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Indipendenti con il nucleare? La vera rivoluzione è produrre energia pulita dove si consuma

Ogni volta che i costi dell'energia salgono o la geopolitica si complica, qualcuno ripropone la stessa soluzione: costruire centrali nucleari. Ma questa strada ci renderebbe più dipendenti di prima
Indipendenti con il nucleare? La vera rivoluzione è produrre energia pulita dove si consuma
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Proviamo ad analizzare un tema che ciclicamente riemerge nel dibattito politico italiano: il nucleare. Ogni volta che i costi dell’energia salgono o la geopolitica si complica, qualcuno ripropone la stessa soluzione: costruire centrali nucleari. Proviamo a capire perché questa strada, lungi dal garantirci indipendenza energetica, ci renderebbe più dipendenti di prima — e perché esiste un’alternativa concreta, democratica e già percorribile.

Il primo argomento dei sostenitori del nucleare è sempre lo stesso: liberarci dalla dipendenza estera. Peccato che l’uranio, combustibile indispensabile per qualsiasi reattore in Italia non esista. Non abbiamo giacimenti, non lo estraiamo, non lo arricchiamo.e dovremmo importarlo, esattamente come facciamo con il gas.

Quindi da smentire il concetto di indipendenza, perché cambieremmo fornitore, non condizione: da dipendenti dal gas a dipendenti dall’uranio, sempre con fornitore principale la Russia e quell’area geo-politica. Altro tema riguarda le centrali di “nuova generazione”, note come SMR (Small Modular Reactors) o “mini-reattori”, come soluzione agile e moderna. La realtà industriale è molto diversa ed evidenzia costi di costruzione lievitati del 75% rispetto alle stima iniziali; cioè, da 5,3 a 9,3 miliardi di dollari, portando il costo per kilowatt installato a circa 20.139 dollari per ogni KW installato, qui approfondimenti.

A livello globale, al 2024, solo tre SMR risultano costruiti nel mondo, ciascuno in un paese diverso. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima i costi degli SMR nell’UE a circa 10.000 $/kW, contro i 6.600 $/kW del nucleare convenzionale che tra l’altro è già di per sé tra le fonti più costose.

Poi c’è la questione che nessuno vuole affrontare: i rifiuti radioattivi, le scorie rimanenti!

L’Italia non dispone di un deposito nazionale per le scorie nucleari, nemmeno per quelle ereditate dalle vecchie centrali chiuse dopo il referendum del 1987. Secondo l’inventario ISIN 2024, i rifiuti radioattivi italiani sono attualmente custoditi in 32 siti temporanei, sparsi in 14 Regioni, da Caorso a Trino, passando per centri di ricerca e strutture di medicina nucleare.

Il progetto del Deposito Nazionale e Parco Tecnologico esiste sulla carta dal 2014. La CNAPI ha individuato 67 aree potenzialmente idonee, poi ridotte a 51 nella proposta definitiva. Ma nessuna regione ha dato il proprio consenso. Il cantiere costerebbe circa 900 milioni di euro, richiederebbe quattromila operai per quattro anni e 90 celle in calcestruzzo armato progettate per sigillare i rifiuti per i prossimi 300 anni. La prospettiva di completamento entro il 2030 appare irrealistica, considerando che l’Italia avrebbe già dovuto riportare dall’estero le proprie scorie entro il 2025. Dove finiranno i nuovi rifiuti? All’estero, naturalmente, con costi di trasporto e stoccaggio enormi, pagati dai contribuenti italiani per generazioni. Un’altra dipendenza, un altro conto aperto.

Mentre certa politica insegue il miraggio nucleare, il sole e il vento sono già qui, gratuiti, abbondanti, distribuiti su tutto il territorio nazionale. La vera rivoluzione non è costruire mega-impianti controllati dalle solite multinazionali dell’energia, ma capovolgere il paradigma: produrre energia dove si consuma.

Che succederebbe se, ogni famiglia potesse installare un impianto fotovoltaico fino a 6 kW, dimensionato sul proprio fabbisogno reale, oppure se ogni piccola e media impresa potesse dotarsi di impianti fino a 200 kW, calibrati sui consumi effettivi? Perché non fare diventare regola l’autoconsumo certificato? Questo significherebbe bollette più leggere, meno dipendenza dalla volatilità dei mercati internazionali, meno potere contrattuale per le grandi lobby energetiche. Significherebbe anche evitare le speculazioni che abbiamo già visto: mega-parchi solari ed eolici costruiti non per servire i territori, ma per massimizzare gli incentivi pubblici a beneficio di pochi grandi operatori.

La questione energetica è, in fondo, una questione di potere. Chi produce l’energia, controlla l’economia e con il nucleare si concentra questo potere in poche mani: servono capitali enormi, competenze rare, autorizzazioni complesse. Invece, le fonti rinnovabili diffuse, eliminano i centri di potere perché ogni cittadino diventa produttore oltre che consumatore.

Questa si chiamerebbe davvero indipendenza energetica. Non dipendere né dal gas russo, né dall’uranio kazako, né dalle decisioni di un consiglio d’amministrazione, ma dal sole che sorge ogni mattina sul proprio tetto. E a chi insiste nel dire che il referendum abrogativo del nucleare, nel 1987 sia stato solo un capriccio dettato dagli incidenti del periodo (Chernobyl), forse vale la pena risponder che, invece fu la scelta di un paese che disse: cerchiamo un’altra strada. Quella strada oggi esiste, ed è conveniente. Serve solo la volontà politica di percorrerla — investendo sui molti invece che sui pochi, sulle famiglie invece che sulle lobby, sul futuro invece che su un passato travestito da innovazione.

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