Nelle pieghe della legge di Stabilità c’è anche qualche buona notizia. Dal prossimo anno qualche ricercatore tornerà a popolare le facoltà dell’università italiana. Mille, per la precisione, con la prospettiva di diventare professori al termine del loro contratto triennale. Sulla carta ci sono 115 milioni di euro per loro. Un segnale importante, perché negli ultimi cinque anni i ricercatori erano praticamente spariti, a causa dei tagli firmati Tremonti-Gelmini. Adesso l’annuncio del ministro Stefania Giannini fa sperare gli atenei e politecnici e soprattutto le associazioni di categoria che da anni chiedevano da anni di tornare ad investire sul personale per la ricerca. Certo il passo avanti non basta a colmare il gap che si è creato nel frattempo col resto d’Europa e il fabbisogno delle università: “Si tratta di un’inversione di tendenza significativa”, spiega Luigi Maiorano, presidente dell’Apri (Associazione Precari della Ricerca Italiani). “Il problema è che dovrebbe diventare strutturale, ed è comunque troppo poco rispetto alle esigenze. Senza dimenticare la questione del reclutamento, che non sempre è meritocratico come dovrebbe essere”.

Il provvedimento è contenuto all’interno della Legge di Stabilità 2016. Tra tagli e ombre, l’articolo 17 (quello dedicato all’Università) prevede “l’incremento del fondo per il finanziamento ordinario delle università statali per l’assunzione di ricercatori”. In soldoni, 55 milioni di euro nel 2016 e 60 milioni nel 2017 per assumere mille ricercatori di Fascia B. Un profilo nato con la riforma Gelmini del 2010, che aveva cancellato la figura del ricercatore a tempo indeterminato, per creare due nuove categorie: i ricercatori di tipo A, con contratti triennali (prorogabili di altri tre anni), che alla scadenza o partecipano e vincono un concorso da professore (banditi però sempre più raramente) o di fatto escono dalle università; i ricercatori di tipo B (3 anni + 2 rinnovabili), che alla scadenza transitano direttamente nel ruolo di professori senza concorso (a patto che intanto abbiano conseguito l’abilitazione scientifica nazionale). Va da sé che mentre i primi contratti sono poco più che assegni di ricerca, i secondi rappresentano un vero canale di reclutamento universitario. Purtroppo, però, di questi negli ultimi anni ne sono stati fatti pochissimi.

La Gelmini voleva eliminare la figura dei ricercatori a vita, proposito sulla carta anche condivisibile. In pratica, la riforma sommata al taglio dei finanziamenti e al blocco del turnover (deciso da Tremonti, va avanti dal 2009 e durerà fino al 2018), ha avuto come risultato quello di abolire i ricercatori “tout court”: negli ultimi cinque anni se ne sono persi almeno 10mila, 2.100 solo nel 2014 (anno in cui a fronte di 2.300 pensionamenti sono stati attivati appena 140 nuovi contratti). Così i numeri del personale di ricerca sono crollati: secondo una recente ricerca della Flc Cgil, in Italia ci sono 151mila ricercatori, a fronte dei 429mila del Regno Unito e dei 520mila della Germania. Pochi anche in rapporto alla popolazione e nel confronto col resto d’Europa: l’Italia ha “mezzo” ricercatore (0,6) ogni mille abitanti, rispetto ai 3,7 della Finlandia, i 3,1 dell’Austria e i 2,6 della Germania che guidano la classifica continentale.

Adesso il governo torna a stanziare risorse per assumere nuovi ricercatori: almeno mille nei prossimi due anni. Lo stesso articolo della manovra prevede anche 500 cattedre di eccellenza per ricercatori italiani e stranieri altamente qualificati (una sorta di “Programma Montalcini” ampliato ) e lo sblocco del turnover per i ricercatori di Fascia A (immissioni meno strutturali, che comunque faranno la loro parte). Poi arriverà il Piano Nazionale di Ricerca, con un budget di un miliardo per il capitale umano (circa 4mila ulteriori contratti, ma non solo ricercatori universitari: le stime sono ancora orientative). Qualcosa si muove, insomma. E infatti l’associazione “Apri” è soddisfatta, anche se prudente: “Veniamo da anni assurdi, da questo punto di vista la legge di stabilità è un passo avanti. Certo – prosegue il presidente Maiorano – nell’università italiana ci sono oltre 100 facoltà e 350 settori disciplinari. Mille ricercatori vuol dire due/tre unità per settore, in tutto il Paese. Messa così è nulla, una goccia in mezzo al mare. Rispetto allo zero degli ultimi anni è comunque tanto. Speriamo che sia l’inizio di un cambiamento”.