Arriva la prima condanna per uno dei fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro. Andrea Bonafede junior è stato condannato oggi a 6 anni e 8 mesi per favoreggiamento aggravato e continuato, e per procurata inosservanza della pena.

Si tratta del cugino omonimo ma più giovane di quell’Andrea Bonafede che prestò la sua identità al boss di Castelvetrano per permettergli di curarsi. L’imputato condannato oggi è invece il geometra impiegato al comune di Castelvetrano che ha ritirato le ricette mediche scritte dal medico di base, Alfonso Tumbarello. Il gup, Rosario Di Gioia, ha riconosciuto il massimo della pena di 10 anni (ma con la riduzione per l’abbreviato è ridotta a 6 e 8 mesi). Il gup non ha però riconosciuto l’associazione mafiosa contestata dalla procura, rappresentata dal sostituto Gianluca De Leo e dall’aggiunto Paolo Guido, presenti oggi in aula. Ha, tuttavia, retto la sostanza dell’impianto accusatorio: il gup ha riconosciuto che il geometra era a conoscenza della vera identità di Matteo Messina Denaro e che ha aiutato il boss nelle cure durante la sua latitanza, pur non facendo parte dell’associazione mafiosa.

L’accusa, che per Bonafede aveva chiesto una condanna a 13 anni, oggi aveva presentato due nuove note, messaggi scambiati da Bonafede junior e il cugino al ritorno da Mazara Del Vallo, dove era stato per accompagnare il boss per una visita medica. Le indagini svolte sui cellulari, quello che utilizzava Messina Denaro e quello di Bonafede, risultavano agganciati alla stessa cella quel giorno per tutto il tragitto da Campobello a Mazara e ritorno. Tornando dalla visita, Bonafede junior aveva scritto al cugino, Bonafede senior, di chiedere a Tumbarello una nuova richiesta medica – cosa che Bonafede ha fatto subito – per poi scrivere a Lorena Lanceri, anche lei in carcere assieme al marito Emanuele Bonafede, fratello di Andrea junior, entrambi considerati i vivandieri che hanno ospitato Messina Denaro durante la latitanza e anche loro rinviati a giudizio per favoreggiamento. Un messaggio che, secondo i pm, sarebbe stato in realtà indirizzato da Messina Denaro a Lanceri, per dire che di lì a poco sarebbe arrivato a casa: “Torno tra dieci minuti”.

Il gup ha però rigettato l’acquisizione dei nuovi documenti alla quale aveva fatto opposizione il legale di Bonafede, Tommaso De Lisi, procedendo a leggere la sentenza in abbreviato. Arriva così un primo esito giudiziario dopo la cattura lo scorso 16 gennaio di U Siccu, catturato mentre andava per una seduta di chemio alla clinica La Maddalena di Palermo. Dopo trent’anni di latitanza, un tumore al colon aveva infatti costretto la primula rossa di Castelvetrano ad allentare le misure di sicurezza per non essere scovato: “Se vuoi nascondere un albero, piantalo nella foresta” aveva detto durante un interrogatorio alla presenza di Guido e del procuratore capo Maurizio De Lucia. Si era quindi mischiato tra la gente di Campobello di Mazara, dove ha vissuto nell’ultima parte della sua latitanza. Ma da quando aveva scoperto il tumore al colon era stato costretto a servirsi del sistema sanitario nazionale e quindi ad avere una falsa identità e ad avere un cellulare.

Negli anni di latitanza aveva infatti comunicato sempre tramite pizzini. Uno di questi è stato scovato nel tubulare della sedia di casa della sorella, Rosalia Messina Denaro. Un pizzino, scovato dai Ros, che era una vera e propria cartella clinica che ha permesso di risalire alle cure mediche del latitante e di catturarlo la mattina del 16 gennaio. Dieci mesi dopo, ecco una prima sentenza. Il gup ha condannato Bonafede anche al risarcimento per le parti civili, cioè il comune di Campobello di Mazara, il comune di Castelvetrano e l’associazione antimafia Antonino Caponnetto.

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