Maxi-blitz antimafia a Foggia: 21 arresti per omicidio ed estorsione. Melillo: “Qui quadro peggiore che in Sicilia e Calabria”
Un totale di 21 misure cautelari, 18 per estorsione e tre per omicidio e tentato omicidio. All’alba di lunedì, la Squadra mobile della Questura di Foggia e la Sezione investigativa del Servizio centrale operativo (Sisco) di Bari hanno arrestato due esponenti di spicco della mafia garganica, il 55enne Matteo Lombardi e il 57enne Luigi Ferro, per il brutale duplice omicidio di Nicola Ferrelli e Antonio Petrella, assassinati ad Apricena (Foggia) il 20 giugno del 2017. Due dei presunti esecutori materiali dell’agguato, Francesco Scirpoli e Pietro La Torre, erano già finiti in carcere lo scorso settembre: tutti sono accusati di omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso e detenzione di armi da guerra. Stando alla ricostruzione del delitto fatta dagli inquirenti, Ferro guidava l’auto con a bordo i tre sicari, tra cui Lombardi, armati di kalashnikov, fucile e pistola. Gli investigatori inquadrano il duplice delitto nella guerra per il controllo criminale dei territori di Apricena e San Marco in Lamis.
In manette il presunto killer di Stefano Bruno
Fermato dalla Squadra mobile e dal Nucleo investigativo dei Carabinieri anche il presunto autore dell’omicidio di Stefano Bruno, 33 anni, e del duplice tentato omicidio del padre Pasquale, sessant’anni, e del fratello Saverio, trent’anni, avvenuti alla periferia di Foggia il 29 aprile scorso: si tratta di Giuseppe Robustella, 43 anni, di Manfredonia, già stato arrestato in flagranza subito dopo il delitto per porto illegale di arma clandestina, perché trovato in possesso di una pistola. L’agguato, secondo l’accusa, maturato nell’ambito di un contrasto nato durante una compravendita di droga. Fondamentali per le indagini si sono rivelate le immagini dei sistemi di videosorveglianza della zona, alcune delle quali dotate anche di audio, che hanno consentito di documentare le diverse fasi dell’azione criminale.
Diciotto arresti per estorsione
Altre 18 misure cautelari, comunicano le forze dell’ordine, sono state eseguite per un totale di 14 “episodi estorsivi ai danni di oltre dieci imprenditori foggiani, soprattutto nel settore energetico e agricolo. Secondo l’accusa, le estorsioni sono state realizzate “con metodo mafioso e al fine di agevolare la mafia foggiana e le sue batterie” a partire dall’ottobre del 2015. Nei confronti di 16 indagati il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere, per altri due i domiciliari. Le indagini, nate da una denuncia presentata da un imprenditore foggiano a ottobre 2024, si sono sviluppate per oltre un anno: secondo gli inquirenti, è stato accertato che il denaro estorto è stato suddiviso, con modalità concordate, fra le batterie Moretti-Pellegrino e Sinesi-Francavilla, i due gruppi più importanti della Società foggiana, spesso in guerra fra loro.
“Il ‘sistema’ gestito anche dal carcere via social”
Le richieste estorsive, è stato ricostruito, variavano da caso a caso; in una circostanza, alla vittima è stato ordinato di versare una tangente pari al 10% dell’importo di ciascun appalto. A quanto riferito, per uno dei tentativi di estorsione l’iniziativa è partita direttamente dal carcere: attraverso i social media, è l’accusa, il presunto estorsore ha richiesto la somma di ventimila euro indicando anche le persone a cui si sarebbe dovuto consegnare il denaro. “Un significativo numero degli episodi estorsivi”, evidenziano gli investigatori, “è stato denunciato dalle vittime”, un dato che viene definito “di assoluto rilievo”. Durante l’operazione di lunedì è stata effettuata anche una “vasta attività di perquisizioni e controllo del territorio”, rinvenendo diverse armi comuni da sparo e munizioni.
Melillo: “Quadro più grave che in Sicilia o in Calabria”
L’intera operazione è stata coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari e dalla Procura di Foggia con il coordinamento della Direzione nazionale antimafia. In conferenza stampa, il procuratore nazionale Antimafia Giovanni Melillo ha definito la situazione a Foggia “persino più grave di quella che si rivela nella Sicilia occidentale o in Calabria”: “Qui non è ancora avvenuta in maniera aperta, definitiva, la rottura del patto di omertà che regge i rapporti tra mafiosi e vittime dei reati prettamente mafiosi”, ha detto. “La situazione criminale in questa regione è molto più grave di quella che appare, perché l’espansione affaristica, l’espansione economica, i processi di accumulazione della ricchezza delle mafie foggiane vanno ben oltre i confini della provincia di Foggia, hanno letteralmente invaso le regioni circostanti, Molise, Abruzzo, una parte significativa anche della Campania”, ha spiegato Melillo. “Le mafie foggiane partecipano a pieno titolo a processi di riciclaggio e investimento speculativo che arrivano molto lontano. Quando tutto ciò sarà chiaro, probabilmente si farà un passo avanti importante nella comprensione di un fenomeno che è in grado di strozzare letteralmente la vita, non semplicemente la vita economica, la vita sociale, la vita democratica di un’intera comunità“.
“La mafia interroga le coscienze dei cittadini”
A margine della conferenza stampa, il procuratore nazionale ha sottoolineato il ruolo della società civile nel contrasto alle cosche: “La magistratura fa la sua parte, la fanno le forze di polizia, ma la questione della mafia interroga le coscienze delle istituzioni rappresentative, politiche, delle associazioni di categoria, delle organizzazioni sindacali, dei cittadini nel loro complesso. La mafia è una questione troppo seria per essere considerata semplicemente questione dei magistrati e delle forze di polizia. Esiste sicuramente una dimensione violenta e intimidatoria, ma è strumentale a strategie criminose molto più complesse di espansione affaristica”, ha detto Melillo. “Gli omicidi, le estorsioni sono semplicemente gli strumenti per mantenere in vita la reputazione violenta di un’organizzazione che però è molto più complessa, che è fatta di un tessuto di imprese fiduciarie di interessi mafiosi, di controllo di interi settori dell’economia cittadina, dell’economia della Capitanata”. A questo proposito, il procuratore ha citato le “agromafie” e “ciò che avviene ogni giorno anche in queste ore, sotto gli occhi di tutti e nell’indifferenza di tutti, vale a dire una condizione schiavile del lavoro agricolo, un’attività di produzione raccolta di prodotti agricoli che costituisce una delle principali fonti di alimentazione finanziaria del crimine organizzato foggiano”.