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Non c’è prova delle frasi antisemite al corteo del 25 aprile: così si assottiglia la linea tra realtà e interpretazione

In contesti polarizzati, la verifica dei fatti non è un dettaglio. È l’unica cosa che impedisce alle narrazioni di sostituirsi alla realtà (e alla premier di approfittarne)
Non c’è prova delle frasi antisemite al corteo del 25 aprile: così si assottiglia la linea tra realtà e interpretazione
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“Siete saponette mancate”. È questa la frase che ha acceso lo scontro politico e mediatico del 25 Aprile, trasformando una celebrazione della Liberazione in un nuovo fronte di polemica tra parte della comunità ebraica organizzata e i movimenti della sinistra presenti ai cortei.

Ma su quella giornata, in realtà, i punti oscuri sono ancora molti: nelle ultime ore il centro dell’attenzione si è spostato sull’episodio degli spari con pistola ad aria compressa contro due esponenti Anpi a San Paolo, a Roma, attribuiti a un giovane della Comunità ebraica di 21 anni. Prima ancora, però, il dibattito pubblico era dominato da due accuse pesanti: la frase “siete saponette mancate” e presunti inni a Hitler riportati dal consigliere comunale Daniele Nahum.

Ed è proprio qui che la vicenda si complica. Perché gran parte della copertura mediatica è partita da testimonianze indirette, rilanciate e amplificate fino a diventare notizia. Le condanne politiche sono state immediate, ma le fonti restano le stesse: le parole a caldo di Emanuele Fiano e di alcuni partecipanti dello spezzone della Brigata Ebraica, poi allontanato dal corteo. Tutti soggetti direttamente coinvolti nella manifestazione.

Anche l’altra accusa, quella dell’inno a Hitler, circola esclusivamente attraverso dichiarazioni di Daniele Nahum, un consigliere comunale e membro della Comunità ebraica milanese, notoriamente non neutrale.

La domanda quindi è semplice, ma inevitabile: qualcuno, fuori da quel perimetro, ha davvero sentito quelle parole? Esistono video? Audio? Testimoni indipendenti? Oppure siamo davanti a una catena di “mi è stato detto che”, diventata in poche ore certezza politica e mediatica?

Possibile che nel 2026, con la bulimia di video che documentano in streaming tutto, in uno degli angoli più caldi delle celebrazioni per la Liberazione, con uno spicchio di piazza assediato dai media di tutta Italia per vedere cosa sarebbe successo con la presenza della Brigata Ebraica, nessuno, ma proprio nessuno, abbia sentito quella frase? Eppure parliamo di un reato, non di dissing da web. Perché Fiano è corso dai giornalisti e non dalla Digos?

A sollevare per prima il dubbio è stata la giornalista Rita Rapisardi sui social, notando proprio questa fragilità della ricostruzione. La frase “saponette mancate”, al momento, risale a un post Facebook di Fabio Turone Lantin, presente nello spezzone della Brigata Ebraica, che racconta come la figlia minorenne sarebbe stata costretta a lasciare il corteo dopo essere stata insultata con la frase shock. In alcune ricostruzioni si parla di un coro, in altre di una singola persona che avrebbe sussurrato la frase all’orecchio della ragazza.

Anche Emanuele Fiano ha rilanciato l’episodio, ma non è chiaro se lo abbia direttamente udito o semplicemente riportato.

Il punto è questo: in un clima già infuocato, testimonianze interne diventano facilmente verità pubbliche. E quando entrano in gioco figure politicamente esposte, da Nahum a Fiano, fino a Eyal Mizrahi, tristemente noto per il “definisci bambino”, il confine tra osservazione e interpretazione si assottiglia ulteriormente.

E infatti, nello stesso corteo, c’è anche chi racconta una versione opposta. Giorgio Cremaschi, per esempio, sostiene sui social che quella frase non l’abbia sentita nessuno tra i presenti. Perché lo spezzone della Brigata Ebraica è credibile e Cremaschi no?

E qui la questione diventa più ampia del singolo episodio: quanto può diventare “verità pubblica” qualcosa che nasce da testimonianze non verificabili, soprattutto quando passa rapidamente dai social ai titoli dei giornali?

Non è un caso isolato. Ad Amsterdam, durante le proteste legate all’inaugurazione del Museo dell’Olocausto nel 2024, avvenne un episodio identico: il ministro dell’Interno di allora condannò frasi antisemite sentite al corteo di protesta. “Ebrei raus” e altre frasi shock vennero denunciate da più parti. Dopo settimane di condanne dalla politica e annuncio di norme più stringenti durante i cortei pro Palestina, la polizia ha spento gli entusiasmi di molti (pro Israele): dopo ore di setaccio dei filmati, di frasi antisemite neanche l’ombra. Chi le aveva sentite? Nessuno seppe dirlo e chi denunciò fu costretto ad ammettere di aver riportato frasi sentite da altri.

Il punto, alla fine, resta sempre lo stesso: in contesti polarizzati, la verifica dei fatti non è un dettaglio. È l’unica cosa che impedisce alle narrazioni di sostituirsi alla realtà (e alla premier di approfittare della fragilità del sistema di comunicazione odierno, riportando frasi che nessuno ha verificato).

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