ha accompagnato il boss alla visita oncologica alla clinica La Maddalena di Palermo, il giorno dell’arresto.
Condannato a 9 anni e 3 mesi, a Luppino sono stati apposti i sigilli a due società a Campobello di Mazara, che operano nel settore della coltivazione, lavorazione e conservazione di olive, frutta e ortaggi; più altri 7 immobili in provincia di Trapani e 3 conti correnti bancari. A questo si aggiunge il milione e 400 mila euro sequestrato ad altri due fiancheggiatori: la maestra, nonché amante, Laura Bonafede, condannata a 11 anni e 9 mesi, e al geometra Andrea Bonafede, condannato a 14 anni per aver prestato la sua identità al latitante.
Pale eoliche e supermercati
Le campagne del trapanese hanno una peculiarità, sono disseminate di pale eoliche. Un business che sarebbe stato il frutto degli investimenti mirati della primula rossa, per mezzo dell’imprenditore alcamese Vito Nicastri, ribattezzato “il signore del vento”. Quella di Nicastri, scomparso prematuramente a giugno 2024, resta una vicenda giudiziaria molto complessa. Se da una parte è definitiva la confisca del patrimonio per 1,3 miliardi di euro, frutto di 43 tra società e partecipazioni societarie legate al settore della produzione alternativa dell’energia elettrica, 98 beni immobili fra ville e palazzine, terreni e magazzini, 7 fra autovetture, motocicli e imbarcazioni e 66 “disponibilità finanziarie” fra conti correnti, depositi titoli, fondi di investimento e così via. Dall’altra però, Nicastri è risultato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni.
Altro imprenditore riconosciuto contiguo al boss stragista, è Giuseppe Grigoli, il “re dei supermercati”, condannato in via definitiva a 12 anni per associazione mafiosa. A Grigoli sono stati confiscati 700 milioni di euro, a cominciare dalla catena commerciale Despar, che operava nelle province di Trapani, Agrigento e Palermo. Sigilli a 12 società, compreso il Gruppo 6 Gdo, il parco commerciale a Castelvetrano, 220 fabbricati tra palazzine e ville, 133 appezzamenti di terreni, uliveti e vigneti per un totale di 60 ettari. Infine non possiamo non citare il “postino” Domenico ‘Mimmo’ Scimonelli, condannato in via definitiva all’ergastolo e riconosciuto come figura di spicco della famiglia mafiosa di Partanna. Scimonelli è stato uno degli anelli della catena epistolare che portava i pizzini a Messina Denaro. A lui sono stati confiscati beni per 3 milioni di euro, a partire da 8 beni immobili, 4 società, di cui 2 nel settore della compravendita di generi alimentari e bevande, e le altre 2 operanti nel settore agricolo e immobiliare, e 15 tra conti correnti.