Il 31 ottobre del 1995 non ci fu nessun mancato arresto di Bernardo Provenzano, e se ci fu non è da considerarsi reato.  È la sentenza della quarta sezione penale del tribunale di Palermo che ha assolto il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu dall’accusa di favoreggiamento a Cosa Nostra: per loro l’accusa aveva chiesto una condanna rispettivamente a 9 anni per Mori, e a sei e mezzo per Obinu.

Sono bastate sei ore di camera di consiglio perché la corte presieduta dal giudice Mario Fontana emettesse la sentenza che accoglie le richieste degli avvocati Basilio Milio ed Enzo Musco, legali di Mori e Obinu. Un’ assoluzione che ha colto di sorpresa l’accusa: la corte ha assolto gli imputati secondo il primo comma dell’articolo 530 del codice di procedura penale. Un’assoluzione piena dunque per Mori e Obinu, imputati di un reato che secondo il giudice non ci sarebbe. Esattamente la stessa decisione che era stata adottata nel 2006, quando lo stesso Mori era stato assolto, insieme al capitato Ultimo, per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina.

Un processo complesso quello per il mancato arresto di Provenzano, cominciato cinque anni fa, che ha visto sedere sul banco dei testimoni più di cento uomini tra esponenti politici di primo piano, ufficiali delle forze dell’ordine e collaboratori di giustizia. “Ricorreremo sicuramente in appello” è lo stringato commento che il pm Nino Di Matteo, presente all’udienza insieme ai colleghi Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia, ha rilasciato uscendo dall’aula.

Pochi secondi dopo la lettura della sentenza Mori, visibilmente emozionato, si è dileguato dal palazzo di giustizia non rilasciando alcun commento ai cronisti. “Lasciatelo in pace, ha subito un’ingiustizia lunghissima” ha invece esclamato uno dei suoi legale, l’avvocato Musco. Poco distante, il giovane Milio tradiva un sorriso di soddisfazione per l’assoluzione appena incassata.

A trascinare Mori alla sbarra nel 2007, insieme al suo sottoposto Obinu, furono le dichiarazioni del colonnello Michele Riccio che, tramite il confidente Luigi Ilardo, avrebbe ricevuto la “soffiata” di un summit organizzato da Provenzano nelle campagne di Mezzojuso. Il via libera per effettuare il blitz ed arrestare il boss corleonese non sarebbe mai arrivato,  e Provenzano rimase latitante fino all’11 aprile del 2006. Poco tempo dopo il confidente Ilardo venne assassinato in un agguato rimasto ancora oggi avvolto dal mistero, senza avere avuto il tempo di diventare a tutti gli effetti un collaboratore di giustizia.

“Non c’erano le possibilità di intervenire in quanto il terreno era costantemente occupato da mucche, pastori e pecore” era stata la giustificazione fornita da Obinu. I due militari in passato avevano denunciato Riccio, già  scagionato  dal gip Maria Pino,  che aveva messo nero su bianco le “plurime omissioni e inerzie del Ros dei carabinieri finalizzate a salvaguardare la latitanza di Provenzano”. Oggi, però, un altro giudice terzo ha preso una decisione di senso opposto rispetto a quella della Pino, non credendo alle accuse di Riccio e della procura di Palermo, e scagionando invece i Ros.

La corte ha chiesto alla Procura di riprendere in esame i verbali con le parole di Riccio, sul quale a questo punto incombe nuovamente l’accusa di calunnia. Insieme alla sua testimonianza, i giudici non hanno creduto nemmeno alla accuse di Massimo Ciancimino, attualmente agli arresti domiciliari per una vicenda di evasione fiscale, che aveva raccontato alla corte i rapporti intercorsi tra suo padre, l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, e il generale del Ros, nell’estate del 1992. Anche per Ciancimino Junior la corte ha chiesto l’invio degli atti alla procura.

Quella di oggi è una sentenza importante e forse storica, nonostante si tratti soltanto di un primo grado di giudizio. Il processo sulla mancata cattura di Provenzano incrocia infatti da mesi un’inchiesta  più importante: quella sulla trattativa tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra.  Nel novembre del 2011 i pm palermitani avevano infatti contestato a Mori di non aver volutamente arrestato Provenzano “per assicurare a sé e ad altri il prodotto dei reati di cui agli articoli 338, 339, 110 e 416 bis” ovvero di non aver messo le manette a Binnu ‘u Tratturi in nome del patto sotterraneo siglato con Cosa Nostra.

Provenzano, nella ricostruzione della procura, è il ragioniere, il regista della Trattativa, che dopo aver “venduto” Riina dirige e orchestra la coabitazione di Stato e anti Stato sullo stesso territorio: ovvero l’Italia. Stando alla sentenza di oggi, viene quindi a mancare uno degli oggetti principali su cui si fonda il dibattimento parallelo sul patto tra  Cosa Nostra e lo Stato. Per i giudici palermitani non esisterebbe quindi quell’immunità che sarebbe stata garantita dai Ros a Provenzano dopo il biennio stragista che colorò di sangue e tritolo la storia recente di questo Paese.  Smontato, stando alla sentenza di oggi, anche il ruolo  d’interfaccia operativa dei contatti con la piovra assegnato, nella ricostruzione dei pm, a Mori e ad alcuni elementi del Ros. Un punto importante in questa prospettiva, dato che a settembre riprenderà a Palermo il procedimento sulla Trattativa, che vede alla sbarra lo stesso Mori: l’assoluzione di oggi peserà certamente sulla posizione ancora aperta del generale nel processo sul patto tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra.

Insieme a Mori, si trovano alla sbarra  altri nove imputati, tra esponenti delle istituzioni e boss mafiosi. Tra questi anche politici di rilievo come l’ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri e l’ex ministro democristiano Nicola Mancino, che si sarebbe macchiato di falsa testimonianza deponendo a un’udienza del processo per la mancata cattura di Provenzano nel febbraio del 2012. Uno dei rebus rinfacciati a Mancino è l’incontro con Borsellino, il primo luglio del 1992 al Viminale. Borsellino, per i pm,  avrebbe protestato per una trattativa in corso con Cosa Nostra: diciotto giorni dopo finirà massacrato nell’inferno di via d’Amelio. Sono passati esattamente ventuno anni.

“Questa – aveva detto nella sua requisitoria il pm Di Matteo – è una storia in cui una parte delle istituzioni, per un’inconfessabile ragione di Stato, ha cercato e ottenuto il dialogo con l’organizzazione mafiosa nel convincimento che quel dialogo fosse utile a fermare le manifestazioni più violente della criminalità e a ristabilire l’ordine pubblico. Questo è un processo drammatico in cui lo Stato processa se stesso”. Contrariamente a quanto diceva Leonardo Sciascia, quindi, qualche volta capita anche che lo Stato arriva a processarsi.  E questa volta ha optato per un’assoluzione.

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