Prof aggrediti da studenti a Parma: giusto non denunciare? Il dibattito tra docenti ed educatori: “Non ci sono ricette, ma basta tiro all’adolescente”
“Dietro quell’aggressione a Parma c’è altro. Non basta la cronaca per comprendere quanto è accaduto nei giorni scorsi nel parco dedicato a Falcone e Borsellino”. È il parere comune di insegnanti e pedagogisti che in queste ore stanno riflettendo sulla violenza compiuta da alcuni giovani contro due docenti nei pressi della scuola “Leonardo da Vinci”. Dopo l’annuncio che i due professori non hanno denunciato i ragazzi perché – secondo uno di loro – “si sarebbe trattato di un confronto degenerato in lite fra due insegnanti e alcuni ragazzi” si è scatenato un dibattito. Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha preso una posizione chiara: “Un insegnante aggredito che banalizza quanto avvenuto dicendo che non si è trattato di una aggressione, che ha voluto accettare il loro ‘linguaggio’, sta scardinando il principio di autorevolezza che la scuola deve incarnare”.
Parole, inizialmente, contestate dallo scrittore e professore Christian Raimo che in un post su Facebook ha detto: “Non si è valorizzata a sufficienza la reazione dell’insegnante di Parma che ha avuto uno scontro con alcuni studenti. Quello che dice è netto e per certi versi esemplare: non è stata un’aggressione, non denuncio quei ragazzi anche se in commissariato mi hanno implorato di farlo, il ministro è incompetente. Mentre c’è un’intera classe politica che vorrebbe strumentalizzare il fatto per trarne una morale vendicativa, una sociologia d’accatto sui ragazzi, e che vorrebbe punizioni durissime, quest’insegnante ribadisce la sua fiducia in una pedagogia che crede nella crescita, anche di fronte a episodi di violenza. Chapeau”. Post cancellato dallo stesso Raimo dopo la notizia che due dei ragazzi avrebbero presentato loro stessi una denuncia per difendersi mostrando in un video un’altra verità. Raimo – contattato dal nostro giornale – ammette di “non essere più convinto di quanto è accaduto” e parla di “una vicenda più complessa”.
Ad andare ancor più in profondità è Eraldo Affinati, fondatore della Scuola “Penny Wirton” per l’insegnamento gratuito della lingua italiana ai migranti, insegnante, da poco uscito in libreria con Per amore del futuro. Educare oggi (San Paolo): “Proprio nel mio ultimo libro parlo della ribellione adolescenziale, del fuoco della controversia. Non ci possono essere ricette esclusive, metodi unici. Bisogna capire bene caso per caso. Dietro un’aggressione c’è sempre una relazione spezzata. Non possiamo limitarci alla norma, alla sanzione. Non si può disertare questo tema ma non possiamo limitarci nemmeno a gestire fatti come questi a livello giuridico. Bisogna conoscere l’evento. La cronaca è il punto dell’iceberg ma cosa è successo prima? Chi sono gli uni e gli altri?”.
Affinati non giustifica la gravità dei fatti ma suggerisce chiavi di lettura per leggerli. Ad esempio, la questione dei video: “Chi l’ha fatto? Perché? Dove finisce l’esperienza o dove comincia l’uso della stessa? Un fatto di là della sua flagranza si riduce a chi lo riporta. La rivoluzione digitale sta alternando l’esperienza. Noi educatori siamo ancora più vulnerabili rispetto al passato. Quando accade un problema tra adulto e il giovane non riguarda solo i due contendenti ma la polis, le famiglie, la scuola, i commentatori”.
Sulla stessa lunghezza d’onda di Affinati è il pedagogista Daniele Novara: “È anomalo che quel professore non abbia denunciato. Il problema di fondo è che quando si arriva all’aggressione c’è un’origine, una situazione scatenante. Facciamoci qualche domanda: a chi appartengono questi ragazzi? Fanno parte di qualche gruppo? Tra le tante ipotesi ci potrebbe essere quella di una relazione malata tra loro e i professori. Non si può urlare ‘Al lupo, al lupo’ senza capire cosa è avvenuto prima dell’accaduto. Il tiro all’adolescente è diventato uno sport nazionale. Perché quel gesto è avvenuto nel parco e non a scuola? Perché quel professore è stato aggredito? Come si comportava con i ragazzi? Forse dovremmo tornare a ragionare sul fatto che non tutti possono insegnare: per fare questo lavoro bisogna fare un test attitudinale”.
Parole che trovano eco anche in quanto ha scritto in questi giorni sui social il professore Enrico Galiano: quando un insegnante viene aggredito “la cosa più spaventosa non è solo il gesto. Non è solo immaginarselo o, come successo a Parma, vederlo ripreso da un cellulare. La cosa più spaventosa è quello che viene prima. Perché chi aggredisce un insegnante, spesso, una cosa la sa già. Sa che quell’insegnante è solo… Non si può chiedere ai docenti di educare al rispetto in una società che spesso non li rispetta”.