Altro giro, altra fuga: i ricercatori italiani sono ancora tra i più brillanti d’Europa. Ma l’università italiana è sempre meno attrattiva, e li costringe a portare idee (e risorse) all’estero. Lo conferma anche il risultato dell’ultimo bando Erc Starting grants (assegni di ricerca fino a 1,5 milioni di euro l’uno): 22 italiani fra i 325 vincitori, ma appena 8 di loro svolgeranno il progetto a casa, facendo scivolare in basso l’Italia nella graduatoria per Paesi ospitanti. Né più né meno di quello che era successo sette mesi fa per lo stesso programma dell’Unione Europea, quando una ricercatrice aveva rispedito al mittente i complimenti del ministro Stefania Giannini. Intanto il governo ha approvato il nuovo Piano nazionale della ricerca, che proprio del rientro in patria dei migliori cervelli fa uno dei suoi punti principali. Ma la situazione non è affatto cambiata, almeno per il momento.

grant per nazionalità

GLI ERC STARTING GRANTS – Lo scorso febbraio si era parlato per giorni dei risultati degli Erc Consolidator e della polemica della ricercatrice Roberta D’Alessandro. Stavolta parliamo degli Starting Grants, 325 assegni dal valore complessivo di 485 milioni di euro messi in palio dall’European Research Council. Si tratta di uno step precedente rispetto agli Erc Consolidator, a cui possono partecipare ricercatori già affermati: gli Starting sono riservati ai migliori “post-doc”, a chi ha da poco concluso il dottorato e deve avviare la propria attività laboratoriale. Cambia leggermente l’importo del finanziamento (più basso, fino a 1,5 milioni) e le finalità, non la sostanza. E neppure i risultati dell’Italia.

grant per paesi (1)14 CERVELLI IN FUGAAnche stavolta i nostri ricercatori risultano fra i migliori al mondo: ben 22 vincitori su 325, con una percentuale del 6,7%. Meglio fa solo la Germania, irraggiungibile a quota 49, e la Francia (39); noi siamo pari all’Olanda e addirittura davanti al Regno Unito (21). La prospettiva, però, si ribalta se si va vedere la classifica per Paesi ospitanti: ecco che l’Italia precipita all’11° posto, con appena 10 ricercatori che hanno scelto di svolgere i propri progetti nelle nostre università; alle spalle delle potenze continentali (l’Inghilterra, grazie ad una grande capacità attrattiva, sale al secondo posto con 59 assegni, alle spalle della solita Germania a 61 e davanti alla Francia a 46), ma anche di Olanda, Svizzera, Spagna, Belgio e Svezia, e persino di Israele e Austria. Il dato, peraltro, peggiora sensibilmente anche il risultato del 2015, quando i progetti portati in Italia erano stati 18. Stavolta appena 8 ricercatori italiani (più due stranieri, 10 in totale), hanno scelto di fare ricerca nelle nostre università.

“IO, IN ITALIA PER CASO” – Tra questi c’è Graziano Martello, 36 anni, laurea e dottorato a Padova, poi 4 anni a Cambridge: porterà nella sua città natale un programma ambizioso di studio dell’impatto del metabolismo sulle cellule staminali. Ma per questo non ringrazia certo il Ministero: se è tornato a casa è merito della fondazione privata Armenise-Harvard, che ha finanziato i suoi progetti: “Senza di loro non sarei mai rientrato dall’Inghilterra: diciamo che sono un privilegiato”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “Se hai un finanziamento e trovi una buona università in Italia ci puoi stare. Anzi, la qualità della vita è anche più alta che altrove. Il problema sono i soldi”. Finito il dottorato, è buona prassi che un ricercatore vada a fare un periodo all’estero: “Dopo, però, quasi nessuno rientra perché l’Italia non offre nulla, solo incertezza: possibilità di carriera vicine allo zero, nessun finanziamento sistematico o bando a cui poter applicare. Una gestione scriteriata della ricerca che fa scappare tutti i talenti migliori. Anch’io se non avessi vinto quel bando privato non sarei mai tornato”.

I RITARDI DEL PIANO DEL MIUR – Di recente il Ministero ha pubblicato il nuovo Piano nazionale di ricerca, che al di là della propaganda governativa sulle cifre (i 2,5 miliardi di euro non sono un passo avanti rispetto al passato), dedica un capitolo proprio al rientro in patria dei cervelli in fuga: con uno stanziamento di 246 milioni di euro, il Miur promette un finanziamento supplementare di 600mila euro a ogni vincitore di Grant che deciderà di portare le sue idee in Italia. “Mi sembra una misura interessante, può essere un’idea”, commenta Martello. I ritardi nella pubblicazione del Pnr, però, hanno impedito al nuovo incentivo di entrare subito in funzione. Se ne riparlerà per il 2017, intanto i risultati restano pessimi. Come le prospettive della ricerca e dei ricercatori in Italia: “Il progetto dura fino al 2021, io mi vedo qui per i prossimi 7-8 anni. E mi piacerebbe rimanerci. Ma se quando i soldi dell’Erc finiranno la situazione non sarà cambiata, sarò costretto anche io ad andarmene”. Come hanno fatto tanti suoi colleghi.

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