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L’Italia senza Kate non avrebbe conosciuto Malaguzzi!

Fino a qualche giorno fa il “metodo” Reggio Children era conosciuto poco più che dagli addetti ai lavori. Chi ci governa dovrebbe battersi il pugno al petto e recitare: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa
L’Italia senza Kate non avrebbe conosciuto Malaguzzi!
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Ci voleva la principessa del Galles, Kate Middleton, per fare parlare l’Italia di Loris Malaguzzi e del Reggio Emilia Approach, il risultato di un lavoro sui diritti dell’infanzia e sull’educazione iniziato nel secondo dopoguerra e diventato noto a livello internazionale negli anni Novanta.
Non ho memoria di politici italiani che abbiano fatto la stessa cosa di Kate.

In Italia, fino a qualche giorno fa Malaguzzi e il “metodo” Reggio Children era conosciuto poco più che dagli addetti ai lavori. Chi ci governa dovrebbe battersi il pugno al petto e recitare: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

La storia di Malaguzzi dovrebbe essere conosciuta da ogni insegnante: laureato in Pedagogia presso l’Università di Urbino nel 1940 ha iniziato ad insegnare nelle scuole elementari, dal 1941 al 1943 a Sologno, un borgo sull’Appennino reggiano, frazione del comune di Villa Minozzo.

Nell’aprile del 1945 ha aderito all’ambizioso progetto di un gruppo di gente comune di origine contadina e operaia che, in un piccolo borgo di campagna nei pressi di Reggio Emilia, decise di costruire e gestire una scuola per bambini. Da questa scintilla nasceranno in seguito altre scuole in periferia e nei quartieri più poveri della città, tutte autogestite.

Nel 1963 il Comune di Reggio Emilia comincia ad organizzare una rete di servizi educativi che include l’apertura dei primi asili per bambini dai 3 ai 6 anni. E’ la pietra miliare; per la prima volta in Italia la gente afferma il proprio diritto a fondare una scuola laica per bambini piccoli, ricorda Malaguzzi: “Una volta a settimana portavamo la scuola in città. Letteralmente, noi caricavamo noi stessi, i bambini, ed i nostri strumenti di lavoro su un camion e facevamo scuola e organizzavamo delle mostre all’aria aperta, nei parchi pubblici o sotto il portico del teatro comunale. I bambini erano felici. La gente guardava; erano sorpresi e facevano domande”.

Quando nel 1991 la rivista Newsweek indicò la scuola comunale “Diana” di Reggio Emilia come una delle esperienze educative più innovative al mondo, molti educatori iniziarono a chiedersi cosa rendesse così speciale quella piccola città dell’Emilia Romagna. Il Reggio Emilia Approach, si fonda su una pedagogia relazionale e socio-costruttivista.
Non è un metodo rigido né una sequenza di tecniche da applicare automaticamente. È una filosofia educativa che prende forma attraverso pratiche quotidiane osservabili, adattabili e replicabili anche in contesti molto diversi tra loro. Lì il bambino non è definito dalle sue mancanze o dai suoi traguardi da raggiungere, ma riconosciuto come soggetto competente, curioso, capace di costruire conoscenza sin dalla prima infanzia. Questo significa, in pratica, sostituire la domanda “cosa non sa ancora?» con “cosa sa già fare? Cosa sta esplorando? Dove vuole arrivare?”.

Un cambio di paradigma rispetto a quello che blaterano i nostri politici. Ma così va questo Paese… non conosce i suoi eroi.

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