Una nuova legge per Cinema e Audiovisivo entro l’estate? I lavori procedono molto lentamente
Il settore cinema e audiovisivo continua a soffrire una crisi di “stagnazione” che si protrae da oltre un anno e mezzo, anche a seguito del famoso “scandalo Kaufmann” (il presunto omicida di Villa Pamphilj, uomo dalle plurime personalità, e finanche pseudo-regista), la brutta vicenda che nel giugno 2025 ha aperto la stura alle nuove polemiche sulla (mala) gestione dei sostegni pubblici… La riforma avviata dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni s’è sviluppata in modo contorto, contraddittorio e certamente lento, ed il “sistema” non è granché cambiato: basti osservare come il “piano di riparto” dei 606 milioni di euro di sostegno pubblico al settore per l’anno 2026 continua ad essere assorbito per oltre i due terzi dal sempre più controverso “credito d’imposta”.
Le associazioni degli autori hanno promosso una nuova assemblea a Roma per sabato 6 giugno, nel tentativo di costruire una linea unitaria, a partire da un documento strutturato in una ventina di punti, che pure non affronta in modo esplicito la questione nodale, ovvero l’istituzione o meno di una “agenzia” indipendente di gestione del sostegno pubblico, sganciata dal Ministero ed autonoma rispetto all’attuale Direzione Cinema e Audiovisivo… Un’idea lanciata nel febbraio 2025 dal Maestro Pupi Avati.
Più fonti della Commissione Cultura della Camera dei Deputati prevedono che l’iter della nuova Legge Cinema e Audiovisivo possa beneficiare presto di una concreta accelerazione. Le interlocuzioni tra maggioranza e opposizione sono molto avanzate. Oltre al “comitato ristretto”, è stato stabilito un gruppo di lavoro informale. La chance di chiudere la quadra entro l’estate sembra realistica, anche se la distanza tra le varie proposte – Federico Mollicone per FdI e la maggioranza, Elly Schlein per il Pd, Gaetano Amato per il M5s, Valeria Grippo per Italia Viva – resta notevole.
Nel frattempo, la macchina burocratica del Ministero della Cultura continua a lavorare ad andamento lento, molto lento. Non sono pochi gli operatori del settore che rimpiangono l’ex Direttore Generale Nicola Borrelli (costretto – a mo’ di agnello sacrificale – alle dimissioni proprio a seguito della vicenda Kaufmann), considerando che il neo Dg (dal settembre 2025) Giorgio Carlo Brugnoni non sembra essere finora riuscito a stimolare un’accelerazione delle procedure amministrative. Centinaia di operatori del settore continuano a boccheggiare, a causa di tempistiche ministeriali ai limiti del surreale.
Esempio sintomatico delle lentezze: la Legge Franceschini (vigente dal gennaio 2017) prevede che entro il 30 settembre di ogni anno il ministro della Cultura trasmetta al Parlamento una relazione sull’efficacia del proprio intervento nell’anno solare precedente. Come ho già denunciato da questo blog, incredibilmente l’ultima “valutazione di impatto” disponibile a oggi è quella dell’anno 2023 (duemilaventitre): quella per l’anno 2024 (che doveva essere trasmessa a Camera e Senato entro fine settembre 2025) è ancora oggi un oggetto misterioso, chiuso nei cassetti ministeriali. Come possono il Parlamento, lo stesso Governo, la maggioranza e l’opposizione, gli “stakeholder” del settore ragionare seriamente su una radicale riforma dell’assetto normativo, se nessuno ha sana cognizione e reale coscienza di come sta funzionando la “Legge Franceschini” nella sua più recente applicazione?!
Nelle nebbie, alligna confusione, e prospera il disorientamento.
Positiva invece la notizia che giovedì sera (28 maggio) in Commissione Cultura, è stata incardinata una risoluzione delle opposizioni – primo firmatario Gaetano Amato del Movimento 5 Stelle – intitolata “Iniziative per l’esclusione dalla verifica dell’adempimento fiscale ai fini del pagamento dei contributi erogati dal Ministero della Cultura e per la relativa impignorabilità”: si tratta di un’altra vicenda che nell’ultimo anno ha contribuito a rallentare – in alcuni casi paralizzare – le attività del settore, perché nel marzo del 2025 una dirigente dell’Ufficio Centrale di Bilancio della Ragioneria Generale dello Stato, Piera Marzo, ha ritenuto di mettere in atto un’incomprensibile “inversione ad U” rispetto ad una decisione assunta nel dicembre 2008 dall’allora Ragioniere Generale dello Stato Mario Canzio, che ha consentito per quasi vent’anni agli operatori del settore spettacolo, cinema e audiovisivo e cultura di poter ricevere contributi pubblici anche in presenza di pendenze fiscali e esattoriali. Una sorta di “eccezione culturale” che privilegiava il settore cultura, nel pieno rispetto del dettato costituzionale. Si ha notizia di una imminente convergente risoluzione della maggioranza.
Infine, emergono nuove e vecchie contestazioni di latenti conflitti di interessi ed inopportunità istituzionali: il pentastellato Gaetano Amato ha accusato l’ex Sottosegretario delegato alla Cultura Gianmarco Mazzi (FdI), elevato poche settimane fa al ruolo di ministro del Turismo, di iniziative nelle quali la demarcazione tra ruolo pubblico ed attività di organizzazione culturale privata appare sfumata (per esempio il lancio a Verona – territorio di riferimento di Mazzi – della candidatura Unesco per la canzone napoletana). Il ministro ha reagito duramente chiedendo pubbliche scuse e prospettando la solita… querela per diffamazione e la rituale richiesta di risarcimento dei danni.
Si tratta dell’ultimo episodio di storie italiche che si riproducono: basti pensare alle contestazioni nei confronti di Manuela Cacciamani, Amministratrice delegata di Cinecittà dal luglio 2024, ma precedentemente molto attiva con la sua ex società di produzione One More Pictures nella stessa Via Tuscolana, ed al caso di Chiara Sbarigia, per oltre un anno Presidente di Cinecittà e al tempo stesso dell’Apa, l’associazione dei produttori audiovisivi privati… E che dire di Salvo Nastasi, Presidente della Siae nominato anche Presidente della Festa del Cinema di Roma, e finanche candidato a guidare il David di Donatello?! Se non si tratta di conflitti di interessi, si tratta certamente di inopportunità politica.
L’Italia sembra però essere ormai abituata a digerire anche i sassi… La separazione tra “ruolo istituzionale” ed “interessi privati”, tra lo Stato e le lobby e i potentati è sempre meno netta.