Il mondo FQ

Dispersione scolastica, preparazione in calo e Sud che arranca: tutti i dettagli del Rapporto Istat 2026 su istruzione e università

Più studenti senza competenze, Neet ancora alti e dottori di ricerca in fuga: il rapporto Istat 2026 fotografa l'istruzione italiana
Dispersione scolastica, preparazione in calo e Sud che arranca: tutti i dettagli del Rapporto Istat 2026 su istruzione e università
Icona dei commenti Commenti

L’Istituto Nazionale di Statistica ha pubblicato il Rapporto annuale 2026. Il documento, in alcune delle sue parti, si concentra sul tema dell’istruzione, dell’università e dei giovani: il quadro, legando insieme i vari aspetti che riguardano le nuove generazioni, è tutt’altro che positivo, dalla qualità della preparazione in calo all’aumento del rischio di dispersione scolastica in alcuni contesti, fino ad arrivare ai divari territoriali che non accennano a ridursi, anzi. E l’ascensore sociale? Neanche l’istruzione riesce a rimetterlo in moto. Possiamo, intanto, mettere in fila tutti questi elementi.

Apprendimenti in calo, rischi più alti al Sud – Una delle prime criticità che emergono dal Rapporto riguarda la qualità degli apprendimenti. Nonostante il calo dell’abbandono scolastico, una quota crescente di studenti arriva al termine delle superiori senza competenze adeguate. Nel 2025 il 36% degli studenti dell’ultimo anno presentava livelli insufficienti in italiano e matematica, in aumento rispetto al 33% del 2024. Ancora più preoccupante è la crescita della cosiddetta dispersione implicita: l’8,7% dei diplomati conclude il percorso scolastico senza possedere competenze adeguate in italiano, matematica e inglese, contro il 6,6% dell’anno precedente.

Il fenomeno non è distribuito in modo uniforme. Secondo il modello elaborato dall’Istat, frequentare un istituto professionale può aumentare di 16 volte il rischio di dispersione rispetto a un liceo, mentre vivere nelle Isole può moltiplicare per 11 la probabilità di trovarsi in questa condizione. Un dato interessante se si considera che l’istruzione tecnica e professionalizzante è il fiore all’occhiello dell’attuale governo. Nell’anno scolastico 2026/2027 risultano infatti attivati 532 nuovi percorsi in circa 400 istituti tecnici e professionali un segnale del tentativo di rafforzare l’offerta formativa più legata alle competenze professionalizzanti e al raccordo con il mondo del lavoro. I dati comunque suggeriscono che il problema non riguarda più soltanto quanti lasciano la scuola, ma anche una quota crescente di chi arriva al diploma senza aver acquisito gli strumenti necessari per affrontare università e mercato del lavoro.

La scuola non sblocca l’ascensore sociale – Dietro le difficoltà educative continua a emergere un problema strutturale: il peso delle condizioni familiari. In Italia il livello di istruzione dei genitori resta il principale fattore che orienta il futuro scolastico dei figli. La probabilità di scegliere un liceo è quasi otto volte più alta per chi ha almeno un genitore laureato rispetto a chi proviene da una famiglia con al massimo la licenza media.

La distanza si amplia ulteriormente all’università. La probabilità di conseguire una laurea è oltre 12 volte superiore per i figli di laureati. Nel 2024, tra i giovani di 25-34 anni con genitori privi di diploma, solo il 12,8% raggiunge un titolo universitario, mentre oltre un terzo non riesce nemmeno a conseguire il diploma di scuola superiore. Tra i figli di laureati, invece, quasi due su tre arrivano all’università. La scuola, insomma, continua a riflettere e riprodurre le disuguaglianze sociali esistenti.

Il divario territoriale e la fuga universitaria – Così come il territorio continua a determinare opportunità profondamente diverse. Le regioni meridionali e insulari concentrano gli indicatori più critici: più fragilità negli apprendimenti, più dispersione scolastica, più Neet e minore capacità di trattenere studenti universitari.

E infatti le Isole registrano il più alto tasso di abbandono scolastico precoce, pari al 13,7%, quasi il doppio rispetto al Nord-Est. Nel Mezzogiorno si concentra inoltre il 20,2% dei giovani Neet, contro l’8,7% del Nord. Le stesse regioni del Sud continuano a perdere studenti universitari verso il Centro-Nord, alimentando un progressivo impoverimento del capitale umano locale.

