“Per dare un’idea sul volume di affari movimentato dalla rete ruotante intorno alla figura di Mico Tegano dal 2012 al mese di febbraio 2016, hanno raccolto nella sola città di Reggio Calabria scommesse per un importo complessivo pari a 9.464.084,72 euro”. I numeri dell’inchiesta “Galassia” fanno paura. Sono ancora più impressionanti se si considera che il figlio del boss Pasquale Tegano ha solo 25 anni e, stando alle indagini della Guardia di finanza, è il vertice del gruppo che, in riva allo Stretto, gestiva il business del gioco online assieme a Danilo Iannì, detto “Danilone”, e Francesco Franco, il figlio del boss Roberto Franco di Santa Caterina. Il gip di Reggio Calabria Karin Catalano sposa in pieno l’impianto accusatorio dei sostituti procuratori della Dda Stefano Musolino e Sara Amerio che hanno coordinato l’inchiesta “Galassia” dalla quale emerge quello che, spiegando il sistema delle scommesse, i magistrati definiscono “l’inserimento istituzionale di esponenti dell’organizzazione criminale nei gangli operativi delle strutture commerciali, con ruoli direttivi, promozionali ed esecutivi”.

Tutte considerazioni che, per dirla con le parole del giudice per le indagini preliminari, “sembrano cucite addosso a Domenico Tegano, rampollo di ‘ndrangheta non ancora ventiseienne, cui non solo la rete di Lanzafame (indagato oggi pentito, ndr) riconosceva una stabile posizione parassitaria sugli utili del territorio, ma al quale veniva garantito il formale e diretto inserimento nell’organigramma piramidale di Betclu”. Il giudice le chiama “scatole cinesi con partecipazioni incrociate”. In realtà è una fitta rete di “dinamiche societarie connesse alla struttura della SKS365 Ltd” (fino al 2017). In sostanza, pm e Fiamme gialle sono riusciti a individuare l’organigramma societario e l’esatta attribuzione dei ruoli da ciascuno degli indagati ricoperti”. Chi voleva inserirsi nel mondo del gioco online a Reggio Calabria sapeva che doveva scendere a compromessi con il clan Tegano. Al pm Musolino lo spiega bene Fabio Lanzafame che, prima di diventare collaboratore di giustizia, era un pezzo da novanta delle scommesse, promotore territoriale dei brand e gestore di una pluralità di reti commerciali, operanti tramite siti “.com”.

“Attenzione a venire qui in Calabria – sono le parole di Lanzafame – perché ci sono degli accordi particolari, di quello che guadagnano dovevano dare un 5% a delle persone qua che mi lasciavano la tranquillità di lavorare”. Per essere più esplicito, il collaboratore di giustizia riporta ai pm cosa gli avrebbe detto l’indagato Danilone Iannì per giustificare una “posizione” posta sopra la sua che avrebbe percepito una percentuale di scommesse senza fare nulla: “Commercialmente è una tassa che non dovrebbe essere pagata, – dice sempre Lanzafame – però era una tassa sicuramente per la crescita, tant’è vero che appunto Danilo me lo diceva, no io devo avere una posizione però sopra devo mettermi sopra di me un 5% perché va al clan e così via”. Non c’è dubbio che, nonostante l’inchiesta dimostri come ci siano indagati legati alle cosche che riescono a muoversi con facilità in Europa per curare gli interessi della ‘ndrangheta nel settore delle scommesse, tutti facevano capo a Mico Tegano detto “il Tigre”. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia ha preferito avvalersi della facoltà di non rispondere.

La sua figura si intravedeva già nelle carte dell’inchiesta “Thalassa” che “non solo attestano la persistente esistenza ed operatività della cosca Tegano, ma danno conto della crescente leadership criminale assunta da Tegano Domenico, all’ombra del reggente Franco Polimeni”. Se prima era all’ombra adesso si trova al fianco. Con l’operazione “Galassia”, infatti, la figura di Mico il “Tigre” cresce tanto da essere riconosciuto attuale reggente, unitamente allo zio Polimeni. Il gip Catalano sottolinea come gli arrestati abbiamo aderito “ad un sistema di valori, anzi di disvalori, connesso ad un sistema radicato di potere, operando, dunque, scelte esistenziali che appaiono, nel versante dell’adesione all’organismo criminale, del tutto irreversibili”. Non è un caso che gli indagati, se lasciati liberi, secondo il gip “possono certamente continuare a piegare le imprese a loro riferibili alle esigenze di infiltrazione dell’economia da parte della ‘ndrangheta”.

Aggiornato dalla redazione web il 28/11/2018 alle 16.50