‘Ndrangheta, la guerra dimenticata in Emilia: “Grande Aracri chiese di uccidere Bellini agli amici di Quarto Oggiaro”
Sono state depositate in questi giorni, dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna, le motivazioni della sentenza emessa nell’ottobre scorso, che inasprisce le pene per i responsabili degli omicidi di mafia commessi in provincia di Reggio Emilia nel 1992. Tre ergastoli (Nicolino Grande Aracri, Antonio Ciampà e Angelo Greco) e una condanna a 18 anni (Antonio Lerose).
Il processo prese avvio nel 2019 presso il Tribunale di Reggio, grazie alle nuove rivelazioni rese durante il processo Aemilia dai collaboratori di giustizia Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese. La Procura Distrettuale Antimafia, con la sostituta procuratrice Beatrice Ronchi, riaprì di conseguenza le indagini portando a giudizio nomi importanti delle famiglie di ‘ndrangheta. Il capo reggiano Nicolino Sarcone è stato condannato a 30 anni di carcere nel rito abbreviato, mentre Grande Aracri, Ciampà, Greco e Lerose hanno affrontato il dibattimento. Gli omicidi di cui dovevano rispondere sono quelli di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero, uccisi a colpi di pistola nelle rispettive abitazioni alla periferia della città e nel comune di Brescello.
Magistrati e giudici popolari della Corte d’Assise d’Appello (presidente Anna Mori, relatore Paola Passerone) riassumono in 170 pagine le motivazioni della sentenza, fornendo un quadro dettagliato e coerente della guerra di ‘ndrangheta che per almeno un decennio, a cavallo del secolo, provocò decine di vittime tra Calabria, Emilia Romagna e Lombardia. Quadro che si fonda prima di tutto sulla attendibilità dei collaboratori di giustizia Valerio e Cortese: “Entrambi i dichiaranti – dice la sentenza- si sono autoaccusati di fatti per i quali non erano stati precedentemente indagati, esponendosi a rilevanti conseguenze penali”.
Cortese iniziò il percorso di collaborazione nell’anno 2008, quando si trovava in carcere per questioni di droga. Non aveva omicidi alle spalle di cui rispondere ed era stato assolto nel processo “Scacco Matto” dall’accusa di partecipazione alla cosca Grande Aracri. A spingerlo verso la collaborazione, dice la sentenza, fu il “sentimento di frustrazione maturato per il comportamento di Nicolino Grande Aracri che lasciò la sua famiglia priva di qualsiasi forma di sostegno” in quel momento difficile. Cortese si è in seguito “autoaccusato di otto omicidi per alcuni dei quali non risultava neppure indagato”. Uno in particolare, giunto a sentenza definitiva nel 2023, merita di essere segnalato perché apre l’estate di fuoco del 1992: l’omicidio di Rosario Ruggiero detto “Tre dita”, ammazzato il 24 giugno nella sua falegnameria a Cutro. Ammazzato perché nel 1977 aveva a sua volta ammazzato Luigi Valerio, padre dell’altro collaboratore Antonio. Poche settimane dopo, il 13 agosto, scende a Cutro il killer Paolo Bellini, al soldo dei Vasapollo/Ruggiero, per vendicare quella morte. La sua vittima è Paolino Lagrotteria, colpevole di avere abbandonato l’amico Raffaele Vasapollo nel 1979 a Reggio Emilia, all’interno della discoteca “Pink Pussy Cat”, dopo che i due avevano dato fuoco al locale. Vasapollo morì tra le fiamme chiuso in un bagno mentre Lagrotteria fuggì rifugiandosi a Cutro. Tredici anni dopo lo colpisce la vendetta commissionata alla “Primula nera”, soprannome del killer Bellini, ora condannato all’ergastolo anche per la strage di Bologna. Sparò a Paolino il giorno prima del matrimonio in Calabria tra la figlia del boss Gaetano Ciampà e un membro della famiglia Crivaro, che aveva adottato in tenera età proprio la vittima Paolino Lagrotteria.
