di Andrea Masala

Le manifestazioni di sabato sono un fenomeno complesso, e come sempre, davanti un fenomeno complesso, le sinistre, anche le meno ufficiali, mettono il pilota automatico e dicono: fascisti!

Sgomberiamo il campo: c’erano i fascisti? Sì, e come al solito sono stati lasciati liberi di fare ciò che volevano delle piazze. E loro hanno fatto ciò che sognavano da anni: assaltare, come i loro infami e prezzolati nonni, le sedi dei lavoratori organizzati. Quindi stamattina tutti a presidiare le Camere del Lavoro e le sedi dei sindacati, è fondamentale farlo. Perché quella è casa nostra ed è anche forse la fondamenta più importante, la garanzia principale, di una democrazia come la nostra. A prescindere dai tanti difetti e ritardi dei sindacati, i lavoratori organizzati sono il presidio fondamentale di una democrazia sociale. I fascisti lo sanno bene e infatti sono le prime cose che assaltano.

Detto questo, a parte quei pochi, e maledetti, manipoli di fascisti, chi erano gli altri manifestanti? Perché erano in tanti e in tutta Italia. E i fascisti, per fortuna, così tanti non sono. Questa domanda ce la dobbiamo porre, perché dire che erano tutti fascisti è il più grande regalo che possiamo fare ai fascisti, è proprio ciò che Fiore vuole, il motivo per cui si infiltra in questi e altri movimenti.

Riguardate le immagini, scaviamo in quelle facce, in quegli sguardi, osserviamo come si muovono. Dobbiamo fare così perché nessuno ci fa sentire cosa dicono. Dei tanti giornalisti ieri nelle piazze, nessuno si è peritato di fare qualche intervista, chiedere opinioni, sentire motivazioni. Però giornalisti e politici hanno parlato di città “a ferro e fuoco” mentre si vedevano le immagini delle vetrine di Apple e di Zara senza neanche una scritta con lo spray. Non solo non sfasciate, neanche scarabocchiate.

Se andassimo a scavare nelle vite di questi nuovi manifestanti potrei scommettere che si tratta di persone impoverite da Equitalia, pignorate dalle banche, incastrate nei meccanismi della giustizia civile, umiliate dalla precarietà, insegnanti da anni con incarichi annuali o meno, con supplenze di poche ore a tanti chilometri di distanza, genitori che cercano cibo biologico per i figli e medicine meno invasive possibili, non barbari analfabeti ma persone il cui reddito e prestigio sociale non coincide col titolo di studio o con la fatica quotidiana.Potrei scommettere che quasi tutti fanno parte di quel 50% che lo scorso fine settimana non si è recata alle urne.

Si tratta quindi di quella eterogeneità sociale figlia di 30 anni di deregulation di lavoro ed economia che ha destrutturato il sociale. Si tratta di quella dissonanza tra scolarizzazione (più alta rispetto la generazione precedente) e realizzazione economico-sociale (invece più bassa). Si tratta di un neoproletariato plebeo che non è working class perché il working è poco e debole e la class proprio non c’è, perché essa è una costruzione politica e negli ultimi 30 anni altro non si è fatto che distruggere e impedire questa costruzione.

Dico neoproletariato nel senso classico: una massa di persone che, per quanto istruita (e lo è quanto mai prima nella storia) non ha uno specifico valore nel lavoro, è intercambiabile, sostituibile, precaria, a cottimo, intermittente, è cosa tra le cose, merce-lavoro in obsolescenza programmata.

Il grande sociologo italiano dimenticato Gino Germani propose la categoria di “masse in disponibilità” intendendo con questa locuzione quelle masse non organizzate, anzi figlie di una deregulation, di una disorganizzazione, di un processo disrupting di innovazione di capitale e di organizzazione sociale e simbolica. Masse a disposizione per qualsiasi mobilitazione. Per Germani, che le aveva viste all’opera sia nel fascismo italiano che nel peronismo argentino che nelle mobilitazioni comuniste in Sudamerica e in Europa, quelle nuove masse, figlie di una destrutturazione dell’ordine sociale precedente, sono disponibili a molteplici mobilitazioni, anche opposte tra loro, perché hanno bisogno di trovare non solo nuovi diritti e giustizie sociali, ma anche una propria identità, una nuova identificazione dentro una nuova società, una dignità di cittadinanza.

