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Emma Monzeglio e la sua esperienza con Emergency: “Cinque missioni in un anno, il sorriso dei migranti mi ripaga della fatica”

Studia legge, ma a bordo è una ‘assistant cook’, aiuta i cuochi che si occupano di organizzare i pasti per i soccorsi
Emma Monzeglio e la sua esperienza con Emergency: “Cinque missioni in un anno, il sorriso dei migranti mi ripaga della fatica”
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“Con i bambini e le famiglie ho sempre lavorato, aiuto al doposcuola, campi estivi. Con Emergency invece sono volontaria dal 2023, anche se il rapporto con loro è iniziato alle elementari, quando giravo con lo straccetto della pace legato allo zaino”. Emma Monzeglio ha solo 26 anni e già ha una vita di terzo settore alle spalle. Oggi fa parte di YEP, “Young Emergency People”, la componente giovanile del volontariato dell’associazione. “Abbiamo organizzato eventi per diffondere cultura di pace”, racconta Emma, “siamo intervenuti nelle università nel momento in cui c’era bisogno, abbiamo realizzato anche una sorta di nostro magazine con riflessioni su vari temi ed argomenti. E quella è stata per me l’occasione per partecipare alla mia prima missione sulla Life Support, la nave di Emergency di ricerca e soccorso nel Mediterraneo”.

La prima missione di Emma risale al 4 marzo del 2025. “Sono salita come ‘extra’, ovvero con un ruolo di supporto alla logistica e ai mediatori culturali nello svolgimento delle attività con gli ospiti che vengono soccorsi durante le operazioni. Poi ho avuto la possibilità di fare altre missioni, anche come ‘assistant cook’, che è un ruolo di supporto ai cuochi che si occupano di organizzare i pasti per i soccorsi”. Un ruolo pratico, insomma, anche se Emma studia legge. “Eppure il fatto di potersi mettere alla prova in questo modo è stato molto soddisfacente, si provano emozioni molto grandi nell’incontrarsi e condividere pezzi di vita con equipaggi formati da persone che vengono da tutto il mondo, con storie diverse e con i quali ci si supporta e aiuta durante il periodo di navigazione. È un lavoro di gruppo e ognuno ne svolge un pezzetto al meglio delle proprie capacità”.

Ogni volta, racconta la volontaria, le emozioni che si provano sono diverse, “ogni volta si incontrano splendidi esseri umani e professionisti eccellenti”. Il momento più intenso e complesso è certamente quello del soccorso, seguito dal sollievo di sapere che le persone sono finalmente al sicuro. “Subito dopo però”, prosegue Emma, “subentra la consapevolezza di tutte le cose che ci sono da fare da lì fino al momento in cui si arriva in porto”. Lo staff a bordo della Life Support si organizza per sapere, attraverso i mediatori culturali, cosa possono mangiare le persone soccorse e quanto cibo occorra, sono spesso grandi quantità, mentre il team medico si occupa delle condizioni fisiche. Il periodo fino all’attracco può essere lungo visto che, com’è noto, a volte vengono assegnati dei porti lontani svariati giorni di navigazione. “È avvilente pensare che queste persone debbano fare un viaggio così faticoso e inutilmente lungo, per chi soffre il mal di mare è terribile stare a bordo, ci sono minori anche piccolissimi e persone con patologie o donne incinte, oppure semplicemente persone esauste dal viaggio o che purtroppo nel viaggio hanno perso qualcuno, quindi con una fortissima vulnerabilità psicologica”. Oltre alla pratica di assegnare porti lontani e ai fermi amministrativi ai sensi del decreto Piantedosi, lo stesso provvedimento ostacola l’operatività delle Ong Sar prescrivendo che dopo il soccorso le navi della Flotta civile si rechino al porto di sbarco assegnato “senza ritardo”, limitando quindi la possibilità di fare soccorsi multipli.

Emma di missioni ne ha fatte ben cinque in un anno, ognuna di circa un mese. All’inizio non è stato facilissimo. “Durante la prima missione abbiamo soccorso 35 persone, tutti ragazzi molto giovani e una famiglia, io ero veramente emozionatissima, ho avuto la fortuna di essere affiancata da mediatori culturali eccellenti che mi hanno guidato per tutto il momento del soccorso. Avevo fatto prima della partenza un inventario di tutti i vestiti che poi vengono consegnati alle persone soccorse, che spesso arrivano bagnate o anche coperte di benzina”. I ricordi sono tantissimi, ma alcuni rimangono per sempre: “Tra i vestiti abbiamo anche delle sciarpe per le donne che hanno bisogno di un hijab pulito e asciutto. Ricordo benissimo che durante una missione c’era una donna devastata che faticosamente è riuscita ad alzarsi e andare in fondo alla nave con suo marito e la sua bimba, le ho chiesto se potevo portarle appunto un hijab e lo trovo verde, dello stesso colore della sua gonna. Mi ha fatto uno splendido sorriso che porterò sempre con me. Sono arrivati in Italia in sicurezza, mi auguro che la loro vita sia felice, noi non abbiamo contatti con loro dopo, possiamo solo immaginare e sperare che tutto vada per il meglio”.

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