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Perché l’intervista di Fagnani a Roberto Savi mi ha ricordato le domande di Giletti a Baiardo

Qualcosa ribolle nel fondo della Repubblica, questo è certo. Una Repubblica che non ha fatto i conti fino in fondo con il proprio più recente passato
Perché l’intervista di Fagnani a Roberto Savi mi ha ricordato le domande di Giletti a Baiardo
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Impossibile per me guardare l’intervista di Francesca Fagnani a Roberto Savi senza pensare a quella fatta da Massimo Giletti a Salvatore Baiardo nel novembre 2022: allora iniziava la legislatura che ora si sta chiudendo.

Fuori discussione la professionalità dei due giornalisti: indubbia la rilevanza pubblica delle testimonianze raccolte e nessuna compiacenza dimostrata verso gli intervistati, a differenza di altre pessime pagine di finto giornalismo cui abbiamo assistito negli anni.

Le due interviste hanno almeno tre elementi di “contatto”. Evocano lo stesso contesto storico-criminale: l’ultimo capitolo del secolo scorso della lunga strategia della “tensione”, quello cominciato nel 1989 e conclusosi nel 1994. Un capitolo nel quale hanno trovato una convergenza tragica protagonisti differenti, che perseguivano ciascuno obiettivi propri, quindi non del tutto e non sempre coincidenti, ma che hanno anche percorso insieme “tratti” decisivi, contribuendo certamente con livelli diversi di consapevolezza e di efficacia alla grande ristrutturazione del potere nel nostro Paese.

La storia criminale della banda della Uno bianca infatti ha in comune con quella di Cosa Nostra di quegli anni l’aver fatto ad un certo punto una specie di “salto di scala”, l’aver innestato cioè la propria autonoma traiettoria delinquenziale dentro un’altra, più ampia. Quella della Uno bianca sembra “approdare” al livello superiore con il grazioso depistaggio difensivo posto in essere dal carabiniere Macauda; quella di Cosa Nostra sembra fare il salto dopo il 24 febbraio 1992, quanto Riina ordina alla squadra che era già pronta a colpire Falcone a Roma di rientrare perché “avevano qualcosa di più grosso per le mani”, cioè Capaci.

Secondo elemento di contatto: entrambe le interviste lasciano comprendere anche ad uno sprovveduto l’esistenza di una trattativa di alto livello con gli apparati di sicurezza dello Stato. Ovviamente non spetta a me qui valutare la fondatezza di questi riferimenti, che potrebbero essere del tutto campati per aria, mi limito soltanto a constatarlo. Baiardo allora, confidandosi con Giletti, parlò di un “regalino” al Governo, alludendo alla possibilità che Messina Denaro ormai gravemente malato si consegnasse allo Stato; Savi rispondendo alle domande di Fagnani afferma di avere ricevuto a suo tempo la protezione da parte di apparati, non meglio individuati, con cui interloquiva regolarmente recandosi a Roma.

Terzo elemento di contatto, il “fine pena”: Baiardo come Savi, nel far capire di avere altre informazioni scottanti oltre a quelle già consegnate (la fantomatica fotografia nel caso di Baiardo, che immortalerebbe Silvio Berlusconi con Giuseppe Graviano e il generale dei carabinieri Francesco Delfino; l’identificazione dei soggetti interni agli apparati di sicurezza con cui ci sarebbero state le “convergenze”, nel caso di Savi), fanno intendere, per dirla con Savi, che “se mi mandano fuori, io ci vado”. Ma mentre Savi parla per sé, dimostrando scarso riguardo per i fratelli, Baiardo – allora a piede libero – parlava per conto dei fratelli Graviano, di cui è stato certamente uno dei più fedeli favoreggiatori.

Non sfugge un quarto lapalissiano elemento di contatto, ovvero il medium televisivo che ha un vantaggio rispetto ad altre più riservate forme di comunicazione: scatenare sicuramente un vespaio di reazioni subitanee, che qualcuno può essere pronto a captare per i più differenti fini.

Qualcosa ribolle nel fondo della Repubblica, questo è certo. Una Repubblica che non ha fatto i conti fino in fondo con il proprio più recente passato, dando l’impressione di preferire, salvo rare e indomite eccezioni, la “pacificazione” prodotta dall’impunità alla “pace” prodotta dalla verità. Come stupirsene: è la stessa strada imboccata fin dall’immediato secondo dopo guerra col fascismo.

Una Repubblica ancora recentemente scossa dalla vicenda “Squadra Fiore” che coinvolgendo niente meno che l’ex numero due dei Servizi Segreti italiani, Giuseppe Del Deo, getta purtroppo, pur con tutte le dovute cautele in tema di presunzione di non colpevolezza, rinnovate ombre sulla gestione del potere da parte degli apparati di sicurezza.

Mi resta una domanda: a chi avrà voluto parlare di persona Roberto Savi? Potrà forse averne qualche idea chi abbia conosciuto bene la Bologna di quegli anni, una Bologna crocevia di terrorismi devastanti come la strage alla stazione e altrettanto devastanti depistaggi altolocati, come l’operazione “terrore sui treni”. Storie di prefetti, Viminale e affari riservati.

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