La Salerno-Reggio Calabria sarà anche “il simbolo dell’Italia che ci crede”, come ha detto il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio alla vigilia dell’inaugurazione, ma in tutta Europa è arduo trovare un’altra opera pubblica che sia costata, fra le altre cose, una trentina di morti ammazzati. Così come è difficile trovare un altro caso così lampante di un intervento dello Stato in cui tra grandi imprese nazionali e gruppi mafiosi si sia creata per anni “una relazione di scambio che permetteva alle prime di truffare l’Anas sui lavori e di girare ai secondi parte dei ricavi”. In sostanza, un accordo preventivo che in molti casi non ha avuto bisogno di avvertimenti e minacce, poggiando piuttosto sulla reciproca convenienza. Lo spiega a ilfattoquotidiano.it Vittorio Mete, ricercatore di sociologia politica all’Università di Firenze e autore di diversi saggi su criminalità organizzata ed economia. Compresa un’approfondita analisi sui rapporti fra grandi imprese delle costruzioni e clan di ‘ndrangheta nei lavori di ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, oggi giunti a compimento, almeno negli annunci governativi. Un’analisi (pubblicata in Alleanze nell’ombra, a cura di Rocco Sciarrone, Fondazione Res-Donzelli editore 2011) basata sulle carte giudiziarie delle tante indagini che hanno toccato i cantieri aperti alla fine degli anni Novanta e su interviste ai magistrati impegnati su quel fronte. “In questa opera la ‘ndrangheta non si è presentata come estorsore, ma come un’agenzia di servizi”, continua Mete. “I mafiosi hanno favorito gli espropri sul tracciato delle varianti, la tranquillità sindacale, l’aggiramento dei controlli sulla qualità delle forniture”.

TRENTA MORTI AMMAZZATI. E I CLAN FECERO IL “SALTO DI QUALITA'”. I morti ammazzati infatti sono stati a monte dell’affare, e soltanto nelle aree in cui non era ancora chiara l’egemonia di un gruppo criminale sugli altri. Così, ricostruisce Mete nello studio, la lotta per il controllo sul tratto cosentino si è risolta con “una ventina di omicidi“. Morti non invano, dato che la grande opera, si legge nell’ordinanza del gip di Catanzaro dell’inchiesta “Tamburo” (2002), ha consentito “un vero salto di qualità delle cosche mafiose che, tralasciando quasi del tutto i commercianti e quindi le vecchie estorsioni avevano stabilito di agire tutte insieme a tappeto soprattutto spostando le mire verso l’imprenditoria”. Più a sud la “faida di Barritteri” tra le cosche Gallico e Bruzzise, tra il 2004 e il 2008, fece sette morti nella “vertenza” sulla spartizione dei profitti nello specifico territorio di Seminara. Tra il 2005 e il 2009, negli appena 30 chilometri fra Gioia Tauro e Scilla, dove si trova appunto Seminara, si sono verificati 147 dei 165 episodi di intimidazione nei cantieri denunciati alle forze dell’ordine. In particolare – elenca il sociologo – 79 furti, 30 danneggiamenti, 13 minacce, 11 incendi di mezzi, sei minacce a mano armata. Nessun bisogno di sfoderare le lupare, invece, per la tratta fra Rosarno e Gioia Tauro, dove “gli equilibri criminali non presentano alcuna incertezza”, data la storica predominanza rispettivamente dei clan Pesce e Piromalli.

Tutti fatti confluiti in numerose indagini penali e relativi processi, dall’inchiesta “Tamburo” sull’area di Cosenza all’operazione “Autostrada” per la zona di Lamezia e Vibo. Gli arresti continuano ancora oggi, gli ultimi a novembre, nell’operazione “Sansone” contro il clan reggino dei Condello. A rivelare i retroscena del patto scellerato tra colletti bianchi del centronord e mafiosi del Sud almeno due collaboratori di giustizia di peso: Vincenzo Dedato, il contabile delle cosche cosentine, e Antonio Di Dieco, commercialista legato ai Pesce che ha raccontato ai magistrati il funzionamento del “tavolino” fra boss, grandi imprese e subappaltatori locali.

LE INTERCETTAZIONI: “IO NON LI VOGLIO CONOSCERE…”. Le carte – riporta Vittorio Mete – raccontano fra l’altro il caso della Asfalti Sintex che a un certo punto rimuove un funzionario che improvvidamente aveva denunciato ai carabinieri le pressioni mafiose, sostituendolo con un altro più abituato alle dinamiche locali. Un comportamento simile è attribuito ad Astaldi, di cui sono documentati i contatti con Dedato. In un altro caso, “l’emissario dei gruppi criminali è assunto da una delle grandi imprese nazionali, la Baldassini & Tognozzi“. Le intercettazioni catturano poi uno sfogo di un manager dell’azienda Toto, che lavora in un tratto in provincia di Vibo Valentia: “Io non li voglio conoscere, non li devo vedere, loro non mi devono vedere e ognuno deve fare la sua vita. Si organizza un meccanismo e dopodiché questo meccanismo deve andare avanti automatico… nessuno dell’impresa deve avere contatti diretti con questa gente”. I rappresentanti calabresi di Condotte e Impregilo sono così descritti nella sentenza del Tribunale di Reggio Calabria del 2009 sul clan Bellocco di Rosarno: “Personaggi che da sempre avevano avuto a che fare con esponenti della criminalità organizzata e con imprese di riferimento delle cosche. La scelta di rivestirli, entrambi, della carica di capo area della Calabria non era stata di certo casuale e la prova veniva direttamente dalle conversazioni intercettate e dalle indagini pregresse che avevano già portato ad inquisire questi due professionisti che erano scesi a patti con la ’ndrangheta“. Diversi processi sulla Salerno-Reggio Calabria non sono ancora arrivati a sentenza definitiva e nei dibattimenti è spesso emersa la difficoltà di sanzionare penalmente il comportamento dei grandi gruppi nazionali, mentre sono arrivate diverse condanne per ‘ndranghetisti e imprenditori locali collusi. Il procedimento “Tamburo” sulla tratta cosentina si è chiuso in Cassazione con l’assoluzione di tutti i dirigenti Anas imputati e di un funzionario di Asfalti Sintex che era stato condannato in appello.

LA “TASSA CALABRIA”: IL 3% AL SISTEMA MAFIOSO. Le indagini hanno comunque chiarito il modello Salerno-Reggio Calabria, così riassunto da Vittorio Mete: “L’importo convenzionalmente riconosciuto ai gruppi criminali da parte delle imprese nazionali, denominato anche ‘tassa Calabria‘, ‘tassa sicurezza’ o ‘tassa ambientale’, è pari al 3% del valore dei lavori, anche se in alcune circostanze può variare sensibilmente”. Ma i gruppi criminali guadagnano anche su un altro fronte, perché “impongono, per i lavori in subappalto e per le forniture, imprese di riferimento”. Infine, il personale locale viene spesso assunto su “segnalazione” degli ‘ndranghetisti.

Non è neppure necessario scomodare la sociologia per capire chi, alla fine, paga per tutti. “Attraverso la sovrafatturazione, il sistema delle riserve e l’apertura di contenziosi, i costi aggiuntivi sostenuti dall’impresa nazionale vengono scaricati interamente sull’ente appaltante“, cioè l’Anas, società interamente controllata dal ministero dell’Economia. Dunque “per la grande impresa nazionale il denaro corrisposto ai mafiosi non costituisce un vero costo”. Come emerge dal processo Arca, “l’esborso monetario a favore dei gruppi criminali si configura come ‘un’estorsione su una truffa’”.