Si nasconde un’altra storia dietro quei 17 colpi di pistola che la sera del 26 giugno ’83 uccisero a Torino il procuratore capo Bruno Caccia. Una verità che ribalterebbe quella ufficiale scritta nella sentenza del ’92. Con la quale venne condannato all’ergastolo, come mandante, il boss dell’a ‘ndrangheta trapiantata in Piemonte Domenico Belfiore. Ne è convinto Fabio Repici – legale di Guido, Paola e Cristina Caccia, figli del magistrato – secondo cui a volere quell’omicidio fu l’avvocato siciliano Rosario Pio Cattafi, capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto in carcere dal 2012. Ed emissario negli anni Settanta del boss catanese Nitto Santapaola a Milano. Oggi Cattafi è testimone al processo di Palermo sulla Trattativa. Molti pentiti lo hanno indicato come uomo-cerniera tra 007, mafia e massoneria.

E il suo nome torna ripetutamente nelle indagini aperte subito dopo l’omicidio del magistrato torinese. Anche se all’epoca non venne indagato. Repici il 23 luglio scorso ha presentato un esposto alla Procura di Milano per aprire un nuovo fascicolo su quel delitto (un primo è stato archiviato). Indicando l’”eminenza grigia” della mafia catanese come mandante, e Demetrio “Luciano” Latella – killer legato a “il Tebano” Angelo Epaminonda, storico boss catanese della Milano degli anni ’70-80 – come esecutore materiale. Secondo il legale dei Caccia, il procuratore venne ucciso per le sue indagini sul riciclaggio di denaro sporco nel casinò di Saint Vincent. Utilizzato da Cosa Nostra per ripulire i soldi provenienti dai sequestri di persona.

Proprio a cavallo degli anni Settanta-Ottanta Cattafi e il broker milanese Gianfranco Ginocchi (poi assassinato nel ’78) erano ritenuti coinvolti nei rapimenti e nel traffico di droga, anche se verranno sempre assolti. Ma non è solo lo spessore criminale a gettare ombre su un suo coinvolgimento. Ci sono altri elementi che legano il boss di Cosa Nostra all’omicidio. C’è ad esempio il suo stretto rapporto con i vertici del casinò aostano in contatto col Sisde, la cui presenza nelle indagini è costante. C’è un “papello” in cui Cattafi indica che a volere quell’assassinio fu il gruppo di Epaminonda legato a Santapaola. E poi c’è una telefonata che parla di una falsa rivendicazione delle Brigate Rosse trovata proprio in casa del capomafia barcellonese. Tutti elementi “incredibilmente trascurati dal pm di Milano Francesco di Maggio, titolare delle indagini”, sostiene Repici. Quello stesso Di Maggio – il magistrato che raccolse fra l’altro le confessioni di Epaminonda – che è vice capo del Dap nel ’93. L’anno in cui non venne rinnovato il 41 bis per oltre 300 boss mafiosi.

Ma per tentare di riavvolgere il filo nero dell’omicidio Caccia che lega spioni, faccendieri e boss bisogna partire proprio da quella telefonata. E’ 19 giugno 2009. Gli inquirenti di Reggio Calabria intercettano il magistrato Olindo Canali, all’epoca indagato e oggi in servizio al Tribunale di Milano. Il magistrato è stato uditore giudiziario di Di Maggio al tempo delle indagini su Caccia. E quel 19 giugno parla con il giornalista Alfio Caruso di una perquisizione nella casa milanese di Cattafi risalente all’84 e legata alle indagini sul sequestro di Giuseppe Agrati. Un fatto risalente al ’75, per il quale Cattafi verrà prosciolto da Di Maggio nell’86. “In casa di quel Saro Cattafi trovammo la rivendicazione dell’omicidio del giudice Caccia… fatta dalle Br – confida Canali – che in realtà poi sappiamo fu ucciso dai calabresi e dai catanesi”. Di quella rivendicazione non verrà mai trovata traccia nei fascicoli sull’omicidio. Ma Canali conferma per due volte il contenuto della telefonata. Lo fa da testimone al processo a Palermo sulla Trattativa e sulla mancata cattura di Provenzano.

