Ha chiesto all’ufficio Ispettorato di via Arenula di valutare se la condotta della procura di Catania fosse legittima. Il motivo? Ieri l’ufficio inquirente guidato da Carmelo Zuccaro ha chiesto di perquisire l’abitazione del giornalista di Repubblica, Salvo Palazzolo, indagato per rivelazione di notizie dopo che – con un articolo del marzo scorso – raccontò della chiusura dell’indagine sul questore Mario Bo, sugli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Sono i tre poliziotti che, secondo la procura di Caltanissetta, hanno diretto le false dichiarazioni di Vincenzo Scarantino. Quelle accuse depistarono le prime indagini sulla strage di via d’Amelio. Per questo motivo sono accusati di calunnia: la prima udienza preliminare è fissata per il 20 settembre prossimo.

I pm etnei, però, contestano a Palazzolo di aver scritto dell’avviso di conclusione delle indagini tre ore e mezza prima che i difensori dei poliziotti ricevessero la notifica ufficiale del provvedimento. E ieri hanno sequestrato al cronista un cellulare, un tablet e tre hard disk. Problema: la perquisizione e il relativo sequestro sono arrivate sei mesi dopo la pubblicazione dell’articolo, uscito sull’edizione online di Repubblica l’8marzo scorso. Il blitz degli investigatori dopo sei mesi dalla pubblicazione della notizia sembra arrivare molto in ritardo se l’obiettivo è risalire all’eventuale fonte di Palazzolo. Che si presume essere un inquirente di Caltanissetta visto che l’indagine è stata aperta a Catania, procura competente per eventuali reati commessi da toghe nissene. Senza considerare che l’ordinamento europeo non consente ai giudici di ordinare perquisizioni negli uffici e nelle abitazioni dei giornalisti a caccia di  prove sulle fonti confidenziali degli stessi cronisti. Lo prevede la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo che tutela espressamente le fonti dei giornalisti e stabilisce il diritto a “ricevere” notizie degli stessi cronisti. Lo ha spiegato la Corte dei diritti dell’Uomo di Strasburgo con la sentenza sul caso del giornalista inglese William Goodwin nel 1996.

Per questo motivo Bonafede chiede di fare chiarezza sull’accaduto. “Il ministro ha interessato l’Ufficio ispettorato perché faccia i dovuti accertamenti e le relative valutazioni sulla vicenda”. Sarà poi l’ufficio Ispettorato, dicono dal ministero, a decidere se inviare gli ispettori a Catania”, dicono fonti del ministero a Repubblica.it.  Si tratta dell’ennesimo caso in cui un cronista viene perquisito solo per aver pubblicato notizie.  Mai, però, era successo che un guardasigilli decidesse di investire della questione gli ispettori del ministero a tutela della stampa. Nel luglio del 2017, per esempio, era toccato al vicedirettore del Fatto, Marco Lillo, essere pequisito dalla procura di Napoli dopo la pubblicazione del libro Di Padre in Figlio.

In quel caso Lillo non era indagato ma l’inchiesta per la presunta violazione del segreto d’ufficio era nata sulla base di una denuncia-querela degli avvocati di Alfredo Romeo, l’immobiliarista napoletano al centro del caso Consip. Tanto era bastato per perquisire il giornalista. Nel marzo scorso, quindi, la Cassazione aveva considerato la perquisizione e il sequestro del materiale informatico di Lillo come “illegittimi“. La Suprema corte aveva dunque ordinato la restituzione al vicedirettore del Fatto di tutto quello che gli è stato sequestrato, vietando inoltre ai magistrati il “trattenimento di copia dei dati acquisiti”.