Se si eccettua la tragedia del canyon sul Pollino – tuttora irrisolta tra imprevidenza e pericolosità naturale in una geografia e circostanze del tutto particolari – l’estate italiana è stata risparmiata dai disastri alluvionali che, al contrario, hanno colpito mezzo mondo.

Chi mi telefonò pochi minuti dopo il crollo del ponte di Genova, lo fece immaginando l’impatto di una piena del torrente Polcevera dovuta al temporale estivo di quella mattina. Non a caso, il record italiano delle precipitazioni nelle 24 ore, quasi un metro d’acqua, fu registrato nel 1970 quattro chilometri a monte di quel ponte. A caldo, nessuno aveva pensato a quel ponte così alto sul fiume, né a deficit strutturali o manutentivi.

Le piogge torrenziali che hanno flagellato a più riprese l’Europa mediterranea in ottobre, hanno colpito con la massima intensità varie località europee, dalla Grecia alla Croazia, dalla Francia alla Spagna, dove – nella Comunitat Valenciana – si sono registrati tassi record: 16 centimetri di pioggia in un’ora. Questi eventi non hanno risparmiato il nostro Paese, colpendo anche la Calabria, la Sardegna e, per ultimo, la Sicilia. Tre vittime in Calabria, una in Sardegna. In entrambi i casi, l’automobile non è estranea alla dinamica di queste tragedie.

Una madre e i suoi bambini di sette e due anni sono morti nel catanzarese. Secondo i Vigili del fuoco, i tre si sarebbero impantanati con la loro auto, trovata vuota. Due corpi giacevano nella vicina fiumara e, dopo 8 giorni di ricerche, solo il georadar ha consentito di individuare il cadavere del più piccolo, sepolto da una spessa coltre di fango e detriti a 500 metri dagli altri due. La donna morta nel cagliaritano si trovava in auto assieme al marito e alle tre figlie. Il cadavere era circa 400 metri a valle del punto in cui un’onda di piena aveva travolto l’auto su cui viaggiavano. Il marito era stato salvato da un elicottero dell’Aeronautica militare e le tre ragazze da squadre dei Vigili del fuoco e dei Carabinieri.

Non sono scenari nuovi, poiché la perdita di vite umane è spesso dovuta a difese insufficienti, attive e passive, in corrispondenza delle intersezioni tra le strade e la rete idrografica. Senza contare che le strade sono spesso costruite sfidando il rischio idrogeologico. Ma non va sottovalutata l’automobile, tuttora archetipo di ricchezza e progresso, potere e sicurezza.

Un’indagine condotta negli Stati Uniti analizzando 355 alluvioni in dieci anni, dal 1995 al 2005, ha dimostrato la concausa del veicolo nel caso di ben 555 vittime: più di un caso su due. La pubblicità alimenta un archetipo di Suv che fende la pioggia e plana sulle pozze quando non sfreccia come volando, affatto miracolosamente, sulle acque: tutto il contrario del sano principio di precauzione che andrebbe invece consigliato a chi guida.

Molte vittime delle alluvioni hanno affrontato la furia dell’acqua in automobile, che non è un mezzo anfibio né progettato per reggere l’impatto della corrente. Forse pensavano di guidare la miracolosa vettura di Indiana Jones ne Il regno del teschio di cristallo, una pseudo Vw Schwimmwagen capace di superare indenne le tre cascate del Rio do Sono, un affluente del Rio delle Amazzoni.

Le statistiche dicono che, nei Paesi sviluppati, l’auto causa per via diretta o indiretta un’altissima quota di vittime da alluvione. C’è chi muore alla guida sfidando le acque, fiero della presunta invulnerabilità del proprio mezzo. Chi accorrendo a salvare il proprio veicolo nell’illusione di battere in velocità la piena in arrivo. Chi tentando di fuggire con la famiglia, in trappola nella propria casa inondata. Durante l’alluvione del piacentino del 2015, una vittima riuscì a comunicare via web dalla propria auto: “Mi è straripato il Nure in faccia. Ho rischiato di rimanerci. Ora so cosa provano e hanno provato le vittime dei fiumi in piena. Terrore! Grazie ai miei Angeli”. Poi, il silenzio.

Pochi ormai ricordano l’inondazione del genovesato che nel 1970 mostrò al mondo lo scenario delle auto portate in processione da una lama d’acqua torbida e marrone. E, all’indomani dell’alluvione di Firenze del 1966, il presidente Saragat sulla camionetta dell’esercito impantanata in piazza Santa Croce. Oggi i sistemi di allerta precoce consentono di mettere al sicuro le auto in sosta nelle aree potenzialmente inondabili con largo anticipo. In questi casi, bisogna farlo tempestivamente, evitando di rischiare la propria vita e quella dei propri cari, dei concittadini, dei soccorritori. E va riservata una grande attenzione sia alla circolazione, sia alla sosta dei veicoli, nei piani di protezione civile.

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