È “impensabile” e “inverosimile” che l’ex collaboratore di giustizia Maurizio Avola abbia rimosso il gesso pochi giorni dopo essersi fratturato il polso, il 7 luglio del 1992. Ed è “improbabile” che con un tutore mobile abbia partecipato alle attività di preparazione della strage di via d’Amelio, solo 12 giorni dopo. Sia perché ogni piccolo movimento sarebbe stato “estremamente doloroso“. Ma anche perchè la frattura scomposta non sarebbe guarita. È questo in sintesi quello che scrivono i consulenti della procura di Caltanissetta, chiamati a esprimersi sulla situazione medica dell’ex collaboratore di giustizia, più di trent’anni dopo i fatti. Il risultato è che la relazione firmata dal dottor Giuseppe Ragazzi e Massimo Greco contrasta totalmente con quella depositata dai tre periti nominati dal gip di Caltanissetta, Santi Bologna, durante l’incidente probatorio. Il risultato delle analisi dei cinque esperti è stato al centro della deposizione dei medici durante l’udienza che si è celebrata al tribunale di Caltanissetta.

L’autoaccusa di Avola – Killer al servizio del clan di Nitto Santapaola a Catania, collaboratore di giustizia dal 1994, poi uscito dal programma di protezione, Avola è tornato agli onori della cronaca nel 2021, quando si è autoaccusato della strage di via D’Amelio. Aveva raccontato di essere lui l’uomo sconosciuto avvistato da Gaspare Spatuzza nel garage di via Villasevaglios a Palermo, dove era stata imbottita l’autobomba usata per uccidere il giudice Paolo Borsellino. E in via d’Amelio sostiene di esserci stato pure lui, quel 19 luglio del 1992, travestito da poliziotto: dice di aver comunicato a Giuseppe Graviano il momento esatto in cui far esplodere la Fiat 126. Un racconto contenuto nel libro Nient’altro che la verità di Michele Santoro, che non aveva convinto gli inquirenti. La procura di Caltanissetta, diretta all’epoca da Gabriele Paci, aveva smentito le affermazioni di Avola, ripetute anche davanti ai pm: due giorni prima della strage, infatti, la polizia aveva fermato il mafioso con un braccio ingessato a Catania. Si era rotto il polso dieci giorni prima, il 7 luglio, quando aveva avuto un incidente con un ciclomotore. E dire che lo stesso Avola aveva dichiarato di essere andato a Palermo già il 18 luglio per preparare l’attentato. L’ex killer dei Santapaola aveva sostenuto di essersi fatto togliere il gesso da un conoscente che lavorava all’ospedale etneo, sostituendolo con un tutore mobile da sfilare all’occorrenza: non avendo molto dolore poteva muoversi abbastanza agevolmente, anche perché il polso fratturato era il sinistro, mentre Avola è destrorso.

Il no del gip all’archiviazione – La questione sembrava chiusa, visto che la procura di Caltanissetta non aveva creduto al racconto di Avola, chiedendo di archiviare l’inchiesta dalle dichiarazioni dell’ex killer dei Santapaola. Il 20 ottobre scorso, però, il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta ha respinto la richiesta di archiviazione, chiedendo nuove indagini entro sei mesi. Il gip Bologna ha accolto alcune delle richieste dell’avvocato Ugo Colonna, difensore dell’ex killer. E tra le altre cose ha ordinato un accertamento medico legale per chiarire “se la frattura di Avola fosse o meno composta; se alla luce del tipo di frattura riportata fosse possibile, anche se non corretta dal punto di vista sanitario, dopo qualche giorno la eliminazione del gesso applicato al braccio sinistro di Avola; se fosse possibile che quest’ultimo dopo pochi giorni, facendo sostituire il gesso con una doccia gessata lassa e sfilabile, potesse guidare l’auto, compiere gli atti quotidiani della vita (quali il vestirsi e lo svestirsi autonomamente) o manovrare con il braccio sinistro e sollevare piccoli pesi”.

La relazione dei consulenti del pm – Sulla base di questi quesiti, il procuratore aggiunto Pasquale Pacifico ha affidato una consulenza al medico legale Ragazzi e all’ortopedico Greco. I due consulenti hanno partecipato alla visita peritale di Avola, avvenuta in un ospedale di Bologna. Ma al contrario dei tre periti nominati dal gip, Ragazzi e Greco non hanno creduto alla versione dell’ex collaboratore di giustizia. “È del tutto inverosimile che la rimozione dell’apparecchio gessato sia stata fatta otto giorni dopo la manovra di riduzione della frattura. Ciò sia in riferimento alla incontrollabile sintomatologia dolorosa che sarebbe scaturita da tale fatto, sia per le conseguenze sulla riparazione della frattura”, scrivono nella consulenza depositata agli atti dell’indagine. “Se ciò che ha narrato Avola si fosse verificato veramente la frattura, che era scomposta, non sarebbe potuta guarire”, sottolineano i due medici. E ancora, annotano che “come tutte le fratture, una frattura di polso provoca una importante sintomatologia dolorosa. L’immobilizzazione in apparecchio gessato la attenua fortemente, ma non la annulla del tutto, pertanto ogni movimento fatto con l’apparecchio gesto risulta doloroso”. Avola ha sostenuto di aver assunto antidolorifici, ma per i consulenti del pm “la rimozione precoce di un apparecchio gessato determinerebbe la scomposizione secondaria della frattura e l’instaurazione di una importante sintomatologia dolorosa, fortemente invalidante”. Insomma: il polso dell’ex pentito non sarebbe guarito se il gesso fosse stato rimosso solo pochi giorni dopo l’incidente. “In presenza di una frattura di polso scomposta ridotta e immobilizzata in apparecchio gessato, la sostituzione con una doccia amovibile è del tutto impensabile“, spiegano dunque i consulenti del pm. “Ciò – proseguono – in quanto mancando la stabilità del focolaio di frattura, si sarebbe innescata una mobilità di quest’ultimo con l’instaurazione di una intensa sintomatologia dolorosa fortemente invalidante per il soggetto. Si considera del tutto improbabile pertanto che il sig. Avola, in tali condizioni, abbia potuto compiere gli atti della vita quotidiana, e soprattutto tutte le attività descritte in narrativa, in quanto ogni piccolo movimento sarebbe stato estremamente doloroso”.

La perizia dei consulenti del gip – Le tesi degli esperti del pm, dunque, vanno in conflitto con quelle dei consulenti del gip. Secondo l’antropologa Chantal Milani, l’ortopedico Andrea Miti e il medico legale Cataldo Ruffino “era possibile, anche se non indicata sotto il profilo sanitario, la rimozione del gesso applicato al braccio sinistro all’epoca applicato” ad Avola. Secondo i consulenti “una frattura recente di un segmento articolare, se di certo può in astratto comportare limitazioni di movimento e di stabilità dell’arto interessato, tuttavia, nel periziando, si è trattato di frattura polso in arto non dominante, con normali attività quotidiane che potevano essere svolte con supporto e la dominanza dell’altro braccio dominante”. E aggiungono che “le normali attività quotidiane possono di certo essere svolte” anche “con la permanenza di un dispositivo gessato, ben più limitante dal punto di vista motorio e meccanico (al netto dell’ingombro e rigidità del gesso) pur con qualche disagio”. Insomma: il polso è lo stesso, la frattura pure, ma per qualche motivo i due gruppi di esperti arrivano a conclusioni completamente opposte.

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