Tornano i Prin: Progetti di rilevante interesse nazionale. Ovvero, l’unico bando di natura statale a cui un ricercatore italiano può partecipare per ricevere finanziamenti e sviluppare il proprio progetto. Dopo due anni di grave interruzione, il Ministero dell’Istruzione e dell’Università è riuscito a ripristinare il bando, che distribuirà 92 milioni di euro a 300 gruppi di ricerca in giro per il Paese. Peccato, però, che nel 2005 (persino sotto la gestione di Letizia Moratti, non proprio il ministro più rimpianto dall’università italiana) i fondi fossero superiori di quasi il 50%: nell’ultimo decennio sono stati sottoposti a tagli continui, che hanno messo in discussione la stessa esistenza dei Prin. E anche per il futuro non è certo se verranno confermati. “Così il Miur è riuscito a distruggere quello che sarebbe uno strumento fondamentale per la ricerca italiana”, commenta Luigi Maiorano, presidente dell’Apri (Associazione precari della ricerca). “I soldi del 2015 sono un’ottima notizia ma non significano nulla senza certezze su fondi e tempistiche dei prossimi bandi”, gli fa eco Joselle Dagnes, del Coordinamento ricercatori non strutturati.

UN BANDO FONDAMENTALE. Proprio a ridosso della “notte dei ricercatori”, il ministero ha comunicato la lista dei vincitori dei Prin 2015. Una specie di regalo per tutto il mondo dell’università: il bando, infatti, era fermo dal 2012, ultima edizione in archivio che coincide anche con il minimo storico di 38 milioni di euro dopo i tagli del governo Monti. È andata peggio nel 2013 e nel 2014, quando semplicemente non è stato pubblicato. Si tratta di progetti di vario ambito (dalle scienze matematiche a quelle sociali, dalla fisica all’ingegneria) che, come spiega l’acronimo, possono avere un “rilevante interesse nazionale” e per tanto meritano un finanziamento statale: il ricercatore presenta il suo piano (completo di budget), delle commissioni apposite giudicano i candidati e nominano i vincitori, che si vedono assegnati i fondi per sviluppare il proprio progetto nell’arco di tre anni. In Italia non esiste nulla di analogo: i ricercatori possono ovviamente partecipare ai vari Erc di competenza europea, o ai Pon-Rec (orientati però allo sviluppo del Meridione). Ma di fatto questo è l’unico canale di finanziamento su scala nazionale e senza limitazioni settoriali per i ricercatori.

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IN 15 ANNI PERSO MEZZO MILIARDO DI EURO. Il problema è che il sostegno economico del governo non è stato all’altezza della sua importanza. All’inizio degli Anni Duemila il fondo ammontava a circa 130 milioni di euro. Il punto più alto è stato toccato nel 2003 e 2004, con 137 milioni di euro sotto l’allora ministro Letizia Moratti, che ha cominciato ad applicare i primi tagli: nel 2006 era sceso drasticamente a 82 milioni. Tra il 2001 e il 2010 si è comunque attestato su una media rassicurante di 110 milioni di euro. Quindi, con l’austerity del governo Monti, la sforbiciata radicale che ha portato i Prin prima a ridursi fino a 38 milioni (pochi spiccioli), poi addirittura a scomparire. Adesso il ritorno voluto da Stefania Giannini. Anche se i 92 milioni distribuiti su 300 progetti (una media di 300mila euro ciascuno) sono comunque inferiori alle risorse con cui era nato il bando: se la cifra fosse rimasta costante, negli ultimi 15 anni sarebbero stati erogati 474 milioni di euro in più, praticamente mezzo miliardo. “Tutti soldi che il Miur ha incamerato invece che destinare alla ricerca”, denuncia Maiorano dell’Apri. “L’analisi delle cifre fa capire quanto la ricerca italiana abbia fatto solo passi indietro invece che in avanti. L’importo resta assolutamente insufficiente”. Basti pensare che la ricerca in Italia vale circa 9-10 miliardi di fondi pubblici, e neanche l’1% viene destinato ai progetti di 70mila fra professori e ricercatori universitari.

OGGI CI SONO, DOMANI CHISSÀ. Il vero problema dei Prin, però, non è neanche la penuria di risorse, che determina un taglio quasi sistematico dei budget concessi. E neppure le modalità non sempre trasparenti di applicazione e valutazione. O i limiti d’accesso, che permettono la partecipazione solo ai ricercatori strutturati (“Ma ormai sono una categoria quasi in disuso: la maggioranza dei precari viene esclusa, tanti si ritrovano a lavorare informalmente su questi progetti sapendo che il loro nome non potrà comparire”, la denuncia del Coordinamento dei non strutturati). Ancora più danni fa la totale incertezza di un bando che ieri non c’era, oggi c’è e domani chissà. Il ministro Giannini ha esultato per l’alto numero di domande presentate: quasi 4.500, il 25% in più della media delle edizioni precedenti. Ma questo aumento è frutto solo dell’interruzione degli ultimi due anni, che ha ingrossato le “liste di attesa”: così solo il 6,5% ce l’ha fatta.

“Una percentuale bassissima, è quasi più facile vincere un bando europeo ipercompetitivo che aggiudicarsi un Prin”, spiega Dagnes. Per legge il bando dovrebbe uscire ogni anno, invece nell’ultimo decennio non c’è stata una volta che avesse la stessa tempistica e lo stesso finanziamento dell’edizione precedente. “I 92 milioni del 2015 sono una buona notizia, ma sarebbe ancora migliore se ci fosse un minimo di programmazione. Il Prin resterà uno strumento poco credibile fino a che non ci saranno certezze sul futuro”. Certezze che al momento non sembrano esserci: nel Piano Nazionale di Ricerca (Pnr) 2015-2020 da poco varato dal Miur, ad esempio, la parola Prin non compare neanche una volta. E i ricercatori già si chiedono se e quando avranno di nuovo la possibilità di partecipare al bando. Bentornati Prin, ma chissà per quanto.

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