Il colpo di scena è arrivato intorno alle 17, quando ormai da ore imputati, avvocati, pubblico e giornalisti non aspettavano altro che la sua deposizione. Ma Antonella De Miro, ex prefetto di Reggio Emilia, oggi a Palermo, dovrà attendere qualche settimana per testimoniare. A sparigliare le carte in udienza al processo di ‘ndrangheta Aemilia è stato Carlo Taormina, difensore di Giuseppe Iaquinta, imprenditore edile di origine calabrese trapiantato al nord e papà dell’ex calciatore della Juventus e campione del mondo, Vincenzo. Taormina ha infatti spiegato alla Corte, che non ne era a conoscenza, che De Miro è indagata dalla procura di Reggio Emilia per abuso d’ufficio e falso ideologico, in un’inchiesta scaturita da un esposto presentato, poco meno di due anni fa, dallo stesso Giuseppe Iaquinta. E per questo motivo Taormina ha chiesto che la teste venisse sentita con l’assistenza di un avvocato perché indagata per reato connesso. Il pm della Direzione distrettuale antimafia Marco Mescolini e due avvocati di parte civile si sono opposti, ma dopo oltre un’ora di camera di consiglio, la corte presieduta dal giudice Francesco Maria Caruso ha deciso di dare ragione alla richiesta di Taormina. Vista l’ora tarda, la deposizione è stata rimandata.

De Miro, nota per essere stata attivissima sul fronte delle interdittive antimafia, tra il 2012 e il 2013 aveva negato l’iscrizione alla white list (quella delle imprese ammesse a lavorare per gli appalti pubblici perché non sospettate di possibili infiltrazioni da parte della criminalità organizzata) per la azienda edile di Iaquinta. L’imprenditore, originario di Cutro, aveva infatti preso parte a una cena in un ristorante cittadino alla quale avevano partecipato anche alcuni tra coloro ritenuti dai pm della Dda di Bologna i vertici della associazione ‘ndranghetista tutta emiliana. I ricorsi di Iaquinta per essere riammesso alla white list erano stati tutti rigettati dai giudici amministrativi e nel 2015 l’imprenditore aveva presentato un esposto penale contro il prefetto De Miro, lamentando che le accuse riportate nelle interdittive della Prefettura, e che erano state alla base della esclusione della sua impresa dalla white list, fossero infondate e false.

Tuttavia, per due volte, la procura di Reggio Emilia ha chiesto l’archiviazione dell’indagine a carico del prefetto. La prima volta il Gip di Reggio Emilia ha respinto e ha chiesto al pm di approfondire le indagini. A marzo prossimo, dopo la seconda richiesta di archiviazione da parte della procura reggiana, si terrà l’udienza per decidere se archiviare il fascicolo o meno. Il dato di fatto è che Antonella De Miro è, tecnicamente, indagata e per questo il giudice di Aemilia, Caruso, ha deciso che dovrà farsi assistere da un avvocato, almeno nelle parti della testimonianza in cui si parlerà della posizione di Iaquinta. Nonostante l’ora tarda, la testimone ha dichiarato di volere comunque rispondere a tutte le domande (in qualità di indagata per reato connesso, avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere), ma il pm Mescolini ha insistito per sentire l’ex prefetto in un’altra giornata.

In aula assieme a Giuseppe Iaquinta, imputato per associazione mafiosa, c’era anche suo figlio Vincenzo, accusato invece di detenzione illegale di armi. Il processo Aemilia, il più grande per mafia mai celebrato in Emilia Romagna, è iniziato nel marzo 2016 dopo anni di indagini. A dibattimento ci sono quasi 150 imputati, molti dei quali accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso. Altri 70 sono stati giudicati e in gran parte condannati in rito abbreviato.