Per rimettere davvero ‘la scuola al centro del villaggio’ usciamo dalle ideologie
Due recenti avvenimenti apparentemente lontani hanno riguardato la scuola italiana illuminandone aspetti contradditori. Il primo è il dibattito circa le scelte governative di ridimensionamento degli Istituti Tecnici e le Indicazioni Nazionali per il secondo ciclo di scuola. La seconda è la visita della Principessa di Galles a Reggio Children, istituto riconosciuto come all’avanguardia mondiale nell’educazione infantile. Due fatti che denotato, il primo, una scarsa volontà di riconoscere alla scuola il suo ruolo educativo e sociale creando, di fatto, una maggiore distanza di valore tra i licei e gli istituti tecnici; il secondo, invece, il grande valore dell’elaborazione e sperimentazione pedagogica italiana. Certo, stiamo parlando di due ordini di scuola diversi, ma anche in questo caso possiamo vedere come l’educazione in Italia sia stata oggetto di oscillazioni del discorso pubblico tra due polarità che si irrigidiscono, quasi ritualmente, fino a renderle caricature: da un lato la nostalgia per una scuola ordinata, disciplinare, centrata sulla trasmissione dei saperi; dall’altro l’invocazione di una scuola materna, basata sulla cura e sull’attenzione verso le nuove generazioni. Questa contrapposizione, lungi dal produrre chiarimenti, finisce per impoverire il dibattito, trasformando un tema cruciale per la vita democratica in uno scontro ideologico.
Queste polarizzazioni fanno inoltre dimenticare che esiste uno sguardo scientifico sull’educazione che spesso rimane sullo sfondo del dibattito pubblico.
In questo senso, è significativo che i sostenitori della prospettiva pedagogica vengano spesso definiti come gli eredi della mitologica “scuola del Sessantotto”, demonizzata come se ogni riflessione sulla centralità dello studente, sull’apprendimento attivo o sul ruolo della motivazione fosse una concessione al lassismo scolastico. Specularmente, il corpo docente – o almeno una sua parte consistente – tende a percepirsi sotto assedio: in conflitto con le famiglie, diffidente verso gli studenti, vissuti come un corpo sociale resistente, poco motivato e bisognoso di essere “forgiato” altrimenti incline a comportamenti antisociali. In questo quadro, la relazione educativa si irrigidisce, smarrendo quella dimensione di alleanza che dovrebbe costituirne il fondamento.
A complicare ulteriormente questo scenario interviene la politica che di recente pare considerare la scuola non come un’infrastruttura pubblica essenziale per la costruzione di cittadinanza capace di senso critico, bensì come un terreno attraverso cui determinare un’egemonia culturale. I curricoli diventano allora campi di battaglia simbolici, strumenti per imprimere una certa visione del mondo, mentre le politiche di valutazione e selezione rischiano di essere orientate più alla distinzione tra “meritevoli” e pesi morti, piuttosto che alla rimozione degli ostacoli che impediscono l’eguaglianza sociale e culturale tra tutti i cittadini. In questa prospettiva, la scuola smette di essere un contesto di promozione sociale e culturale e si trasforma in un apparato di legittimazione delle disuguaglianze.
Eppure, da almeno sessant’anni, esiste un patrimonio robusto di conoscenze scientifiche – le Scienze dell’Educazione – che potrebbero orientare in modo ben più fondato le scelte politiche e le pratiche didattiche, legittimate, per altro, nella Scuola dell’Infanzia e molto meno nella Scuola Secondaria. Ad esempio, sappiamo molto, oggi, sui processi di apprendimento, sulla motivazione, sull’importanza del contesto e sulla valutazione formativa. Sappiamo che l’apprendimento non è una semplice trasmissione di contenuti, ma un processo complesso che coinvolge dimensioni cognitive, emotive e sociali. Ignorare questo patrimonio significa scegliere deliberatamente una via ideologica, rinunciando alla possibilità di costruire politiche educative basate su evidenze scientifiche.
Nel contesto italiano, ciò che appare particolarmente carente è una diffusa cultura pedagogica. La scuola continua a essere percepita come un’istituzione separata, quasi autosufficiente, anziché come un nodo di una rete educativa più ampia. Mancano spazi di riflessione condivisa tra docenti, famiglie, studenti e comunità; manca un linguaggio comune che consenta di discutere di educazione al di fuori degli stereotipi. In assenza di questa cultura, prevalgono letture difensive: la scuola contro le famiglie, i docenti contro gli studenti, lo Stato contro l’autonomia professionale.
Anche il ruolo degli influencer e dei commentatori mediatici contribuisce a irrigidire il quadro. La reiterazione di un’immagine del docente come puro tecnico della disciplina, poco incline alla compromissione relazionale con gli studenti e alla messa in discussione, alimenta una visione riduttiva della professionalità docente. In realtà, per insegnare oggi sono richieste competenze complesse: non solo padronanza dei contenuti, ma capacità di progettazione didattica, di gestione della classe, di valutazione, di interpretazione dei bisogni degli studenti, di capacità di ascolto. Ridurre tutto questo a una questione di “rigore” o, al contrario, di “empatia” significa non cogliere la natura intrinsecamente integrata della pratica educativa.
Se si vuole realmente “rimettere la scuola al centro del villaggio”, occorre uscire da queste polarizzazioni. Significa riconoscere che disciplina e pedagogia non sono termini antitetici, ma dimensioni che devono essere pensate insieme; che l’autorità educativa non si fonda sulla coercizione, ma sulla legittimazione relazionale e cognitiva; che la valutazione può essere al contempo rigorosa e orientata alla crescita. Significa, soprattutto, assumere l’educazione come bene comune, sottraendola alle intrusioni identitarie e alle strumentalizzazioni autoritarie.
Una scuola così concepita torna a essere, prima di tutto, una palestra di democrazia: un luogo in cui si apprendono conoscenze, certo, ma anche pratiche di convivenza, di confronto, di responsabilità. Perché questo accada, è necessario investire in formazione pedagogica diffusa, sostenere la professionalità docente nella sua dimensione riflessiva, costruire alleanze educative reali. Non si tratta di scegliere tra passato e futuro, tra trasmissione e innovazione, ma di ricomporre un orizzonte condiviso, fondato su ciò che sappiamo e su ciò che, come società, vogliamo diventare.