C’è un delitto, a Torino, che da più di trent’anni è in cerca d’autore. È l’omicidio del procuratore Bruno Caccia, assassinato a colpi di pistola la sera del 26 giugno 1983 mentre portava a passeggio il cane sotto casa. Un omicidio clamoroso, unico caso di magistrato ucciso dalla ‘ndrangheta nel nord Italia, ancora avvolto dal mistero e inspiegabilmente dimenticato, di cui non sono mai stati individuati gli esecutori materiali. I figli Paola, Cristina e Guido hanno presentato con l’avvocato Fabio Repici due denunce alla Procura di Milano per chiedere la riapertura delle indagini e indicare la pista che potrebbe portare alla soluzione del caso. Una pista che conduce agli interessi criminali legati al Casinò di Saint Vincent e chiama in causa, come mandante, Rosario Pio Cattafi, boss siciliano indicato dai pentiti come trait d’union tra cosa nostra e servizi segreti. Ma le loro richieste sono rimaste, ad oggi, lettera morta. Anche per questo hanno deciso di presentarle pubblicamente oggi, 3 ottobre, alle 18.15 a Palazzo Marino, a Milano, durante un incontro organizzato dalla Commissione antimafia comunale presieduta da David Gentili.

 La storia ufficiale racconta che Bruno Caccia, unico magistrato ucciso dalla ‘ndrangheta nel nord Italia, è stato assassinato su ordine del boss calabrese Domenico Belfiore che non sopportava più quel magistrato rigoroso, particolarmente duro contro la malavita organizzata. Belfiore sperava che fatto fuori Caccia andasse al suo posto un magistrato più morbido, magari uno di quei togati della procura di Torino che in quegli anni coltivavano pericolose amicizie con i boss. Ad incastrare Belfiore come mandante è il boss catanese Francesco “Ciccio” Miano che registra alcune conversazioni in carcere per conto dei servizi segreti. Ma la collaborazione di Miano produrrà una verità solo parziale, lasciando sul tavolo molti interrogativi irrisolti. Chi ha sparato al procuratore e perché è stato ucciso proprio in quel momento, visto che dava fastidio ai mafiosi già da un po’ di tempo ed era quasi prossimo alla pensione?

Secondo le denunce presentate da Repici, che da luglio è stato affiancato dall’ex magistrato Mario Vaudano in qualità di consulente, il procuratore capo di Torino Bruno Caccia è stato ucciso perché in quel periodo stava conducendo delle indagini sul Casinò di Saint Vincent e sul riciclaggio di denaro sporco proveniente dai sequestri di persona. Ad ordinare l’omicidio sarebbe stato il capo mafia siciliano Rosario Pio Cattafi, oggi al 41 bis, eminenza grigia considerato l’anello di congiunzione tra mafia, massoneria e servizi segreti, sentito come testimone nel processo sulla Trattativa Stato-mafia. Un uomo su cui si erano inizialmente concentrate le indagini del magistrato Di Maggio, titolare dell’inchiesta sull’omicidio di Caccia, e su cui si concentravano molti indizi raccolti dagli informatori che gravitavano attorno al casinò di Saint Vincent.

Ad Aosta se ne occupava da qualche tempo anche il pretore Giovanni Selis, che scamperà per miracolo a un attentato dinamitardo pochi mesi prima dell’uccisione di Caccia. È lo stesso Selis, sentito dai magistrati di Milano, ad individuare nelle sue indagini sul casinò uno dei possibili moventi dell’attentato di cui era stato vittima. Ai colleghi, Selis racconta di un colloquio avuto con il pm Maddalena della procura di Torino, incaricato da Caccia di seguire le indagini sul casinò, da cui aveva ricavato l’idea di un possibile “collegamento fra le mie indagini e quelle del collega Maddalena, aventi ad oggetto riciclaggio di denaro proveniente dai sequestri di persona”. Un parallelismo inquietante, visto che le indagini sull’attentato di Selis vennero archiviate senza trovare soluzione e il pretore è morto suicida pochi anni dopo. Secondo l’avvocato Repici con Selis “scomparve un testimone decisivo per l’omicidio di Bruno Caccia”.

Degli affari che ruotavano attorno ai tavoli verdi, in connessione con l’omicidio Caccia, aveva parlato nel 1985 anche Luigi Incarbone, che aveva raccontato ai magistrati di aver ricevuto in cella delle confidenza da Franco Chamonal (dirigente del Casinò di Saint Vincent) che gli aveva parlato di “una persona molto importante” che “proteggeva i Greco”. “Mi disse che Caccia è morto proprio per il fatto del casinò. E che questo palermitano era stato il mandante”, furono le parole di Incarbone. Una descrizione che coinciderebbe alla figura di Rosario Cattafi. Anche i pentiti siciliani Salvatore Parisi e Salvatore Costanza avevano raccontato che il boss Francesco Miano aveva ordinato l’uccisione di un cambia soldi dell’ambiente del Casinò di Saint Vincent, tale Paolo Gattuso, che li ostacolava nel proposito di introdursi nel settore.