“Montefalcone aveva una muta corta”, tra le ipotesi della tragedia delle Maldive anche la perdita di orientamento
Tra gli elementi che gli investigatori stanno valutando nelle prime fasi dell’inchiesta sulla morte dei cinque sub italiani alle Maldive, emerge un dettaglio destinato a essere verificato con particolare attenzione: secondo fonti maldiviane, come riporta il Corriere della Sera, la professoressa Monica Montefalcone avrebbe indossato una muta corta, ritenuta non adeguata per un’immersione speleosubacquea a elevata profondità. Un elemento che, se confermato, entrerebbe nel quadro complessivo delle valutazioni tecniche sulla preparazione della spedizione. Montefalcone, secondo l’opinione di chi lavorava con lei e chi la conosceva bene, non solo era esperta ma attenta e meticolosa nella preparazione di tutte le immersioni. Oltre 5mila quelle effettuate dalla scienziata.
L’intera ricostruzione della dinamica della tragedia avvenuta nella grotta dell’atollo di Alimatha, dove i cinque sub sono rimasti intrappolati durante un’immersione che si sarebbe spinta oltre i 50 metri di profondità previsti dal progetto scientifico. Un passaggio chiave dell’indagine riguarda il recupero dell’attrezzatura. Il team di speleosub finlandesi – che ha recuperato gli ultimi due corpi intrappolati oggi – ha riportato in superficie sia i dispositivi indossati dai sub italiani sia quelli dispersi all’interno della grotta. Tutto il materiale è stato sequestrato e consegnato alle autorità, comprese diverse videocamere GoPro, che potrebbero rivelarsi decisive per ricostruire minuto per minuto la sequenza degli eventi.
Le registrazioni video, se recuperabili integralmente, consentiranno infatti di chiarire diversi punti ancora oscuri: il percorso effettivamente seguito dal gruppo, le condizioni di visibilità nella grotta — descritta come quasi completamente buia nella seconda sezione — la presenza e l’intensità delle correnti marine, eventuali accelerazioni improvvise e gli ostacoli che potrebbero aver deviato la traiettoria dei sub fino a un cunicolo senza uscita. Un ulteriore nodo centrale riguarda la sicurezza dell’immersione. Gli inquirenti dovranno accertare se i sub disponessero di torce adeguate, strumenti indispensabili in ambienti di grotta, e del cosiddetto “filo di Arianna”, la linea guida fondamentale per ritrovare l’uscita in condizioni di scarsa o nulla visibilità.
Tutto il materiale tecnico sequestrato dalle autorità maldiviane — tra cui bombole, computer subacquei e dispositivi di registrazione — confluirà anche nell’inchiesta aperta dalla Procura di Roma, che ha ipotizzato il reato di omicidio colposo. I computer di immersione potranno fornire dati cruciali su tempi, profondità e andamento dell’immersione. Parallelamente, è in corso l’organizzazione delle autopsie sulle salme, che verranno eseguite in Italia man mano che i corpi saranno rimpatriati. Gli esami medico-legali potrebbero aiutare a chiarire ulteriori aspetti, inclusa l’ipotesi — ancora tutta da verificare — di un possibile avvelenamento da gas presente nelle bombole.
Sul piano delle testimonianze, saranno ascoltati nei prossimi giorni i partecipanti presenti a bordo della nave di appoggio Duke of York, utilizzata per l’escursione e le operazioni logistiche. Il portavoce del governo maldiviano Mohamed Hussain Shareef ha dichiarato all’Associated Press che la grotta era già stata esplorata in passato da sub locali e stranieri. Ha inoltre confermato che gli ultimi due corpi sono stati recuperati da speleosub finlandesi con il supporto della guardia costiera e della polizia maldiviana, e saranno identificati prima delle procedure di rimpatrio coordinate con le autorità italiane.
Secondo quanto riferito, le autorità maldiviane non disponevano di informazioni precise sull’esatta ubicazione della cavità esplorata e almeno due delle vittime non risultavano formalmente nell’elenco dei ricercatori autorizzati. Le condizioni all’interno della grotta sono state descritte come particolarmente difficili, con visibilità ridotta, correnti intense e morfologia complessa. Tra le ipotesi investigative, la più accreditata resta quella della perdita dell’orientamento. Come riportato dalla giornalista del Corriere della Sera Sara Gandolfi, i sub potrebbero aver superato la prima camera della grotta entrando in una seconda sezione completamente buia, per poi imboccare un passaggio errato fino a restare intrappolati.
Più defilata appare invece l’ipotesi di un “effetto Venturi”, cioè il risucchio generato da forti correnti, ritenuta poco compatibile con la conformazione della grotta, che non presenterebbe ulteriori vie d’uscita. Le risposte più attese arriveranno proprio dall’analisi delle GoPro e dei computer subacquei, che potrebbero fornire la ricostruzione più fedele degli ultimi minuti dell’immersione.