È il leader della riscossa degli imprenditori siciliani, della legalità e dell’antimafia targata Confindustria. Solo che adesso è coinvolto in un’inchiesta per fatti di mafia della procura di Caltanissetta. Un’indagine top secret e delicatissima quella su Antonello Montante, cinquantaduenne presidente di Confindustria Sicilia, delegato nazionale per la legalità di viale dell’Astronomia, appena designato dal governo nazionale come componente dell’Agenzia dei beni confiscati, che gestisce le proprietà immobiliari confiscati ai boss di Cosa Nostra. Secondo quanto rivela Repubblica, agli atti dei magistrati ci sono le dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia. Primo tra tutti il neo pentito Salvatore Dario Di Francesco, mafioso di Serradifalco, lo stessa città d’origine di Montante, in provincia di Caltanissetta. Di Francesco è un ex dipendente del consorzio Asi, l’area di sviluppo industriale, e per gli inquirenti è il “collante tra gli esponenti di Cosa Nostra e i colletti bianchi della provincia”: ai pm ha raccontato i retroscena degli appalti pilotati nella zona.

Di Francesco è compare di Vincenzo Arnone, boss di Serradifalco, figlio di Paolino Arnone, storico padrino, morto suicida nel carcere Malaspina di Caltanissetta nel 1992. Vincenzo Arnone è a sua volte testimone di nozze di Montante: un legame diventato pubblico già lo scorso anno, quando la rivista I Siciliani Giovani (diretta da Riccardo Orioles, ex “caruso” di Pippo Fava) pubblicò una foto che ritraeva Arnone con Montante, nella sede dell’Associazione Industriali di Caltanissetta, negli anni ottanta. Ma non solo: in quell’occasione la rivista pubblicò anche il certificato di matrimonio dell’allora giovanissimo imprenditore, che si sposò ad appena diciassette anni e tra i quattro testimoni di nozze scelse proprio Arnone.

Legami di paese, contatti lontani nel tempo, in una cittadina di appena seimila abitanti, dalla quale parte la scalata imprenditoriale dei Montante, attivi già dagli anni venti con una fabbrica di biciclette. Un marchio storico rilanciato da Antonello Montante, che è anche fondatore della Mediterr Shock Absorbers (Msa), un’azienda di ammortizzatori per veicoli industriali con sedi in tutto il mondo. Poi l’imprenditore nisseno inizia ad impegnarsi anche in Confindustria: e nel 2008 è tra i leader degli industriali che lanciano la “rivoluzione antimafia” delle imprese siciliane. Un nuovo corso, con Confindustria che si dota di un codice etico antimafia, che promuove le denunce contro il racket e emargina alcuni suoi ex componenti considerati vicini ai clan: primo tra tutti Pietro Di Vincenzo, oggi condannato in via definitiva a nove anni per estorsione.

La svolta antimafia di Confindustria non si ferma al codice etico o alle decine di denunce di “pizzo”: gli industriali s’impegnano direttamente politica, dove sono fondamentali per l’elezione di Rosario Crocetta a governatore della Regione Siciliana. Un passaggio che molti iniziano a definire come la “rivoluzione antimafia” di un’isola capace in poco tempo di vedere due ex governatori inquisiti con l’accusa infamante di aver favorito Cosa Nostra: Totò Cuffaro è detenuto dal 2011 dopo essere stato condannato in via definitiva a sette anni, mentre il suo successore Raffaele Lombardo ha rimediato una condanna in primo grado a sei anni e otto mesi per concorso esterno.

Dopo la rivoluzione di Confindustria, partita da Caltanissetta, e l’elezione di Crocetta a Palazzo d’Orleans, una sola è la parola che più di tutte viene pronunciata nei palazzi del potere siciliano: antimafia. Una parola magica, capace di aprire porte, di segnare carriere, ma anche di stroncarle. L’inchiesta della procura di Caltanissetta è ancora in fase embrionale: se sia solo il tentativo di “mascariamento” di un pentito, o se agli atti dei pm ci sia qualcosa di più è ancora presto per dirlo. Di certo al momento è delicato il ruolo di Montante: un paladino dell’antimafia, che vede il suo nome accostato ad un’indagine per mafia. Soltanto l’ennesimo paradosso in una terra che ha una storia segnata dalle contraddizioni

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