“Ancora in questi dieci anni non ho avuto il tempo di piangere mia figlia in pace perché siamo sempre per strada o nelle aule di tribunale, ma serve per il futuro. Perché quello che è successo a Viareggio ancora può accadere“. Dieci anni fa, nella notte tra il 29 e il 30 giugno 2009, Viareggio fu dilaniata dal fuoco sprigionato da una cisterna di gpl di un treno merci – il 50325, diretto in Campania – che stava attraversando la stazione della città della Versilia: i morti furono 32, tutti viareggini che si trovavano a casa o per strada. Dieci anni di battaglia civile da parte dei familiari delle vittime per chiedere verità e giustizia. Dieci anni di udienze e processi che hanno prodotto due sentenze. L’ultima, quella di appello del 20 giugno, ha condannato i manager di Ferrovie dello Stato, Trenitalia e delle società che avrebbero dovuto revisionare le cisterne.

A ilfattoquotidiano.it parla Daniela Rombi, portavoce dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Viareggio, “Il mondo che vorrei”. Daniela nel disastro del 2009 ha perso la figlia: si chiamava Emanuela, aveva 21 anni e morì dopo 42 giorni, dopo l’agonia delle ustioni gravissime. Daniela è uno dei tanti volti di questa battaglia lunga e dolorosa. “In questi dieci anni abbiamo battuto tutta l’Italia, da Nord a Sud – racconta – Siamo andati da tutti a raccontare la nostra tragedia ma non per far piangere o farsi compiangere. L’abbiamo raccontata perché specialmente chi vive vicino a una ferrovia prenda coscienza dei pericoli che ci sono”.

Ilfatto.it la incontra alla “Casina dei ricordi“, luogo nato a pochi passi dalla ferrovia per ricordare “Pulce” e “Scarburato“, ovvero i coniugi motociclisti Maria Luisa Carmazzi e Andrea Falorni e tutte le altre vittime della strage. Nella casina ci sono le locandine dei giornali, i disegni dei bambini. I peluches, tantissimi. Un telefono sciolto dal fuoco. Le fotografie di chi non c’è più.

Daniela Rombi ricorda i momenti più difficili di questi 10 anni. Come quelli vissuti in aula durante le udienze: “Noi ci siamo sentiti dire che un treno è più sicuro se va veloce, perché raggiunge prima la destinazione e sta meno sui binari”. Eppure dopo la strage i treni con merci pericolose quando entrano nella stazione di Viareggio riducono la velocità a 50 chilometri all’ora. Questo succede solo a Viareggio, nel resto d’Italia continuano ad andare a 90 chilometri all’ora.

Per aumentare la sicurezza sui binari rispetto al 2009 oggi esiste la tracciabilità degli assili e da due anni è stata introdotta una sperimentazione sul cosiddetto “detettore di svio”, un rilevatore in grado di bloccare il treno quando esce dai binari. “Questo dispositivo c’è, non c’è da inventare niente, ma non lo vogliono mettere – spiega Rombi – perché si deve spendere e loro non vogliono spendere. Perché le risorse che hanno avuto, da Moretti (ex ad di Ferrovie dello Stato) in su, le hanno indirizzate tutte verso l’alta velocità. Questo è il motivo. Il dio denaro, il profitto e il guadagno“.

Daniela Rombi ricorda di quando il 28 giugno di due anni fa, alla vigilia dell’anniversario della strage, gli assicuratori delle aziende la cercarono: “Vennero dal mio avvocato per darmi soldi. A me non servono soldi, a me chi me la ridà la mia bimba? A me hanno portato via l’amore della mia vita, il mio respiro“.

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