Arrestato all’alba del 18 novembre in provincia di Reggio Emilia, dopo una latitanza durata quattro mesi, Gianluca Lamendola, ritenuto dalla Dda di Lecce il boss dell’omonimo clan pugliese della Sacra Corona Unita, si è avvalso della facoltà di non rispondere. L’interrogatorio di garanzia si è svolto martedì 21 novembre davanti al Gip del tribunale di Reggio Emilia Andrea Rat, profondo conoscitore dell’universo mafioso avendo fatto parte del collegio giudicante di Aemilia, il più grande processo alla ‘ndrangheta del nord Italia. Ma la mafia brindisina di San Vito dei Normanni era cosa fino a oggi sconosciuta nella città emiliana infettata dalle famiglie crotonesi specializzate nei reati economici, nell’edilizia e nei trasporti. Perché Gianluca Lamendola si nascondesse in un condominio a Correggio, a pochi chilometri dalle rive del Po, a casa di chi e con l’aiuto di chi, resta secretato nel fascicolo delle indagini e apre nuovi interrogativi sulle alleanze criminali in Pianura Padana.

Giovane mafioso rampante di 34 anni, ritenuto al vertice della cosca “Lamendola – Cantanna”, Gianluca è il principale indagato della inchiesta denominata “The Wolf” che aveva portato nel luglio scorso la pm della Direzione distrettuale antimafia di Lecce Carmen Ruggiero a chiedere 22 misure cautelari. I principali reati contestati sono l’associazione di tipo mafioso e finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, tentati omicidi, detenzione e porto illegale di armi da fuoco e da guerra, violenza privata, lesioni personali, estorsioni, ricettazione, danneggiamenti, incendi e autoriciclaggio. Oltre a Lamendola erano riusciti a scappare in luglio anche Adriano Natale, di 41 anni, arrestato pochi giorni fa in Germania, ora in attesa dell’estradizione, e il quarantanovenne Rosario Cantanna, bloccato a settembre sempre in Germania dagli uomini del Fugitive Active Search Team, la speciale unità della polizia tedesca che si occupa di latitanti.

L’arresto di Lamendola nel comune di Correggio è avvenuto grazie alla collaborazione tra i carabinieri del nucleo investigativo di Brindisi e della Compagnia di San Vito dei Normanni, saliti in Emilia Romagna, e quelli del comando provinciale di Reggio Emilia, che hanno prima circondato il condominio in cui si trovava il latitante e poi fatto irruzione riuscendo a bloccarlo e a impedirgli la fuga, trasferendolo poi in carcere a Reggio Emilia. L’interrogatorio in cui Lamendola ha deciso di non parlare è avvenuto per rogatoria ed è la titolare del fascicolo Maria Francesca Mariano, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, ad inquadrare la forza criminale della cosca e del boss che, “forte del retaggio familiare, in pieno accordo con il padre e con il nonno, aveva affiliato un gruppo di uomini fidatissimi, passando a ferro e fuoco il territorio, imponendosi con la brutalità della forza, con spietatezza, con azioni dimostrative, estorcendo commercianti e gestendo fiumi di narcotraffico”. Reati commessi tra il 2020 e il 2022, mentre il clan affrontava allo stesso tempo la guerra di posizione contro altri soggetti e bande criminali per la gestione dei traffici illeciti e decideva le contromisure da adottare per ostacolare le indagini dei carabinieri.

Gianluca Lamendola viene descritto come un capo lucido, esigente, che non disdegna la violenza ma non fine a sé stessa. Che intende guadagnare vendendo la droga, perché eroina e cocaina vanno bene quando portano denaro nelle casse del clan. Ma che vieta agli affiliati di farne uso, tanto da sottoporre i suoi uomini a regolari drug test. Per chi sgarra, ma anche per le vittime e i rivali, c’è la punizione che associa spesso alle botte un marchio indelebile impresso con un coltello o un oggetto acuminato. Un taglio, una croce sulla spalla, una ferita che lascia un segno per sempre. Come nella tradizione dei Kanonieri K’Urdi e dei Ladri di Tambov che dall’est Europa si sono ormai trasferiti stabilmente anche in Italia, passando ai nostri mafiosi doc le piccole perle criminali della loro cultura.

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