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La mafia rurale di Corleone ancora operativa: tre arresti, c’è anche un nipote di Totò Riina

Palermo - Operazione dei carabinieri sul ritorno di una mafia rurale fatta di intimidazioni, estorsioni e controllo delle campagne. Un indagato: "Quando era vivo lui è venuto a farmi entrare nella società, io avevo diciotto anni”
La mafia rurale di Corleone ancora operativa: tre arresti, c’è anche un nipote di Totò Riina
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“Quando era vivo lui è venuto a farmi entrare nella società, io avevo diciotto anni”. È una sorta di confessione in diretta quella di Mario Gennaro, tra i tre arrestati nel blitz antimafia che ha colpito la cosca di Corleone. Nelle intercettazioni l’uomo ricostruisce il proprio battesimo mafioso, raccontando che alla cerimonia avrebbe partecipato personalmente Totò Riina, all’epoca latitante. Un elemento che conferisce ulteriore peso all’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, guidata da Maurizio de Lucia, e culminata nell’arresto di tre persone accusate di associazione mafiosa. Tra loro figura anche Mario Grizzaffi, 60 anni, nipote diretto del capo dei capi, insieme allo stesso Gennaro, 53 anni, e a Pietro Maniscalco, 62 anni.

L’indagine, condotta dai carabinieri tra il 2017 e il 2023, ha permesso di ricostruire gli assetti della famiglia mafiosa corleonese, individuandone i vertici e documentando una serie di attività illecite che confermano la persistenza di una “mafia rurale” ancora radicata nel territorio. Secondo gli inquirenti, il gruppo avrebbe esercitato un controllo capillare sulle campagne, imponendo la propria autorità attraverso intimidazioni, danneggiamenti e incendi. Nel mirino sono finite aziende agricole locali, comprese realtà impegnate nella gestione di beni confiscati alla mafia. Tra gli episodi accertati figurano anche furti di mezzi agricoli ed estorsioni ai danni di commercianti, spesso finalizzate a ottenere dilazioni nei pagamenti.

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Ma il potere della cosca non si sarebbe limitato alle attività criminali tradizionali. Gli indagati, sfruttando la forza del vincolo mafioso, avrebbero assunto un ruolo di arbitri nelle controversie private, intervenendo nella gestione dei confini dei terreni e nella compravendita dei fondi agricoli. Un controllo tale che, secondo quanto emerge dall’inchiesta, anche semplici cittadini si sarebbero rivolti al gruppo per ottenere una sorta di “autorizzazione” preventiva prima di acquistare terreni o per risolvere dispute tra agricoltori.

Le intercettazioni restituiscono inoltre uno spaccato interno della cosca. Gennaro, parlando con un interlocutore, rivendica il proprio ruolo e la propria affidabilità all’interno dell’organizzazione: “Sono sempre stato a disposizione”, dice, sottolineando la propria fedeltà e il sostegno garantito agli affiliati detenuti. Oltre ai tre arrestati, risultano indagati Liborio Spatafora, Francesco Spatafora e Giovanni Gennaro, per i quali il giudice per le indagini preliminari ha però respinto le richieste di misure cautelari. L’inchiesta conferma come, nonostante i duri colpi inflitti negli anni a Cosa nostra, il modello di controllo territoriale nelle aree rurali continui a sopravvivere, adattandosi e mantenendo un forte potere di intimidazione nel tessuto economico e sociale locale.

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