La risposta delle famiglie Ciampà, Dragone e Grande Aracri non fu meno eclatante e la sentenza di Bologna la riassume per date e omicidi. Il 6 settembre 1992 a Cremona, in località Colonie Padane, viene ucciso Dramore Ruggiero, fratello di Rosario “Tre Dita”. Pochi giorni dopo arrivano le due esecuzioni di Reggio Emilia: Nicola Vasapollo, freddato il 21 settembre in pieno giorno nel suo appartamento di via Pistelli, mentre era agli arresti domiciliari e Giuseppe Ruggiero, anch’egli ai domiciliari, colpito alle 3,30 di notte il 22 ottobre successivo a Brescello, quando andò ad aprire la porta di casa ai carabinieri. Si trattava in realtà dei killer travestiti, arrivati a bordo di una falsa auto dell’Arma. Perché la vendetta doveva essere da prima pagina e la famiglia Ciampà aveva promesso, come ricordato nella sentenza, che “se servono i soldi, arrivano anche con la betoniera”. Come a dire: non badate a spese.
La Corte di Bologna evidenzia poi l’importanza delle dichiarazioni rese lo scorso anno in aula, durante il nuovo Appello, da un terzo collaboratore di giustizia: Vittorio Foschini. Affiliato alla ‘ndrangheta milanese dei Coco Trovato e De Stefano, gestiva lo spaccio di droga tra Lecco e Quarto Oggiaro già negli anni Ottanta e si è autoaccusato, iniziando la collaborazione nel 1995, di diciassette omicidi. Tra gli altri anche quelli delle Colonie Padane, dove assieme a Dramore Ruggiero venne ucciso per errore Antonio Muto.
Foschini ha raccontato in udienza degli stretti rapporti tra la sua cosca e “il capoclan in Emilia Antonio Dragone che gestiva lo spaccio di droga da Parma a Modena”. Dopo l’arresto di Dragone, le buone relazioni proseguono con l’uomo che aveva preso il suo posto: “Mano di Gomma” Nicolino Grande Aracri. Foschini aveva di conseguenza acquisito molte conoscenze sulla ‘ndrangheta emiliana e sulle lotte tra le famiglie per il controllo della pianura a sud del Po, in anni in cui “anche il territorio lombardo era interessato da una vera e propria guerra di mafia, con numerosi omicidi già consumati o in procinto di essere commessi”. Agli ‘ndranghetisti amici di Quarto Oggiaro, da Reggio Emilia arrivarono anche le fotografie del killer Paolo Bellini, con la preghiera se possibile di ucciderlo. È Salvatore Cortese a confermare le dichiarazioni di Foschini e l’asse di collaborazione tra Reggio Emilia e Milano: “Abbiamo cercato in più occasioni di ammazzare Bellini. Grande Aracri ha mandato anche a Quarto Oggiaro la sua fotografia, perché Bellini si riforniva di droga su a Milano, dove le piazze principali erano in mano agli uomini di Petilia Policastro”. E Grande Aracri accompagnò le foto con una simpatica raccomandazione: “Se lo vedete, ammazzatelo. Capito? A questa persona qua, con i ricciolini così…”
La Corte d’Assise d’Appello di Bologna ritiene nel complesso che le conclusioni cui erano giunti i giudici reggiani nel primo grado (un solo ergastolo e per uno solo dei due omicidi) “non possano essere confermate, essendo fondate su un esame parziale del compendio probatorio”. Si trattò di una sentenza, quella emessa nell’ottobre 2020, “radicalmente errata sotto plurimi profili” e in particolare nell’analisi e raffronto delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. In presenza di modeste e secondarie divergenze si è scelto di non tenerle in considerazione, compiendo una operazione che la Corte d’Appello ritiene metodologicamente scorretta e che ha portato a “svuotare di contenuto l’intero portato collaborativo”.