Tornano le lettere anonime al Palazzo di Giustizia di Palermo. Il destinatario delle minacce questa volta è il procuratore generale Roberto Scarpinato. La missiva, come riporta l’edizione palermitana di la Repubblica, è stata lasciata sulla scrivania dell’ufficio del magistrato che ne è entrato in possesso il 3 settembre, subito dopo il rientro dalle ferie. L’episodio preoccupa gli inquirenti, perché nella lettera vengono usati toni e affrontati argomenti che fanno escludere il gesto di un mitomane, e fanno pensare che chi scrive appartenga a quella zona grigia che Giovanni Falcone definì composta da “menti raffinatissime”, un’espressione che il giudice utilizzò nel 1989 per indicare i mandanti del fallito attentato contro di lui all’Addaura.

Chi minaccia l’ex pm del processo Andreotti, infatti, dimostra di conoscere bene le abitudini e i luoghi frequentati da Scarpinato. Arrivando perfino a descrivere dettagliatamente particolari delle sue abitazioni. L’anonimo, poi, usa un linguaggio forbito e a tratti ossequioso, e fa capire di essere a conoscenza delle attività investigative avviate dal procuratore generale che – evento anomalo per un pg – seguirà personalmente il processo d’Appello al generale dei carabinieri Mario Mori, imputato e assolto in primo grado – insieme al colonnello Mauro Obinu – dall’accusa di aver favorito la mafia, e soprattutto la latitanza di Berardo ProvenzanoIl magistrato si appresta a chiedere la riapertura del dibattimento, e starebbe conducendo indagini delicate sui legami tra l’ex ufficiale del Ros e ambienti legati all’eversione nera. Indagini che si intrecciano con quelle condotte dalla Procura di Palermo che ha istruito il processo sulla trattativa Stato-mafia e che potrebbero far rileggere in una luce diversa anche il dibattimento sul presunto patto stretto tra pezzi dello Stato e Cosa nostra in cui Mori è imputato e le stragi del ’92 e del ’93Tra la Procura Generale e la Procura c’è un continuo scambio di carte. I pm Roberto Tartaglia e Nino Di Matteo hanno depositato nuovi documenti, subito trasmessi a Scarpinato, che proverebbero i rapporti di Mori con l’ex Venerabile della P2 Licio Gelli e alcuni terroristi neri.

Secondo gli investigatori potrebbero essere proprio le nuove indagini condotte da Scarpinato in prima persona a preoccupare chi scrive. Nella lettera, più volte l’anonimo invita il procuratore generale a rientrare nei ranghi e a non sottovalutare l’intelligenza e i mezzi dei suoi avversari. Ad fare luce sull’intimidazione si occuperà la Procura di Caltanissetta che visionerà anche le immagini delle videocamere piazzate nell’ufficio del magistrato, un ufficio che ha mostrato diverse lacune nella sicurezza. Alla stanza del procuratore si accede, oltre che dalla segreteria, da un altro ingresso fuori dal controllo della videosorveglianza.

Non è la prima volta, negli ultimi due anni, il Palazzo di Giustizia di Palermo – già ribattezzato “palazzo dei veleni” durante la stagione degli attacchi a Falcone – arrivano lettere di minaccia o dai toni ambigui. Il pm Nino Di Matteo, uno dei magistrati che hanno condotto le indagini, e adesso il processo, sulla presunta Trattativa, nell’aprile 2013 è stato destinatario di due missive che lo avvertivano di attentati contro la sua persona, “voluti dagli amici romani di Matteo Messina Denaro.

Un altro anonimo, nel gennaio dello stesso anno, con 12 pagine avvertiva sempre Di Matteo che all’interno della Procura di Palermo, chi si occupa di ricostruire la stagione a cavallo del ’92 – ’93, era spiato. Chi scriveva – ritenuto dai detective della Dia attendibile e ben informato sugli avvenimenti di quel periodo – diceva ai magistrati che “uomini delle Istituzioni”, ma anche alcuni magistrati, li stavano sorvegliando, “canalizzano tutte le informazioni che riescono ad avere sul vostro conto”. E spiegava che questi dati sono contenuti “a Roma“, in una “centrale”. In un’altra lettera, destinata a Totò Riina e firmata Falange Armata del febbraio 2014, si leggeva: “Chiudi quella maledetta bocca, ricorda che i tuoi familiari sono liberi. Per il resto ci pensiamo noi“.