Ok della Camera al “bavaglio” di Costa (FI): obbligo di pubblicare assoluzioni o interverrà il Garante. Astenute le opposizioni
Stavolta, sul nuovo bavaglio di Enrico Costa, si astengono pure le opposizioni. Succede alla Camera, dove viene approvata – con 127 voti a favore e 82 astensioni – la nuova legge del presidente dei deputati di Forza Italia, presentata già nel 2022, ma su cui Costa ha condotto un forcing politico fortissimo, e ora ne potrà vantare il successo, pure con l’astensione delle opposizioni, al tavolo di maggioranza sulla giustizia in via Arenula del 3 giugno davanti al Guardasigilli Carlo Nordio. Giusto quello che gli ha bocciato la responsabilità civile. Costa adesso gli mette sotto il naso il via libera del nuovo bavaglio alla stampa. In meno di 80 minuti, tra le “ola” della maggioranza, ecco sfornato un testo che ha soprattutto un valore politico, perché le norme che obbligano i giornalisti a pubblicare l’esito dei processi è già con tenuto nel nostro Codice deontologico, ma adesso ci sarà lo zampino assai rilevante del Garante della privacy, nella persona di Pasquale Stanzione, che potrà “ordinare” la pubblicazione. Quel verbo, ovviamente imperativo, farà la differenza. E Costa, politicamente, potrà a sua volta sottolineare che l’opposizione non ha votato contro. Certi di esprimersi così, da giorni, sia Pd che M5S. Ancora mercoledì sera dubbi all’interno di Avs, ma alla fine le modifiche apportate rispetto all’originario testo di Costa hanno convinto anche loro ad astenersi.
E vediamo subito cosa dice quella norma di soli due articoli per capire come si risolverà in un’ennesima pressione su giornali di carta e siti online. Chi è stato assolto, prosciolto, archiviato o ha ottenuto un non luogo a procedere potrà chiedere al direttore della testata che ha pubblicato notizie dell’inchiesta di “dare pubblicità dei provvedimenti favorevoli, con rilievo adeguato allo spazio già riservato al relativo procedimento penale”. Attenzione al verbo che viene usato perché fa la differenza: quel direttore “è tenuto” a pubblicare. Non basta, perché qui entra in gioco la figura del Garante della privacy perché l’interessato potrà rivolgergli una segnalazione “in caso di mancato adempimento da parte del direttore”. Scatta così un obbligo contro cui si può ricorrere. E il Garante che fa? Nei cinque giorni successivi, “può ordinare la pubblicazione della notizia del provvedimento favorevole per l’indagato o per l’imputato”. Insomma, due verbi inequivocabili – il direttore “tenuto” a pubblicare, il Garante che “può ordinare” – fanno scattare il bavaglio dell’obbligo. E su questo, cioè sulla libertà di stampa, le opposizioni al governo si sono astenute. Come Roberto Giachetti di Italia viva, d’accordo sul provvedimento, ma dubbioso proprio sul ruolo del Garante perché già vede “il rischio di un’indiretta pressione sulle redazione”. Una perplessità, aggiunge, “non solo nostra, ma anche di persone garantiste”.
Dibattito scontato in aula. Enrico Costa parla di “norma di civiltà”. Addirittura sogna che in alto, sulle pagine dei quotidiani che parlano di cronaca giudiziaria, ci sia la scritta sulle “500mila persone indagate, ma poi assolte in primo grado”. “È giusto che lo Stato, davanti a un reato, chiami a rispondere la persona, ma poi ha il dovere, se la persona è innocente, che esca dall’ingranaggio con la stessa reputazione che aveva prima”. Da quando è deputato – cioè dal 2006, e sono vent’anni – Costa in questa stessa aula lo ha ripetuto mille volte. Oggi incassa una vittoria contro quello che chiama “il marketing giudiziario incivile e arbitrario che serve solo a rafforzare le indagini”. Perché “chi è innocente ha diritto alla sua reputazione, non è un obbligo morale, ma rispetto delle leggi sui dati personali che, se non sono esatti, devono essere aggiornati”. La maggioranza è tutta con lui, compresa la leghista ed ex magistrata Simonetta Matone che aveva presentato una proposta ancora più dura di quella di Costa e che ora parla di “norma agile, giusta, necessaria, un atto di civiltà giuridica” contro “le gogne mediatiche vergognose da Tangentopoli in poi e il lancio delle monetine a Craxi ordinato a freddo da militanti del vecchio Pci”. Ovviamente eccola attaccare “la saldatura tra alcune procure, quelle più importanti, e gli organi di stampa”.
E l’opposizione dove sta e che fa? Si rende conto che sta precipitando un altro bavaglio sulla libertà di stampa? Devis Dori di Avs dà conto dei suoi dubbi e della sua “assoluta preoccupazione”. Sì, il testo è migliorato in commissione grazie alle pressioni dell’opposizione, ma resta “il ruolo del Garante privacy, cioè un’autorità amministrativa, che conquista un potere penetrante che può provocare pressioni sulle redazioni”. Qui va in crisi “il necessario bilanciamento degli interessi in conflitto tra dignità della persona e diritto all’oblio, ma dall’altra parte il diritto di cronaca”. Un “dubbio costituzionale” che però non diventa voto contrario, ma astensione. E siamo a Pd e M5S. Per l’ex procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho, per com’è scritta, “la legge finisce per incidere sulla libertà di stampa, perché impone la pubblicazione della notizia, interferendo sulle scelte degli editori e dei giornalisti, a prescindere dall’effettivo interesse pubblico della notizia stessa”. Infine il Pd con Federico Gianassi che in commissione ha battagliato molto ottenendo più di una modifica. Da questi “passi avanti arriva l’astensione”. Ma resta soprattutto il no di Costa a inserire anche le norme anti slapp sulle querele temerarie. “Un evoluzione c’è stata, ma non basta” ripete più volte Gianassi. Di qui la sola astensione perché nel testo rimangono comunque “criticità di non poco conto” tra le quali la principale è proprio il ruolo giocato dal Garante privacy.