9. (Ri)costruire una storia

Come detto, il lavoro di ricerca attorno al Titanic fu certosino, a cominciare dall’affresco della Belle Époque europea di primo Novecento. Per la ricostruzione degli interni della nave, gli scenografi si avvalsero così della supervisione della White Star Line – la compagnia britannica proprietaria dell’RMS Titanic – e persino la tanto discussa tavola su cui Rose si mette in salvo mentre Jack iberna tra i flutti – Ci si stava in due, ci si stava – altro non è che la riproduzione esatta di un pezzo originale del transatlantico ancora oggi conservato nel Museo marittimo dell’Atlantico di Halifax, in Nuova Scozia. Per la sala macchine, invece, si decise di girare alcune sequenze a bordo di una nave della Seconda guerra mondiale, la SS Jeremiah O’Brien, installando piccole passerelle e ringhiere, oltre che scegliendo attori minuti e di bassa statura così da rendere i motori più imponenti di quanto non fossero in realtà. Neppure il volpino che Rose ha con sé nel porto di Southampton è poi frutto del caso, essendo infatti della stessa razza di uno dei tre cani che sopravvissero al naufragio. Le curiosità più preziose restano però incastonate tra le lancette: i 160 minuti di flashback del film, infatti, corrispondono al tempo impiegato dal Titanic per affondare, mentre nella scena finale in cui Jack attende Rose ai piedi della grande scalinata, l’orologio della sala segna le 2.20, l’ora esatta dell’inabissamento della nave dei sogni.

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Titanic, Jack e Rose di nuovo sulla prua. Dieci cose che davvero non sapete sul kolossal con Kate Winslet e Leonardo DiCaprio

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