A pochi mesi dal delitto Caccia, emergono dunque elementi che conducono a Cattafi. E per gli investigatori l’assassinio del procuratore porta dritti al casinò di Saint Vincent, infestato dagli affari di boss e colletti bianchi che hanno interessi a Campione d’Italia e sono pronti a infiltrarsi in quello di Sanremo. C’è anche un precedente inquietante: il 13 dicembre del 1982 ad Aosta esplode un’autobomba. L’attentato fallisce, il pretore Giovanni Selis che in quel periodo aveva aperto indagini sulla casa da gioco si salva. Ma c’è di più. Pochi mesi prima di quel 26 giugno ’83, il casinò subì una perquisizione della Guardia di Finanza ordinata proprio da Caccia. L’antefatto di quello che avverrà l’11 novembre successivo. Quando con il blitz di San Martino verranno smascherati gli interessi politici, criminali e finanziari che si nascondono dietro i casinò italiani.

A una manciata di giorni da quei 17 spari, sono dunque questi alcuni degli elementi che legherebbero l’omicidio alla zona grigia di Saint Vincent. Nella quale Cattafi è ben inserito. E della quale conosce molti particolari grazie ai legami che vanta con i suoi vertici. Gli investigatori partono proprio da qui per scoprire il movente e i mandanti. Attivano i loro canali informativi nel casinò aostano: l’allora direttore Bruno Masi e l’industriale Franco Carlo Mariani. Il 10 settembre 1984 a Milano, Mariani è davanti al pm Di Maggio. Queste sono le parole che mette a verbale: “Era stato il colonnello Bertella a chiedermi di raccogliere informazioni sull’assassinio del procuratore Caccia. Fui io a chiedere a Cattafi se ne sapesse qualcosa. Senza alcuna esitazione il Cattafi mi riferì le informazioni riportate nel rapporto medesimo, riservandosi di specificarle ulteriormente ai destinatari (…) dopo aver ottenuto il porto d’armi, operazione che li avrebbe accreditati ai suoi occhi”. E’ ancora Mariani che parla: “Cattafi si dichiarò disposto ad indicarmi (…) il killer” di Caccia, un certo “Luciano”. Mariani chiede a Cattafi di rivelargli la sua fonte. L’avvocato però si limita a dire che “avrebbe dettagliato l’informazione prendendo contatto diretto” con Enrico Mezzani, sedicente emissario del Sisde e tramite fra lo stesso Mariani e il tenente colonnello della Guardia di Finanza di Alessandria Michele Bertella, l’ufficiale incaricato di raccogliere più notizie possibili sull’omicidio.

E sul tavolo del Sisde arriva anche un “papello” che raccoglie le imbeccate di Cattafi. Si intitola “Architetto Caccia Dominioni”. Dentro si legge: Caccia “è stato fatto fuori non dai calabresi (…) ma da un gruppo capeggiato da Epaminonda (catanese). Sempre come sfondo vi è la questione (…) inerente Saint Vincent, Sanremo, Campione (…) era convinto che tutti i soldi sporchi arrivassero lì. Il killer è legato a Santapaola”. Dell’informativa non rimarrà traccia nel fascicolo. L’avvocato legato a Santapaola sembra quindi pronto al grande salto: fornire dettagli per stringere legami con persone in odore di Servizi. Siamo nel novembre ’83, cinque mesi dopo l’assassinio. Il 30 maggio ’84 è invece Di Maggio in persona a recarsi in Svizzera per ascoltare Cattafi detenuto nel carcere di Bellinzona. L’argomento è l’omicidio del magistrato: il verbale rimarrà sconosciuto agli atti dell’inchiesta.

Nel 1985 poi Luigi Incarbone, interrogato dai magistrati torinesi, dichiara: “Sono stato detenuto con Franco Chamonal (del Casinò di Saint Vincent) che ancora oggi mi fa arrivare 500 mila lire. Mi disse che Caccia è morto per il fatto del Casinò… che il mandante era un palermitano importante che aveva conosciuto e che aveva deciso l’omicidio…”. Per l’avvocato dei Caccia quel palermitano altri non è che Cattafi. Di Maggio invece identificherà Belfiore come unico mandante dell’omicidio. Grazie soprattutto al detenuto-collaboratore catanese Francesco Miano che in carcere registra di nascosto la confidenza del mammasantissima: “Per Caccia dovete ringraziare solo me”. Lo stesso Miano che venne attivato dal Sisde, come sancito dagli atti del processo. Ma, si legge nell’esposto dell’avvocato Repici, anche “su sollecitazione giudiziaria”.