Un’altra bugia che prova a intorbidire le acque, già non particolarmente limpide, intorno agli autori della strage di via d’Amelio. È il racconto di Maurizio Avola, il mafioso catanese che sostiene di aver partecipato all’attentato costato la vita al giudice Paolo Borsellino e alla scorta. Lo ha fatto nel libro di Michele Santoro e Guido Ruotolo, Nient’altro che la verità (Marsilio) e durante lo “Speciale mafia” trasmesso ieri sera da La7. Una rivelazione che arriva a 27 anni esatti dall’inizio della collaborazione del mafioso catanese – che si pente nel 1994 – e rischierebbe di cambiare completamente, ancora una volta, la verità processuale sulla strage del 19 luglio 1992. Solo che è completamente falsa. Il giudizio arriva da fonte autorevole, la procura di Caltanissetta che, con un lavoro accurato di anni, ha smascherato il clamoroso depistaggio delle prime indagini sull’attentato. “L’ex collaboratore di giustizia Maurizio Avola – scrive in una nota il procuratore aggiunto Gabriele Paci – ha tra l’altro affermato di aver partecipato alla fase esecutiva della strage di Via D’Amelio, unitamente a Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Aldo Ercolano ed altri. La circostanza risulta in effetti essere stata riferita per la prima volta da Avola nel corso di un interrogatorio lo scorso anno alla Dda di Caltanissetta, a distanza di oltre venticinque anni dall’inizio della sua collaborazione con l’autorità giudiziaria”. Una collaborazione, durante la quale, Avola aveva escluso nettamente qualsiasi suo coinvolgimento. Durante il terzo processo sulla strage, il pentito era stato chiamato a testimoniare. Gli chiesero se uomini della mafia catanese fossero stati coinvolti nelle operazione. “No, nessuno”, rispose senza alcun ombra di dubbio. Molti anni dopo, però, ci ha ripensato.

“Era a Catania con un braccio ingessato” – E’ per questo motivo che la procura siciliana oggi spiega che “i conseguenti accertamenti disposti finalizzati a vagliare l’attendibilità di dichiarazioni riguardanti una vicenda ancora oggi contrassegnata da misteri e zone grigie, non hanno allo stato trovato alcuna forma di positivo riscontro che ne confermasse la veridicità”. Gli investigatori scendono nel dettaglio: “Dalle indagini della Dia sono per emersi rilevanti elementi di segno contrario che inducono a dubitare tanto della spontaneità quanto della veridicità del suo racconto. Per citarne uno tra i tanti, l’accertata presenza dello stesso Avola a Catania, addirittura con un braccio ingessato, nella mattinata precedente il giorno della strage, là dove, secondo il racconto dell’ex collaboratore, giunto a Palermo nel pomeriggio di venerdì 17 luglio, avrebbe dovuto trovarsi all’interno di un’abitazione nei pressi del garage di via Villasevaglios, pronto, su ordine di Giuseppe Graviano a imbottire di esplosivo la fiat 126 poi utilizzata come autobomba”. Insomma, il giorno in cui Avola sostiene di essere stato a Palermo per preparare l’autobomba – “Non c’era nessun servizio segreto”, ci tiene a sottolineare – in realtà si trovava a Catania. E aveva addirittura un braccio ingessato: non la condizione ideale per trasformare un’utilitaria in autobomba. Colpisce peraltro – aggiungono i magistrati di Caltanissetta – che Avola, anziché “mantenere il doveroso riserbo su quanto rivelato ai magistrati, abbia preferito far trapelare il suo protagonismo nella strage di Via D’Amelio, attraverso interviste e la pubblicazione di un libro”. Ma non solo. “Lascia perplessi – conclude la nota dei pm nisseni- che egli abbia imposto autonomamente una sorta di ‘discovery‘, compromettendo così l’esito delle future indagini, dopo che l’ufficio aveva provveduto a contestare le numerose contraddizioni del suo racconto e gli elementi probatori che inducevano a dubitare della veridicità della sua ennesima progressione dichiarativa”.