Allora io credo che da qualche tempo ci troviamo davanti a nuove masse in disponibilità. I fascisti, oggi come allora, lo sanno e si infiltrano, manipolano, tentano di egemonizzarle. Anche un secolo fa la sinistra esitò e condannò, se ne alienò. Il tema dei reduci e degli arditi è stato molto dibattuto, riandiamoci a leggere Gramsci su questo. Visto che sappiamo parlare solo di fascismo, andiamoci a studiare bene le tappe e le dinamiche sociali della sua affermazione.

Queste nuove masse in disponibilità non hanno né ideologia né identità di classe. Sono però sempre e solo contro. Agiscono in reazione a degli stimoli. Che non sono mai stimoli astratti ma cose che toccano le parti più intime delle loro vite. Può essere la questione salute/lavoro (il greenpass appunto), può essere un tema fiscale, un problema urbano, una questione abitativa, un tema di sicurezza, una questione locale, una modifica del panorama ecologico o sociale consueto, un problema di cura familiare.

Stavolta la questione green pass ha funzionato da “significante vuoto” (categoria usata da Laclau), cioè da questione che ha mobilitato tante persone, tutte con motivazioni e rabbie diverse. Domani parte di quelle persone possono mobilitarsi su una questione, ma un’altra parte potrebbe essere contro, come alcuni di quelli che sono contrari alle mobilitazioni di ieri, potranno trovarsi al fianco di alcuni di loro domani. Di volta in volta mobilitati da una questione che faccia da attivatore e condensatore di tante esperienze, rabbie, sentimenti, esigenze diverse.

Quando diciamo che la società fordista, con ampie masse organizzata dal e nel lavoro, non esiste più, poi dobbiamo accettarne tutti i derivati.

Oggi abbiamo alcuni settori di società sempre disponibili a una qualche mobilitazione contro. E’ difficile trovare una razionalità e una coerenza in queste mobilitazioni, perché non c’è una politicizzazione costruita. Trovo assurdo aspettarsi mobilitazioni coerenti come quelle di Pci e Cgil degli anni 60. Non esistono più quelle classi né quel partito e quel sindacato. Così come non capisco chi parla di moltitudini e poi quando queste si manifestano le bolla come fasciste. Le moltitudini non si presentano già pronte e organizzate. Prima della politicizzazione si presentano brute, grezze, naif, scomposte. Non hanno nemmeno di default la discriminante antifascista, né un servizio d’ordine pret-à-porter.

Ragionerei invece diversamente osservando come questa eterogeneità sociale arrabbiata colga di volta in volta un pretesto mobilitante e unificante (di cui il merito non è la cosa più importante), visto che la politica non le mobilita e non le unifica più se non sotto le elezioni permanenti, trovando nei social una forza organizzativa che supplisce alla scomparsa delle organizzazioni di massa (ah come ci piaceva quando i social aiutavano la mobilitazione delle primavere arabe…).

Spero si sia capito che non voglio parlare del tema della mobilitazione, del green pass, ma delle dinamiche sociali di tutto un insieme di mobilitazioni che abbiamo, abbiamo avuto e avremo davanti ancora per molto tempo.
Oggi sarà importante stare coi sindacati, tra una settimana sarà importante stare in piazza. Ma non illudiamoci: possiamo presidiare le sedi e riempire le piazze, possiamo perfino far sparire nelle urne la rappresentazione/rappresentanza di questa eterogeneità sociale (che infatti si è rifugiata nell’astensione), ma con questo fenomeno eterogeneo avremo a che fare ancora a lungo.

E se continueremo ad affrontarlo chiamandoli tutti fascisti, beh allora fascisti lo diventeranno tutti.

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