Più data center in Lombardia vuol dire più suolo, energia, acqua: la legge regionale non basta
La Lombardia è la principale area italiana per presenza di data center e, finalmente, ha predisposto un (brutto) progetto di legge per regolarne la crescita, che si sta rivelando caotica e fortemente impattante, come già accaduto per i centri logistici sorti come funghi negli ultimi anni. Il testo approvato martedì in Regione presenta però ancora maglie troppo larghe e vincoli insufficienti per prevenire gli impatti ambientali. Norme di questo tipo dovrebbero essere nazionali, non regionali. La disciplina nazionale, approvata il 24 febbraio 2026, prevede infatti decreti attuativi entro sei mesi, ma rischia comunque di arrivare a valle di un fenomeno già esploso.
I data center sono veri e propri insediamenti produttivi e, per questo, è necessario che la Regione definisca procedure autorizzative rigorose, come l’Autorizzazione Integrata Ambientale, e individui precise priorità localizzative: utilizzo esclusivo di aree dismesse, contaminate, degradate o inutilizzate e, sul piano energetico, obbligo di impiego di energia rinnovabile prodotta direttamente dagli impianti stessi.
Queste strutture esercitano infatti un’enorme pressione sul territorio. Crescono le proteste delle popolazioni locali e di alcuni sindaci, preoccupati che l’espansione degli impianti che alimentano l’intelligenza artificiale comporti enormi consumi idrici ed energetici, aumenti delle bollette di luce, gas e acqua, nuove isole di calore urbano e ulteriore consumo di suolo.
Da un’altra prospettiva, il boom dei data center sta già contribuendo all’aumento dei costi per molte attività produttive. Ogni nuovo e innovativo modello di IA richiede infatti maggiore capacità di elaborazione e quindi nuovi server, nuovi edifici, più energia, più acqua e sistemi di raffreddamento sempre più potenti. C’è già chi sostiene che i costi dell’intelligenza artificiale possano superare i benefici economici derivanti dall’innovazione dei processi e dei prodotti.
Anche un aumento di uno o due gradi delle temperature urbane può tradursi in maggiori rischi sanitari, consumi energetici più elevati e aggravamento dell’effetto “isola di calore”. La promessa dell’intelligenza artificiale rischia dunque di avere un prezzo ambientale molto più alto del previsto.
La rivoluzione dell’IA avrà certamente un costo ecologico ed economico, perché ogni nuovo modello produttivo richiede enormi capacità di elaborazione e quindi nuovi server, nuovi edifici e nuovi sistemi di raffreddamento gestiti dai data center. Sarebbe opportuno, inoltre, ridurre le richieste di trattamento e archiviazione dei dati attraverso una migliore ottimizzazione gestionale, così da limitare la necessità di immagazzinarli in strutture esterne.
L’impatto dei data center sulla qualità e sulla disponibilità dell’acqua sarà significativo, mentre appare eccessiva la tolleranza delle autorità e di molte amministrazioni comunali rispetto ai possibili effetti ambientali legati alla loro espansione. E’ necessario evitare la concentrazione dei data center nelle aree già fortemente antropizzate e introdurre una specifica destinazione urbanistica, lasciando ai Comuni la possibilità di individuare aree dedicate oppure di non autorizzarne l’insediamento.