Stefano Rodotà era anche un vecchio signore meridionale ed europeo. Anche in questo, un misto irripetibile di buona educazione borghese, antica nobiltà di pensiero e azione modernissima. Tutti lo ricordano, giustamente, come un difensore di tante battaglie civili. Il professor Rodotà era questo. Certamente. Ma questa sua identità, al di là dell’impegno intellettuale, politico e accademico, era fatta da tantissime piccole cose concrete. Di una delle tante, per me importantissima, sono stato testimone diretto. Avevo 24 anni quando l’ho conosciuto, quasi 35 anni fa.

Allora facevo il cronista nel mensile I Siciliani e la mafia aveva appena ucciso il mio direttore, Giuseppe Fava. L’ho conosciuto in quei giorni, dopo aver letto libri suoi e studiato su testi universitari firmati da lui. Rodotà fu raggiunto da una nostra telefonata: eravamo un gruppetto di giornalisti giovani e di frontiera, in fondo a un’Italia senza coscienza civile su quei temi antimafia. L’omicidio del nostro direttore ci aveva lasciati soli, di fronte a un “mostro” potente che cercava di stritolarci in una terra senza informazione libera e lontana dai Palazzi romani.

Eravamo soli. E per esserlo un po’ meno, per portare fuori dall’isola il senso del nostro lavoro di documentazione e fare breccia nell’opinione pubblica nazionale, ci rivolgemmo a lui. Rodotà era uno al quale ci si rivolgeva naturalmente, quando si parlava di libertà. E gli chiedemmo di far parte del comitato dei garanti di quel giornale “orfano” del direttore, per difenderne le ragioni e aiutarci a continuare il nostro cammino.

Ho conosciuto Rodotà nel 1984, a fine gennaio. Lui rispose subito al nostro appello di cronisti con poca esperienza, ma grande passione civile. Lo incontrammo nella sua stanza di presidente del gruppo della Sinistra indipendente alla Camera dei deputati. Rodotà non fu l’unico a rispondere a quel nostro appello. Con lui, un gruppo di eminenti professori: Guido Neppi Modona, Pino Arlacchi, Alfredo Galasso, Nando Dalla Chiesa, Gianfranco Pasquino.

Rodotà ci mise la firma e la faccia, insieme agli altri. Ascoltò i nostri racconti sorridendo complice, come se quei racconti e le nostre cronache provassero le sue analisi sulla “sovranità limitata” di una nazione. In Italia, certamente in quegli anni 80, il diritto costituzionale all’informazione era in parte negato, aggredito, strapazzato, certamente in Sicilia e nel sud. E quella storia marginale di un piccolo giornale in fondo alla penisola lo raccontava.

Ma non era scontato neanche che Rodotà rispondesse alla nostra prima telefonata, né – come fece in quell’anno e mezzo che il giornale continuò a uscire – che partecipasse a tutte le periodiche riunioni del comitato di intellettuali “importanti”. Mise la sua firma sotto le inchieste aggressive di un gruppo di cronisti alla periferia di un’Italia senza coscienza antimafia.

A me e a noi “ex” ragazzi di quel giornale antimafia ha insegnato quel che ha insegnato a tante generazioni di italiani: avere il coraggio delle proprie idee, se sono buone. Combattere per esse, crederci, spendersi. E se è una buona causa, partecipare, generosamente, anche se è difficile e si rischia di perdere.

Una semplice, asciutta lezione di “diritto” e di Costituzione.