La lista delle gaffe, delle semplificazioni, delle oscillazioni e delle intemperanze verbali dei rappresentanti governativi e parlamentari del M5S è senz’altro lunga. Ma gli “argomenti” dei loro oppositori – sedicenti depositari del buon governo e della politica responsabile, contrapposta alla sprovvedutezza e inadeguatezza dei governanti per caso o per demenza degli elettori, come dice B. – in Italia e in Europa si dimostrano di giorno in giorno sempre più ingannevoli e meschini.

Nell’arco di poche ore un osservatore non condizionato dal velo di ipocrisia che avvolge i professionisti dell’informazione e dell’approfondimento unidirezionale ha potuto assistere a un concentrato di attacchi al limite dell’isteria e di offese roboanti, dettati più da un irriducibile disprezzo e dal disperato bisogno di fare rumore che da un severo giudizio politico.

A gettare ulteriore discredito e a generare nuova disaffezione nei confronti dell’istituzione centrale e unica per la rappresentanza democratica in Europa ci aveva già pensato il “liberaldemocratico” Verhofstadt, che senza brillare in fantasia – come peraltro in coerenza, dato che era stato promotore due anni fa di un progetto di alleanza con il M5S affossato dai suoi colleghi di partito – ha etichettato come “burattino” nelle mani dei suoi vice il presidente Giuseppe Conte, copiando pedissequamente i cosiddetti oppositori interni che lo sbeffeggiavano come “la marionetta azzimata” dal primo giorno in cui ha messo piede a palazzo Chigi. E già che c’era l’ha additato come un poveretto che ha portato l’Italia a essere “fanalino d’Europa”, contrapponendogli i “grandi italiani”, che secondo i suoi parametri vanno da Altiero Spinelli a Giorgio Napolitano.

L’apprezzamento di Guy Verhofstadt a caldo è stato immediatamente rilanciato da B. su Rete4che non solo ha ridicolizzato “il burattino dei due vice che fa bene finta di essere a capo del governo” ma ha anche indirizzato ai “fuori di testa” che votano M5S un semplice e chiaro “vergognatevi!”. Immaginate lo scatenamento mediatico e il coro altisonante di indignazione politica se fosse avvenuto qualcosa di vagamente paragonabile a parti inverse: mobilitazioni della grande stampa “democratica” come dei giornali di famiglia per tutelare “la dignità dei cittadini elettori”, moniti delle più alte cariche e sdegno corale delle opposizioni all’unisono.

Invece a farsi sentire con più acredine del solito nei confronti dei “cialtroni populisti al governo” – e in perfetta sintonia e sincronia con il suo insuperato maestro di Arcore – è stato il “senatore semplice” Matteo Renzi, che si è buttato con foga nel solco dell’irrisione lanciata, malauguratamente, da Strasburgo. Senza essere in grado di eguagliare lo show del Berlusconi-strenuo-paladino-europeista, si è scagliato contro questi incompetenti che “sono fuori come un balcone e come minimo portano sfortuna“, ma parafrasando B. se l’è presa pure lui con “la gente che vuole seguire sul balcone Luigi Di Maio“, il cui programma, è bene non dimenticarlo, “è l’assenza di cervello”.

Poi, per chiudere in bellezza la settimana parlamentare in Italia, c’è stata quella che a 8emezzo – come in quasi tutti i Tg e approfondimenti vari, sempre più omologati e appiattiti sull’attacco a prescindere del M5S – è stata definita tout court “Rissa alla Camera, tensione al governo” con sottotesto evidente e scontato: i soliti barbari pentastellati scatenano la rissa perché sono nervosi oltre che analfabeti della democrazia, in evidente difficoltà con il loro partner di governo e dunque più che mai si confermano le “scimmie al volante” evocate una ventina di giorni fa con grande successo da Alberto Forchielli sempre da Lilli Gruber, visibilmente divertita pur se un po’ meno platealmente di Beppe Severgnini.

In realtà a vedere come è andata – e se, come ha cercato di raccontare Andrea Scanzi, la scintilla l’abbia accesa Giuseppe D’Ambrosio del M5S, mimando inopinatamente le manette all’indirizzo di Gennaro Migliore (il riferimento era a Francantonio Genovese, ex deputato Pd in carcere dopo un’alquanto travagliata autorizzazione a procedere) – della rissa sono protagonisti esclusivi i deputati del Pd, in primis il renziano Luigi Marattin che mette per due volte le mani addosso al collega del M5S. A capo degli urlatori e dei lanciatori di fascicoli, uno dei quali è andato a colpire anche la segretaria Lucia Pagano, spicca Emanuele Fiano, che guida l’assalto alla presidenza e non è nuovo alle intemperanze, anche se in tv tenta di esibire modi civili e pacati.

Quanto alla colpa imperdonabile di Roberto Fico che gli è valsa l’assalto, consisterebbe nel non aver disposto l’immediata espulsione ma solo una censura, e di aver risposto “arrivederci” – cosa di cui si è poi scusato – ai deputati del Pd, che tra urla e lanci e insulti sono usciti dall’Aula facendo ciao con la manina, per cui non sarebbe ben chiaro “chi sfotte chi”.

È evidente invece che si è trattato di un’altra giornata poco esaltante per il Parlamento e per l’opposizione, che se vuole essere credibile quando denuncia la progressiva irrilevanza del potere legislativo rispetto al governo – e non si tratta certo di una novità imposta dai nuovi barbari, ovvero “le scimmie al volante” – dovrebbe accuratamente evitare la meschina scorciatoia di fare bagarre in aula per farsi notare, soprattutto dopo aver dato per anni degli eversori ai 5stelle quando salivano sul tetto. Ma bisognerebbe avere argomenti, credibilità e uomini adeguati.

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