Sì anche lei alla fine l’aveva capito. E avevano cominciato a capirlo anche gli investigatori della Duomo. Era Giuseppe Lo Bue, l’uomo giusto: nei suoi pacchi, nelle buste che ritirava in via Colletti, c’erano pantaloni, camicie, maglioni, insomma, la biancheria di ricambio del Padrino. Adesso però bisognava capire a chi li consegnava.
Ci vuole un mese. Il via vai di sacchetti, pacchi e pacchettini si perde sempre o a casa di Calogero, il padre di Giuseppe Lo Bue, o in quella di Carmelo Gariffo suo suocero. Poi, alle 18,21 di sabato 8 marzo 2006, mentre a Vicenza il premier Silvio Berlusconi gioca il tutto per tutto a un convegno della Confindustria e, attaccando frontalmente sinistra e giornali, inizia un’incredibile rimonta elettorale che il 10 aprile lo porterà ad una manciata di voti dalla vittoria, a Corleone i complici di Provenzano commettono un nuovo errore: Calogero Lo Bue carica sulla sua Opel Astra una borsa arancione che gli è stata poco prima data dal figlio. E si fa vedere dagli investigatori.

Non si rende conto di nulla. Con tutta tranquillità l’ex amministratore delle terre dell’onorevole Giuseppe Provenzano, attende che il suo secondo figlio, il più piccolo, faccia manovra. Poi si siede al posto del passeggero e si fa portare in via del Calvario dove, tenendo il sacchetto arancione in mano, sale su un altra auto, una Golf color argento, guidata da un signore anziano.

Via del Calvario, è una stretta striscia di asfalto in salita che taglia in due Corleone. Impossibile seguire qualcuno senza essere notati. Il pedinamento viene interrotto. Ma i poliziotti non si preoccupano, intanto appena cento metri più avanti la strada ne incrocia una seconda. A destra si va a Campofiorito, il comune dove è nato Pino Lipari. A sinistra, ci si dirige verso il bivio per Prizzi, il paese di Masino Cannella e del deputato regionale Giovanni Mercadante. Nelle sterpaglie, a lato di entrambe le vie ci sono nascosti altri agenti. Dove è andata la Golf lo diranno loro.

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