Stranieri più esposti: integrazione difficile – Le difficoltà si concentrano anche tra gli studenti con background migratorio, una componente sempre più rilevante della popolazione scolastica italiana. Al 1° gennaio 2026 i ragazzi stranieri tra i 6 e i 19 anni sono circa 835mila e rappresentano l’11,3% della popolazione in età scolare.

I loro percorsi educativi restano però più fragili. L’abbandono scolastico precoce riguarda il 26,2% dei giovani stranieri contro il 6,7% degli italiani. Tra chi arriva in Italia dopo i 16 anni la quota supera addirittura il 44%. Più di un terzo degli studenti stranieri frequenta inoltre una classe inferiore rispetto a quella corrispondente alla propria età, segno delle difficoltà linguistiche e di integrazione che continuano a caratterizzare il sistema educativo.

Pochi laureati: indietro nell’Ue – Nonostante la crescita degli ultimi anni, l’Italia continua a occupare le retrovie europee per livello di istruzione terziaria. Tra i giovani di 25-34 anni possiede una laurea o un titolo equivalente soltanto il 31,6%, contro una media europea del 44,1%. Il ritardo è particolarmente evidente nei percorsi terziari professionalizzanti e nelle lauree brevi. Il sistema continua a produrre meno laureati rispetto ai principali partner europei e questo limita la disponibilità di competenze avanzate necessarie alla trasformazione tecnologica ed economica del Paese.

Talenti in fuga per 1500 euro in più – La debolezza del sistema emerge anche nella capacità di trattenere i profili più qualificati. Nel 2025 il 10,4% dei dottori di ricerca formati interamente in Italia lavora all’estero a pochi anni dal conseguimento del titolo. Le motivazioni sono soprattutto legate alle opportunità professionali. L’81,7% dichiara di aver trovato all’estero impieghi più coerenti con il proprio livello di qualificazione, mentre il 73,7% cita retribuzioni migliori. Chi lascia l’Italia percepisce mediamente oltre 1.500 euro netti al mese in più rispetto ai colleghi rimasti nel Paese e ha molte più probabilità di svolgere attività che richiedono effettivamente il titolo di dottore di ricerca.

Università a due velocità – Anche il sistema universitario riflette le disuguaglianze territoriali e sociali del Paese. Nell’anno accademico 2023/2024 quasi 400mila studenti frequentano un’università fuori dalla propria regione e la direttrice principale continua a essere quella dal Sud verso il Centro-Nord.

Sono circa 152mila gli universitari meridionali che studiano in un’altra ripartizione geografica, contro appena 31mila studenti del Nord che compiono il percorso inverso. La possibilità di spostarsi dipende fortemente anche dal reddito familiare: gli studenti del Sud che scelgono un’università del Nord provengono mediamente da famiglie con risorse economiche significativamente superiori rispetto a quelle di chi resta nel territorio di origine. Intanto, gli iscritti sono passati da circa 1,7 milioni nell’anno accademico 2014/2015 a oltre 2 milioni nel 2023/2024, invertendo una lunga fase di stagnazione. Nello stesso periodo è aumentato anche il numero di persone che conseguono un titolo terziario, passato da 190 mila all’anno nel 1999 a 544 mila nel 2024.

Boom telematiche: 250mila in più negli ultimi dieci anni – Tra le trasformazioni più evidenti dell’ultimo decennio spicca l’espansione delle università telematiche. Gli iscritti sono aumentati da 58 mila a oltre 293 mila, arrivando a rappresentare il 14,5% dell’intera popolazione universitaria. Si tratta di un segmento che intercetta soprattutto studenti lavoratori e adulti, con un’età media di oltre 31 anni. La crescita delle telematiche testimonia una domanda crescente di formazione continua e di percorsi più flessibili rispetto a quelli tradizionali.

Neet in calo ma ancora elevati, soprattutto donne – Anche sul fronte dell’inclusione lavorativa il quadro resta problematico. Nel 2025 i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi formativi sono il 13,3% della popolazione tra i 15 e i 29 anni. Il dato è nettamente migliore rispetto al 25,7% del 2015 ma rimane tra i più alti dell’Unione europea. La situazione è particolarmente critica nel Mezzogiorno e tra le donne. Oltre un terzo dei Neet è disoccupato e circa il 40% cerca lavoro da almeno un anno. Tra le donne inattive prevalgono invece le responsabilità di cura familiare, che continuano a rappresentare uno dei principali ostacoli alla partecipazione al mercato del lavoro.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione