Il Parlamento approva: è nata la nuova Commissione parlamentare Antimafia, ora tocca ai partiti riempirla di persone perbene. Ne va della credibilità della Istituzione e in questo momento nessuno può permettersi di correre questo rischio.

E’ prevedibile che l’individuazione del o della presidente risponda alla logica dei numeri e che quindi, come anticipato da Il Fatto, la scelta cada su un rappresentante di Fratelli d’Italia, anche se il profilo specifico di alcuni parlamentari, non appartenenti al partito di maggioranza relativa, potrebbe ispirare scelte diverse, che darebbero il senso di una convergenza alta e trasversale, coerente al condiviso auspicio: sulla mafia non ci si deve dividere, bisogna fare soltanto gli interessi del Paese.

E invece sulla mafia, purtroppo (!), ci si dividerà eccome, ma resta comunque ragionevole aspettarsi che queste figure possano trovare spazio all’interno dell’Ufficio di Presidenza, magari come vicepresidenti. Ammesso che lo considerino opportuno e non è per nulla scontato.

E’ una buona notizia quella del voto unanime del Senato, che come ci eravamo augurati non ha più modificato il testo della Camera: della Commissione Antimafia infatti c’è bisogno e ora spero che venga costituita e resa operativa entro il 21 marzo, Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno dedicata alle vittime innocenti delle mafie (la manifestazione promossa da Libera e Avviso Pubblico è prevista a Milano).

Alcune questioni scottanti attendono la Commissione Antimafia, faccio alcuni esempi.

La incredibile fuga dal carcere di massima sicurezza di Nuoro di uno dei boss più sanguinari della mafia garganica, Marco Raduano, è soltanto l’ultimo gravissimo episodio che dovrebbe indurre la Commissione riprendere il lavoro sulle carceri a 360 gradi. Non soltanto quindi la aratissima questione del 41 bis, ma anche altre questioni che vanno dalle condizioni strutturali al personale impiegato, dalla funzione della pena in chiave riabilitativa ai rischi sul piano della saldatura di nuove alleanze criminali.

L’arresto dopo trent’anni di latitanza di Matteo Messina Denaro è l’occasione per ricapitolare nella sede istituzionale più alta proprio questi tre decenni di indagini, che hanno prodotto risultati straordinari (lo Stato ha fatto terra bruciata attorno al latitante, arrestando centinaia di presunti fiancheggiatori e confiscando beni per centinaia di milioni di euro), ma che hanno anche subito clamorose battute d’arresto.

I quarant’anni dal terribile 1983 nel quale vennero assassinati i giudici Ciaccio Montalto, Chinnici e Caccia e i trent’anni dalle bombe del 1993 con la loro scia di morti e di ombre è l’occasione per indagare ancora su quanto di quel periodo sia rimasto ad intossicare la vita democratica del Paese.

Ma la Commissione Antimafia credo che dovrà decidere se dare e come una risposta a due grandi questioni, la cui definizione dipenderà dalla capacità di inchiesta che la Commissione avrà sul presente delle organizzazioni mafiose, operanti in Italia e in Europa.

La prima potrebbe essere così riassunta: la mafia oggi rappresenta ancora una sfida tale all’ordinamento democratico e alla coesione sociale da legittimare il cosiddetto “doppio binario”? Molte forze in senso lato politiche operanti nel nostro Paese propendono per il no e questa posizione ha precise conseguenze sulla valutazione dell’intero armamentario anti mafia, che andrebbe se non abolito quanto meno fortemente ridimensionato; a cominciare dalle misure di prevenzione personali e soprattutto patrimoniali disposte dall’autorità amministrativa (per intenderci, le informative prefettizie che fondano le interdittive).

La seconda questione punta dritta al cuore delle organizzazioni mafiose e riguarda l’intensità con la quale lo Stato deciderà di sostenere le scelte di rottura che maturano all’interno delle famiglie inserite in quei contesti mafiosi, scelte che per lo più riguardano donne, spesso madri, che intendono liberarsi e liberare i propri figli da un destino che altrimenti è segnato quasi inevitabilmente dalla violenza.

Una questione questa che riguarda anche il tema della potestà genitoriale e il dovere dello Stato di intervenire a favore dei minori.

Chissà che, tra le tante storie dure che le vicende mafiose ci restituiscono, non faccia riflettere i futuri commissari quella di Vittorio Maglione, che non ancora tredicenne, già profondamente segnato dalla violenza del contesto criminale al quale apparteneva e che gli aveva già strappato un fratello quindicenne assassinato, pensò di ribellarsi a quella che gli dovette sembrare una ineluttabile condanna ad una vita insopportabile, suicidandosi.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Successivo

Messina Denaro, l’autodifesa del medico Tumbarello: “Non ho mai conosciuto il boss. Io rispettavo il segreto professionale”

next