L’auto elettrica di lusso non è la soluzione, ma la nuova Ferrari è un cambio di immaginario: sono ottimista
Difendere la Ferrari Luce, presentata in questi giorni, è un compito un po’ masochistico, vista la valanga di critiche e visto che non sono un’intenditrice di macchine, anzi le macchine vorrei proprio toglierle dalle strade.
La levata di scudi contro la nuova Ferrari però mi ha stupito. A me il design piace; anche il colore con cui è stata presentata, azzurro, e pure il nome, Luce, piacciono. Mi ha fatto impressione (negativa) che al lancio fosse presente, oltre Mattarella – presenza che capisco – persino il papa, ma spero almeno che in cambio Ferrari abbia fatto una cospicua donazione per coprire i bisogni di un paio di ospedali nei paesi in via di sviluppo.
Ma venendo alla macchina e, anche, alla transizione ecologica, a cui dovrebbe essere idealmente legata. Da sempre tutti gli esperti di transizione, ma bastano competenze minime per capirlo, sostengono che le case automobilistiche europee abbiano del tutto sbagliato sulla scelta dell’elettrico, laddove è stata fatta. Sono arrivate sul mercato macchine di alta gamma, con costi molto elevati, super rifinite, ma destinate a un ceto medio, alto o altissimo. La gran parte della popolazione è rimasta esclusa da ogni possibilità di acquistare un’auto elettrica perché troppo costosa, suggerendo così l’idea che la transizione fosse roba per ricchi.
Tutt’altra politica industriale ha fatto la Cina, che ha scelto soprattutto macchine popolari e meno costose, anzitutto per coprire i bisogni della sua popolazione e ridurre lo smog in cui le sue città soffocavano. E poi per venderle all’estero, con grande successo vista appunto la scelta masochista degli altri marchi. Marchi che ora stanno correndo ai ripari, ma con grande ritardo e con scelte non sempre azzeccate.
Ma la Ferrari, come dire, gioca un altro campionato. La Ferrari appartiene a un universo completamente differente e non avrebbe ovviamente avuto senso fare una Ferrari economica (poniamo, che so, a 50mila euro), né una Ferrari uguale alla Ferrari ma con un motore elettrico. Si è deciso di puntare su un design radicalmente diverso, con un costo effettivamente elevatissimo e una tecnologia super sofisticata. Ma al di là del giudizio, quello che a me pare interessante è che comunque questa Ferrari rappresenta un cambio drastico di immaginario. Forse un po’ troppo drastico, appunto; si sarebbe potuto immaginare un cambiamento più progressivo, però si è scelta una strada di rottura.
Le reazioni negative? Vediamo di chi, a parte i meme ironici in rete che ci sarebbero comunque stati: Luca Cordero di Montezemolo, Flavio Briatore, Carlo Calenda… insomma gente anziana che appartiene a un mondo che non esiste più, e che non mi pare si sia mai spellata le mani per la transizione ecologica. Uomini che mi sembrano appartenere ad un immaginario abbastanza fossile – forse avrebbero apprezzato un rombo finto e finte emissioni (sia chiaro: anche l’auto elettrica inquina, ma meno)?
Io penso che la transizione energetica si faccia anche cambiando i simboli e la Ferrari è sempre stata, per gli italiani, un simbolo. Dunque ben venga la Ferrari elettrica, pur con qualche difetto. E ben vengano le macchine elettriche a basso o bassissimo costo. In questo caso le due cose si tengono insieme; insensato è stato, semmai, pensare di fare auto elettriche per il ceto medio con costi da ceto altissimo.
La risposta ultima, ovviamente, la darà il mercato. Però a me dà un relativo senso di ottimismo pensare che la macchina di lusso più nota in Italia sia elettrica. Forse questo influirà sulle credenze delle persone. Il lusso non è mai totalmente ecologico, e la lotta alla crisi climatica richiede per forza una riduzione dei consumi, così come una redistribuzione delle risorse, oggi concentrate nelle mani di pochissimi.
Però, ripeto, se grazie anche alla nuova Ferrari la potenza e la velocità non verranno più legate esclusivamente alla benzina, con tutto il suo correlato di inquinamento e di emissioni; se cioè questa macchina servisse, appunto, a modificare l’immaginario collettivo italiano, rendendolo un po’ più celeste invece che rosso fuoco, sarà comunque, penso, una cosa positiva. Inutile accanirsi sull’identico, quando il mondo ci chiede con la massima forza di cambiare.