Il racconto di Spatuzza – Insomma per la procura che indaga da sempre sulla strage Borsellino, la rivelazione di Avola è completamente fasulla. Ma allora perché il pentito ha deciso di autoaccusarsi di una strage che non ha compiuto? Va sottolineato che il racconto del pentito restringe ogni possibile responsabilità solo nel campo di Cosa nostra. Varie piste d’indagine e pure l’ultima sentenza emessa sull’attentato – quella del Borsellino quater – hanno adombrato sulla sfondo di via d’Amelio la presenza di entità esterne alla mafia. Lo stesso Gaspare Spatuzza, il pentito che con le sue dichiarazione ha fatto riscrivere tutta la fase esecutiva della strage, ha raccontato di aver visto un “uomo estraneo a Cosa Nostra” nel garace di via Villasevaglios, proprio il pomeriggio precedente la strage quando venne consegnata la Fiat 126 da usare come autobomba.

Per Avola: “Nessun servizio segreto” – E invece per Avola via d’Amelio fu solo un affare di mafia. “L’ordine delle stragi lo ha dato Riina. Nessun servizio segreto. Borsellino e la sua scorta li ha uccisi Cosa nostra con le famiglie degli Stati Uniti. Cosa nostra americana, quello che voleva lo ha ottenuto dopo via D’Amelio e ha chiuso con le stragi. Per Cosa Nostra siciliana c’è voluto più tempo, dopo che hanno preso Riina”, è la versione di Avola a Santoro. “Vuoi la verità? Questo è l’inizio della verità. Se vuoi dimostrare che Borsellino l’hanno ucciso i servizi segreti, la verità non la troverai mai. Se fosse vivo Riina, si farebbe una bella risata”, ha continuato il killer catanese. Che ci ha tenuto a eliminare ogni possibile legame tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi: “Io penso che Cosa Nostra scivola verso Berlusconi quasi come un movimento naturale. Non è che Previti o Berlusconi o Dell’Utri o i servizi segreti danno gli ordini e i corleonesi vanno e sparano o mettono bombe. Non funziona così. Non prende ordini Cosa Nostra”. Dichiarazioni che, vale la pena ricordare, arrivano proprio nel momento in cui la procura di Firenze indaga ancora su Berlusconi e Dell’Utri come mandanti delle stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma.

Lo scontro Borsellino-Santoro – Anche per questo motivo, le dichiarazioni di Avola raccolgono la reazione di Salvatore Borsellino. “Avola è un inquinatore di pozzi e mi meraviglia che un giornalista come Santoro, con il suo libro, si sia prestato a dare fiato a un personaggio del genere“, dice il fratello del giudice ucciso nella strage di via d’Amelio del 1992. “Già in passato, con le sue dichiarazioni, Avola ha delineato la strategia dei falsi pentiti di mafia: mischiare verità e bugie per minare la credibilità dei veri pentiti – aggiunge il fratello del giudice – Le sue rivelazioni, se così le possiamo chiamare, mirano a mettere in dubbio alcune verità emerse dal Borsellino quater e tendono a ridare ‘verginità‘ a quello Stato deviato che ha partecipato alla strage di via d’Amelio”. L’obiettivo? “Rendere servizio ai ‘servizi nel nostro Paese paga” dice sempre Borsellino. Che provoca la replica di Santoro. “Con tutto il rispetto che si deve al fratello di un eroe – dice il giornalista – , vorrei farle notare che, all’epoca della strage di Via D’Amelio, ero nella lista dei condannati a morte di Cosa Nostra. Le indagini sulle dichiarazioni di Maurizio Avola sono in corso e lei non può esserne a conoscenza”. Santoro commenta anche la netta smentita della procura di Caltanissetta: “Apprendiamo dal loro comunicato che alle dieci del mattino Avola è stato fermato per un controllo di polizia a Catania nel giorno precedente alla strage. Ciò non smentisce che a ora di pranzo Avola potesse trovarsi a Palermo in compagnia di Aldo Ercolano. Dunque lasciamo lavorare gli inquirenti ma niente di quello che abbiamo raccontato risulta al momento falso. Se invece pensa che sia in atto un depistaggio o vuole mettere in dubbio la mia onestà professionale può rivolgersi all’Autorità Giudiziaria o all’Ordine dei Giornalisti ma non insultare chi semplicemente sta facendo il suo lavoro”.

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