C’era una volta Sergio Leone. Le tracce del maestro del cinema italiano, colui che fece nascere il filone degli “spaghetti western”, sono immortali. Anche se ogni tanto qualche defaillance nell’infinito gorgo degli epigoni rischia di cancellarne l’inestimabile valore. Così la Cinemateque Française, in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna, ha pensato che nella capitale europea del cinema ci fosse bisogno di un robusto ripasso.

Dal 10 ottobre 2018 e fino al 27 gennaio 2019 in rue de Bercy a Parigi, nella sede della Cinemateque, la mostra C’era una volta Sergio Leone, più retrospettiva di opere del nostro, sarà visitabile attraverso cinque sezioni “labirintiche” (Cittadino del cinema, Le fonti di un immaginario, Laboratorio Leone, C’era una volta in America, Leningrado e dopo) dove è stato ricostruito il patrimonio creativo e artistico, lo spirito e l’afflato rivoluzionario del cineasta morto il 30 aprile del 1989 nella sua casa romana mentre guardava I want to live, un noir pazzesco firmato Robert Wise.

Leone è stato il primo regista postmoderno. Per troppo tempo sottostimato dalla critica, imprigionato dentro all’immagine del cineasta di grande successo ma senza spessore, rappresenta un caso pressoché unico di sperimentazione popolare – per certi versi analogo a ciò che è stato Stanley Kubrick – scrive il direttore della Cineteca di Bologna, Farinelli, nella presentazione del ricchissimo catalogo della mostra. “Leone ci ha lasciato un’eredità creativa di cui solo ora si comincia a comprendere la portata e che non cessa mai di nutrire l’immaginario contemporaneo.

Questa mostra, ricca di documenti ed emozioni, vuole rendere omaggio al suo talento di creatore e alla sua capacità di rinnovare il cinema a partire dagli elementi più disparati della cultura del suo tempo. Nell’occasione del cinquantesimo anniversario della produzione di C’era una volta il west (1968), la Cinemateque française propone un omaggio ai cineasti più amati del pubblico di ieri e di oggi, venerato dai registi contemporanei, da Martin Scorsese a Steven Spielberg, da Francis Ford Coppola a Quentin Tarantino, da John Woo a Clint Eastwood”.

“Leone è stato un narratore formidabile, un bambino sognante in ogni momento alla ricerca di un’altra terra da esplorare – continua Farinelli – La sua filmografia è un’opera compatta, ossessionata dalla mitologia classica, poi dal mito della frontiera americana (in particolare nella trilogia del dollario con Clint Eastwood protagonista in ogni suo film, infine perennemente a confronto con i grandi miti del cinema americano del ventesimo secolo. L’ultima frontiera del mito doveva essere l’URSS con la battaglia di Leningrado, ma ci ha lasciati prima di potercela raccontare”.

Tra foto di scena inedite, stralci di copione e di diari di produzione, il viso (con o senza cappello) di Eastwood, la lunga inestimabile collaborazione con Ennio Morricone per le colonne sonore dei suoi film, ma anche dell’analisi monumentale dettaglio per dettaglio di C’era una volta il west da parte di sir Christopher Frayling, Leone rifulge a nuova luce nientemeno che a Parigi. Un successo italiano laddove sono tanto gelosi delle proprie leggende cinematografiche non è cosa (artistica e culturale) da poco.

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