Otto mesi per arrivare al referendum anti-trivelle, il primo nella storia repubblicana promosso dalle Regioni. Che si sono sentite estromesse dai processi decisionali in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi. Nei loro mari. E mentre si moltiplicavano le mobilitazioni e alcuni Comuni sospendevano le attività di ricerca ed estrazione sulle loro coste, il Governo Renzi ha quasi da subito rifiutato il dialogo. Ma non è stato a guardare. Sono stati otto mesi di botta e risposta, a suon di leggi, sentenze, dichiarazioni. Tutto pur di evitare il voto popolare. Per ‘svuotare’ i 6 quesiti inizialmente proposti e disinnescare il referendum sono stati approvati alcuni emendamenti alla legge di Stabilità 2016. La Cassazione ne ha comunque salvato uno, ma l’esecutivo ha puntato i piedi contro un election day a giugno. E quando il dibattito ha preso piede, è arrivato l’invito all’astensione da parte del Pd, che ha spaccato il partito anche a livello nazionale. Il vero colpo di scena, però, è arrivato a due settimane dal referendum. Neppure le dimissioni del ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, infatti, hanno messo in secondo piano l’inchiesta sul centro oli Eni di Viggiano (Potenza) e il coinvolgimento del convivente dell’ex ministro. Un brutto affare, di petrolio e favori ai petrolieri, nel peggior momento possibile per il governo e per il premier. Che ha parlato di “bufala” per descrivere un referendum già ampiamente oscurato dalla televisione pubblica.

COSA SI VA A VOTARE – Perché la consultazione di domenica 17 aprile sia valida occorre che si rechi alle urne il 50 per cento più uno degli aventi diritto, come previsto dall’articolo 75 della Costituzione. Agli elettori sarà chiesto se vogliono abrogare una norma (il terzo periodo del comma 17 dell’articolo 6 del Codice dell’Ambiente, sostituito dalla Legge di Stabilità 2016) che consente alle società petrolifere di estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalla costa fino all’esaurimento del giacimento, senza alcun limite di tempo. Se voteranno ‘no’, si continuerà a estrarre fino a quando ci saranno petrolio o gas. Se voteranno ‘sì’, si abrogherà la norma e i giacimenti verranno fermati alla scadenza della concessione.

COME NASCE IL REFERENDUM – La battaglia per il referendum ha 8 mesi, ma è a gennaio del 2015 che 7 regioni e 2 province presentano ricorso alla Consulta contro il decreto ‘Sblocca Italia’. Un primo inizio. Si mobilitano ambientalisti e comitati locali che manifestano lungo le coste interessate da nuove richieste di trivellazioni. Alcuni Comuni ordinano la sospensione delle attività di ricerca ed estrazione. Viene sollecitato un incontro, mai avvenuto, tra Regioni e Governo. A settembre 10 consigli regionali (Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) depositano in Cassazione i 6 quesiti referendari. Si chiede l’abrogazione dell’articolo 35 del Decreto Sviluppo, di alcune parti dell’articolo 38 del decreto Sblocca Italia e di alcuni provvedimenti contenuti nella legge 239 del 2004.

I SEI QUESITI – Tre dei quesiti sono relativi alla legge che ha convertito il decreto Sblocca Italia, la numero 164 del 2014. Il primo mira a smantellare il principio che “le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili” e la previsione del “vincolo preordinato all’esproprio dei beni” interessati da tali attività. Il secondo chiede di abrogare parte della norma che prevede l’intesa tra Stato e Regioni nella definizione del Piano delle aree, ma dà un peso maggiore allo Stato in caso di mancata intesa. Con il terzo quesito si vuole eliminare la possibilità di proroghe al titolo concessorio unico quando le attività non siano state ultimate nei tempi previsti. Il quarto e il quinto quesito si riferiscono, invece, a norme precedenti richiamate dallo Sblocca Italia. Il quarto vuole modificare la norma secondo cui, in caso di mancata intesa, per le opere strumentali alle attività estrattive, sia il parere dello Stato a prevalere. Per la cronaca, è il quesito che ‘collega’ questo referendum all’affaire del ministro Guidi. Con il quinto quesito, invece, si vuole eliminare la previsione che sia il Consiglio dei Ministri a decidere, in caso le amministrazioni regionali non si esprimano entro un tempo determinato sulle procedure. Il sesto quesito è quello relativo all’articolo 35 del Decreto Sviluppo e mira al divieto assoluto delle attività di ricerca e coltivazione in mare entro le 12 miglia, anche per le autorizzazioni in corso. Il 26 novembre l’Ufficio centrale per i referendum presso la Corte di Cassazione dichiara conformi alla legge i sei quesiti.

