“Il film I cento passi ha fatto conoscere Peppino Impastato e la sua lotta antimafia, ma paradossalmente ha mitizzato la sua figura. E spesso gli eroi sono irraggiungibili. Invece, come diceva mia madre, non dobbiamo considerarlo un eroe, ma un punto di riferimento“. A quasi quarantadue anni di distanza dall’omicidio di Peppino Impasto da parte di Cosa Nostra, a dirlo è il fratello Giuseppe, nel corso della presentazione alla Camera del volume Oltre i cento Passi. “Le battaglie politiche e culturali di Peppino oggi sono ancora attuali: dalla lotta alla mafia a quelle per l’ambiente e all’impegno contro le speculazioni”, ha spiegato il fratello. “La sua scelta netta contro la mafia era di carattere politico. Era un rivoluzionario, perché la mafia è conservazione della realtà. I sodalizi criminali possono e devono essere sconfitti, ma si deve prendere coscienza che non si può accettare una convivenza di contiguità. Occorrono scelte radicali”, ha aggiunto Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia, ricordando l’attivista di Democrazia proletaria, che venne assassinato a Cinisi nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978.

“La guerra contro la mafia è ancora in atto. Si può vincere, la vinceremo, ma serve un impegno totale da parte di tutti”, ha spiegato pure il questore della Camera, Francesco D’Uva, deputato M5s, che ha moderato la presentazione. D’Uva ha ricordato come “la luce sulla sua morte sia venuta fuori grazie al gran lavoro della commissione Antimafia nel 2000”. Perché la storia di Peppino Impastato è stata anche una storia di depistaggi. E di un’inchiesta, quella per accertare la responsabilità di chi volle depistare le indagini sul suo omicidio, poi finita, quarant’anni dopo, in prescrizione. “Un contesto di gravi omissioni ed evidenti anomalie investigative“, scrisse, descrivendo le indagini svolte nel 1978, il giudice Walter Turturici, archiviando l’inchiesta sul generale del carabinieri, Antonio Subranni, indagato per favoreggiamento, e su altri sottoufficiali, accusati di falso in concorso.

“Il giudice scrisse come fu incomprensibile e ingiustificabile l’esclusione della pista mafiosa. Ma il magistrato si dovette fermare di fronte all’avvenuta prescrizione”, ha ricordato Antonio Padellaro, cofondatore de Il Fatto Quotidiano nel corso della conferenza. E ancora: “Qui ci incrociamo con l’attualità. La parola chiave è prescrizione. Vorrei far leggere queste righe ai custodi del presunto garantismo, che dimenticano come ci siano persone colpite e che non avranno giustizia”, ha aggiunto Padellaro. Il fratello Giovanni, invece, chiede ancora oggi verità: “La vicenda giudiziaria di Peppino è stata vergognosa. Il depistaggio è avvenuto in maniera scientifica e in mala fede. Sentiamo molta rabbia, perché quelle persone bisognava condannarle, non prescriverle. Chiediamo che venga fatta luce sugli autori di quel depistaggio”.

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