Ventuno gennaio 2012. Monopoli, provincia di Bari. Cittadini e amministratori comunali in piazza. Si protesta contro il rischio di nuove trivellazioni nel mare Adriatico. Sono i mesi del governo tecnico di Mario Monti. E il Pd riscopre un’anima green. Al fianco dei pugliesi e contro le politiche energetiche dell’esecutivo sfilano anche l’allora governatore Nichi Vendola, Bonelli dei Verdi e alcuni eurodeputati. Tra loro Debora Serracchiani. Che terminato il corteo scrive su Twitter: “Oggi a Monopoli ho partecipato alla manifestazione per la difesa del mare Adriatico dai rischi delle trivellazioni petrolifere”. Sono passati quattro anni, sembra un secolo. Oggi la Serracchiani è governatore del Friuli Venezia Giulia e, soprattutto, vice segretaria del Partito democratico. Proprio in quest’ultima veste, insieme all’altro vice-Renzi Lorenzo Guerini, ha deciso che il referendum del 17 aprile contro le trivellazioni (anche in Adriatico) “è inutile“. E per questo motivo i vertici democratici faranno campagna elettorale spingendo per l’astensione dalle urne, nonostante 7 delle 9 regioni promotrici del referendum siano amministrate dallo stesso Pd. Una giravolta.

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Con tanto di spiegazione e sfida alla minoranza dem, che protesta contro la scelta dei vertici del partito di governo. Come la Serracchiani quattro anni fa. Ma che oggi la pensa così: “Ci sono alcune piattaforme che estraggono gas. Ci sono già. Vi lavorano migliaia di italiani. Finché c’è gas, ovviamente è giusto estrarre gas”. E ancora: “Sarebbe autolesionista bloccarle dopo avere costruito gli impianti”. Poi la chiusura della nota: “Non raccontiamo che è un referendum contro le nuove trivellazioni, non raccontiamo che è un referendum che salva il nostro mare. Non c’è nessuna nuova trivella, ma solo tante bugie”. Tradotto: chi nel 2012 manifestava contro le trivellazioni, nel 2016 le difende a spada tratta.

Ai piani alti del Nazareno, Debora Serracchiani non sembra l’unica ad aver cambiato idea sulla politica energetica del Paese. Sempre nel 2012, Matteo Renzi correva alle primarie per la segreteria del Partito democratico contro Pier Luigi Bersani. Era sindaco di Firenze, si presentava come rottamatore. Nel suo programma elettorale, il primo cittadino fiorentino dedicava un capitoletto intero alla sostenibilità. Cavallo di battaglia? Energie verdi e incentivi alle rinnovabili. Strategia da rottamatore, insomma. Leggere per credere: “Investimenti mirati anche di natura pubblica devono essere fatti in settori ancora in fase di sviluppo (come il solare a concentrazione in alternativa al fotovoltaico o l’eolico d’alta quota) là dove è possibile sfruttare le competenze e le eccellenze della ricerca e dell’industria italiana”. Nulla di paragonabile alla piroetta della Serracchiani, sia chiaro. Ma è palese che il rottamatore dell’epoca tutto faceva tranne che difendere a spada tratta lo sfruttamento di idrocarburi in mare. Che sono energie fossili e non certo rinnovabili. Del resto nel 2012 Renzi-sindaco si muoveva in bicicletta, oggi Renzi-premier vola con il nuovo Airbus presidenziale.

Allargando il campo ai democratici come partito, poi, da ricordare quanto avvenne nel 2010. A pochi mesi dal disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon in Louisiana, il Pd, tramite i senatori Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, presentò diverse interrogazioni contro il governo Berlusconi, accusato di aver messo in atto una deregulation vera e propria sulle trivellazioni. Era il 12 luglio e gli esponenti dem parlavano di “follia del Governo italiano” che voleva “far diventare il Mediterraneo che bagna l’Italia come il Mar del Nord, costellato di piattaforme petrolifere a pochi km dalle nostre coste”. Oggi, a sei anni di allora, non si parla di nuovi impianti e di nuove trivelle. Ma il parallelismo è suggestivo, tanto che il Governo Berlusconi veniva definito come “protagonista di una escalation impressionante per quanto riguarda le ricerche di idrocarburi ed i pozzi autorizzati dal 2001 al 2006 e dal 2008 ad oggi. Un’attività frenetica a tutto vantaggio delle grandi multinazionali, spesso straniere, che per i loro appetiti economici vogliono trivellare ovunque nei mari italiani, appropriandosi di un’area di circa 11mila chilometri quadrati”.

Per Della Seta e Ferrante (che nel 2013 hanno abbandonato il partito), a causa delle “troppe autorizzazioni concesse” le coste italiane che vivono di turismo “riceverebbero un colpo durissimo dal bitume, dal catrame e dalle sostanze nocive spinte a riva dalle piattaforme”. Sul banco degli imputati il governo Berlusconi, “che invece di seguire la strada dell’efficienza energetica e della green economy, costringe il Paese ad inseguire una insensata politica energetica basata su una tecnologia vecchia come il nucleare e su una scelta spericolata come quella delle trivellazioni offshore”. Sembrano No Triv, erano senatori del Pd. Partito che oggi, almeno nella sua voce ufficiale (perché tra i promotori del referendum ci sono sette governatori targati dem), definisce “inutile” il referendum contro lo sfruttamento vita natural durante dei giacimenti.