LA LEGGE DI STABILITÀ E LA CASSAZIONE – A dicembre il governo Renzi propone delle modifiche alla legge di Stabilità 2016 sugli stessi temi affrontati nelle richieste di consultazione popolare. Secondo i promotori della consultazione, con l’unico scopo di ‘svuotare’ il referendum del proprio contenuto. A quel punto la Cassazione riesamina i quesiti e l’8 gennaio vengono dichiarati inammissibili i 5 che investono norme dello Sblocca Italia. Tre sono stati già recepiti dalla Legge di Stabilità, altri due non vengono comunque ammessi (sulla durata dei permessi e delle concessioni e sul Piano delle aree). Passa, invece, il sesto quesito, quello su cui si andrà a votare domenica.

IL NO ALL’ELECTION DAY – Nel frattempo, il 15 gennaio, c’è un colpo di scena. La Giunta regionale abruzzese si sfila dal gruppo delle Regioni promotrici. Il 19 gennaio la Corte Costituzionale dichiara ammissibile il sesto quesito, che si concentra sull’attuale previsione  che i titoli abilitativi già rilasciati debbano essere fatti salvi “per la durata di vita utile del giacimento”. È ora di stabilire una data. In vista della consultazione si combattono due battaglie parallele. Quella per far rientrare nel referendum anche i quesiti dichiarati inammissibili (che invece resteranno fuori) e quella per l’election day con le elezioni amministrative. Il Governo è contrario, il fronte No Triv grida allo spreco (di circa 300 milioni di euro). L’ultima parola spetta al Presidente della Repubblica. Il 16 febbraio Sergio Mattarella decide: si voterà il 17 aprile.

L’INVITO ALL’ASTENSIONE – È campagna elettorale: da una parte il comitato per fermare le trivelle, dall’altro il fronte del no rappresentato da ‘Ottimisti e razionali’ con a capo Gianfranco Borghini, ministro dell’Industria del governo ombra di Occhetto. In questo clima l’ennesima mossa. Il Pd utilizzerà i suoi spazi informativi sui media per invitare all’astensione (posizione sostenuta nei giorni scorsi anche dal presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano). Nonostante 7 delle 9 regioni che hanno proposto la consultazione siano amministrate dal Pd. La guerra non è più solo tra Regioni e Governo, ma è interna al Pd. Contro la scelta dei vertici, infatti, anche le minoranze del partito. Seguono settimane di dibattiti, con diffusione di rapporti e inchieste a sostegno del ‘sì’ e del ‘no’. Tra chi sottolinea e chi nega i potenziali effetti delle attività di estrazione di idrocarburi sull’inquinamento delle acque, fra i timori per la perdita dei posti di lavoro e, dall’altra parte, gli inviti a guardare al mondo delle rinnovabili come soluzione alla questione dell’occupazione. Che divide i sindacati.

L’INCHIESTA CHE HA TRAVOLTO IL MINISTRO GUIDI – A fine marzo l’ultimo colpo di scena. Gianluca Gemelli, il compagno del ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, è indagato nell’inchiesta della Dda di Potenza. Secondo chi indaga, sfruttava la compagna per avere incarichi e appalti dai petrolieri. La Guidi si dimette dopo la pubblicazione di una intercettazione in cui lei rassicurava il compagno circa l’inserimento nella Stabilità 2015 di un emendamento che avrebbe favorito lui e i suoi amici. Guarda caso, si tratta proprio della norma poi cancellata dalla Stabilità 2016 pur di scongiurare l’ammissibilità di uno dei quesiti referendari. Sul governo resta il sospetto di favorire sempre e comunque le multinazionali del gas e dell’oro nero.