Elezioni comunali, visto? Due mesi gettati al vento dal campo progressista (o campo vuoto)
Visto? In soli due mesi il campo largo ha dissipato la rendita raccolta col No al referendum. I risultati delle amministrative non rilanciano la destra, che vince due città importanti (Venezia e Reggio Calabria); per contro cancellano l’illusione che il traino del risultato referendario trascini il centrosinistra alla vittoria delle Politiche. Era chiaro da subito: il referendum era una chiamata alle armi in difesa della Costituzione e la risposta c’era stata: dai giovani e persino da elettori di destra schifati dal golpe tentato da Meloni. Ma da lì ad arruolare quei cinque milioni di voti in blocco nelle file del campo progressista passava la distanza che c’è fra i monti e il mare.
Referendum e elezioni politiche sono due mondi diversi e quasi incomunicabili fra loro e la politica non è aritmetica: i voti vanno guadagnati sul campo offrendo proposte politiche chiare e coraggiose. Sotto questo aspetto il referendum ha impartito a tutti (destra e sinistra) una lezione precisa: non si catturano elettori renitenti parlando il politichese, salmodiando formule astratte, facendo lo slalom fra ai problemi elencati come la lista della spesa, senza offrire soluzioni praticabili e oneste. Metterci la faccia, insomma. Con coraggio. Questa è la ricetta vincente. Abbandonare i tatticismi, gli equilibrismi, le mediazioni interne per accontentare tutti, specialità nelle quali eccelle il Pd, prigioniero delle sue tante contraddizioni.
Due mesi gettati al vento da Schelin, Conte e dai gemelli sinistri (Fratoianni e Bonelli) consumando irritanti discussioni su primarie sì primarie no, campo largo o larghissimo e altre banalità del genere. La via maestra passa altrove: parlare ai giovani, alle donne, agli strati della popolazione resi insignificanti e ridotti alla fame dalla destra meloniana. E’ tempo che i partiti che si definiscono progressisti raccolgano la bandiera delle manifestazioni in favore della pace, promosse da comitati, associazioni, gruppi laici e religiosi. Lo spontaneismo delle piazze ha compiuto il proprio dovere, ora attende una guida politica capace rappresentare e di fare la sintesi delle loro istanze.
I partiti progressisti restano lontani dalla gente, usano un linguaggio vecchio, consunto, che non attrae, repelle. La loro comunicazione è sterile, la partecipazione ai talk show, l’epitome del falso giornalismo corrente, non infiamma gli elettori renitenti. Li indurrà a scegliere ancora una volta le spiagge.
Rinchiusi nelle loro torri d’avorio i presunti leader della sinistra (oddio che parola terribile…) partecipano da comprimari ad una sceneggiata ammuffita, priva di contenuti, rituale ed inefficace. Non basta fare la lista della spesa delle emergenze nazionali. Le conosciamo tutti. Servono soluzioni, iniziative, una buona dose di aggressività verbale. Serve cambiare registro anzitutto nella comunicazione. La destra ci bombarda con milioni di troll mascherati sui social, sciami di droni micidiali che inquinano il dibattito. L’opposizione procede a tentoni. Tatticismi e nessuna strategia visibile.
La mezza sconfitta elettorale alle amministrative viene dalle scelte dei candidati, spesso sbagliate. Gente vecchia, riconoscibile in quanto legata all’establishment di partito, dunque eminentemente politica. Gente che non piace all’elettorato che aveva deciso il referendum. E’ vero, non andrebbe preso per oro colato neppure l’esito delle amministrative: 6 milioni di aventi diritto al voto, percentuale di votanti sotto di quasi cinque punti rispetto alle precedenti consultazioni. I candidati qui hanno fatto premio sui partiti, è il caso di Vincenzo De Luca, reincoronato sindaco di Salerno per la quinta volta. Ma De Luca è un misirizzi, un eretico dichiarato rispetto al Pd (si è presentato senza il voto del suo partito). La regola è opposta: si vince presentando facce nuove o comunque non compromesse col Sistema.
A Genova un anno fa Silvia Salis battè il tandem Bucci-Piciocchi, al governo dal 2017, perché percepita come una novità, estranea al milieu politico alla guida della città negli ultimi venticinque anni. Pur avendo conquistato palazzo Tursi con poco più del 51% oggi Salis gode dell’approvazione del 67% dei genovesi. Salis è giovane, bella e ha l’abitudine di girare fra i genovesi (tiene giunte volanti nei quartieri della città), parla sui social, affronta argomenti scabrosi, va al cuore dei problemi. E’ davvero nuova, anche nel linguaggio. Semplice. Diretto. Comprensibile.
Salis nell’intervista rilasciata al Secolo XIX ha chiarito che intende terminare il mandato di sindaca. Fuori una. La ricerca del leader continua. Il modello, no. Quello è chiarissimo.