Grazia a Nicole Minetti: così le reti di potere minacciano le democrazie
La vicenda della “scandalosa” grazia a Nicole Minetti ancora non consente di esprimere giudizi nel merito. Di certo, quella che sembrava un’edificante storia di redenzione personale, certificata dall’atto presidenziale di clemenza, si è intorbidita a seguito di ulteriori elementi di conoscenza affiorati grazie alla meritoria inchiesta de Il Fatto quotidiano.
Toccherà agli ulteriori accertamenti di polizia e giudiziari stabilire se anomalie e incongruenze della procedura rientrino ancora in un perimetro di accettabilità formale – e magari anche “etica” – della grazia presidenziale, o se invece non siano indicatori di più gravi irregolarità o illeciti. Alcune considerazioni di carattere più generale sono comunque fin d’ora possibili, contando su alcuni elementi certi. Uno in particolare: l’acclarata appartenenza a una cerchia elitaria sia della Minetti che del partner imprenditore Giuseppe Cipriani, quest’ultimo nello specifico legato da relazioni amicali e affaristiche con Jeffrey Epstein.
Nel sito del Department of Justice, una ricerca per cognome nella banca dati degli Epstein files restituisce oltre 500 voci di documenti che chiamano in causa l’erede del marchio degli Harry’s bar, impegnato in incontri, telefonate e amichevoli scambi col finanziere pedofilo newyorkese, propedeutici alla conclusione di intese finanziarie e d’investimento.
Proprio il caso Epstein, con la sua parabola ai vertici della finanza e dell’alta società internazionale, è una possibile chiave di lettura delle dinamiche contemporanee di quello che Norberto Bobbio definì il “potere invisibile” – inquadrandolo coma una tra le minacce più insidiose per le democrazie moderne. Un potere sotterraneo, quindi del tutto irresponsabile, proprio per questo capace di condizionare in modo imponderabile e con precisione chirurgica una serie di scelte pubbliche, indirizzate verso l’esclusivo soddisfacimento di interessi privati – di profitto o di impunità. Spesso questi abusi di potere sono impacchettati in una narrazione indulgente e benevola, così ammantandole di rispettabilità sociale: accanto alla segretezza, vi si manifesta una componente di “egemonia” in senso gramsciano, in virtù della quale anche l’illecito e la prevaricazione appariranno a un pubblico inconsapevole dietro una veste legittimante.
Durante la sua ascesa nell’olimpo dei potenti della terra, Epstein eccelleva non tanto nell’arte della gestione patrimoniale, quanto in quella della tessitura di relazioni. I milioni di file finora divulgati dimostrano che il vero centro del suo interesse non erano bilanci, investimenti, operazioni di mercato, ma l’incessante creazione di legami personali – uno tra i tanti, quello con Cipriani – attraverso settori professionali e confini nazionali. Come un super-faccendiere globale, Epstein ha coltivato rapporti con migliaia di “potenti” sparpagliati nei cinque continenti, a loro volta punti di accesso a ulteriori opportunità e contatti. Per suo tramite questi soggetti hanno trovato un canale per dialogare, stabilire nessi fiduciari, amplificare il raggio di esercizio del proprio potere. Neanche un quinto dei suoi cinquecento interlocutori più frequenti ha a che fare con la finanza. Gli altri appartengono ai campi più disparati: dalla sfera politica – incluse teste coronate – a quella imprenditoriale, dal mondo dell’accademia e della scienza a quello artistico, dai media alla medicina.
Ciò che aveva valore non erano i prodotti finanziari, ma l’accesso a questa ragnatela, nella quale molti sono rimasti poi incollati per il suo potere di ricatto: i tanti potenti – quasi un migliaio gli ospiti certificati del “Lolita express” – che assieme ad Epstein hanno appagato le proprie turpi propensioni sessuali, meticolosamente registrate dal loro ospite, si sono resi vulnerabili al mantenimento del segreto. In un contesto differente, e su scala minore, il passato ruolo di Minetti quale vestale delle “cene eleganti” di Arcore l’ha forse arricchita, oltre ai bonifici del Cavaliere, di un analogo patrimonio di informazioni confidenziali e potenzialmente compromettenti, re-investibili in fonte di influenza.
La rete pazientemente intessuta da Epstein configura un esempio di quelle che nel 2017 il compianto sociologo Vincenzo Ruggiero nel libro Dirty Money definì power networks. Le reti di potere sono coalizioni fluide tra componenti di élite economiche, politiche, finanziarie e professionali, che confondono i tradizionali confini tra economia legale e illegale, politica formale e informale, regolazione pubblica e interessi privati. Non si tratta di organizzazioni criminali nel senso tradizionale, piuttosto di strutture relazionali duttili, in grado di mobilitare risorse diverse e complementari per consolidare potere e profitti di chi vi opera: capitale finanziario (anche illegale, da riciclare), potere decisionale su regolamentazione e scelte pubbliche, competenze manageriali e tecniche, reputazione, appartenenza a circoli esclusivi. Queste reti naturalmente devono proteggere anche dal rischio di incappare in guai giudiziari, se non nel carcere, o magari nell’affidamento ai servizi sociali.
La loro capacità di influenza sulla sfera politica però ne addomestica le deliberazioni, la pressione sul sistema giudiziario e di polizia svia le indagini o ne neutralizza gli esiti, le stesse pratiche devianti sono “normalizzate” agli occhi dell’opinione pubblica. I network di potere non sono espressioni patologiche, bensì forme naturali di manifestazione del capitalismo finanziario contemporaneo. Nella concentrazione estrema di ricchezza, i simboli del “successo” ostentati dall’élite dei potenti – frequentazione di ambienti “esclusivi”, stile sfarzoso di vita, insofferenza al rispetto delle regole comuni, etc. – valgono a consacrare agli occhi di molti il dominio dell’ideologia neoliberale.
Qualora si dimostrassero passaggi opachi o illegali, condizionamenti impropri, pressioni ricattatorie su proponenti e artefici della procedura, il caso della grazia a Nicole Minetti potrebbe essere inquadrato come una tra le attività – malauguratamente svelata – sintomatiche dell’operare sottotraccia di una simile rete di potere. Ma preferirei davvero poter credere, sperare, magari illudendomi, che così non sia, e dunque questa storia di presunta espiazione e riscatto si concluda col lieto fine di ogni favola: “e vissero tutti felici e contenti”.